Letture

Italo Z.

Casa non è dove abiti,
non è dove dormi, mangi, ti cambi i vestiti,
casa è dove vive ancora e sempre la tua anima

Il vecchio stava in piedi, appoggiato con una mano alla cancellata della maestà che tagliava l’angolo tra i 2 borghi. Era curvo e con l’altra mano si reggeva ad un bastone che sembrava sopportare il peso della sua anima più di quello del suo corpo. La barba grigia e incolta gli copriva il mento, il collo e parte del petto; i radi capelli, sporchi e non ancora del tutto bianchi, erano lunghi e spettinati e il suo aspetto era quello di un senzatetto che viveva tra i cartoni, come in città se ne vedevano ogni giorno di più. Un paio di scarponi da montagna di qualche decennio prima allacciati con degli spaghi al posto dei lacci, pantaloni di velluto rattoppati mille volte tenuti su non si sa come ed una giacca che una volta era stata sportiva ed ora non mostrava più che sporco e strappi e rattoppi, davano al suo aspetto un che di stonato in mezzo al sole degli ultimi giorni di marzo in città.

Aveva appoggiato a terra un vecchio zaino che aveva visto giorni migliori e guardava la casa dall’altra parte del borgo. Tutte le finestre erano mezze chiuse e sul portone era appeso il cartello di una impresa di ristrutturazione. Il vecchio guardava le finestre del secondo piano.

“Devo tornare a casa, mi staranno aspettando, è tardi”. I suoi occhi, pieni di dolcezza e di malinconia, scrutavano le persiane chiuse: “Vedi che mi stanno aspettando? Ho fatto tardi, saranno già a tavola, devo sbrigarmi”.

Mentre il vecchio rimaneva fermo a fissare la casa disabitata, gli passavano accanto le voci e i visi e le risate dei ragazzi che a quell’ora stavano uscendo dalla scuola in fondo al borgo, ignari del vecchio quanto lui era ignaro di loro. Poi qualcuno si fermò: “Ehi ma questo è morto!”. Altri si fermarono a guardare l’uomo disteso a terra, senza fare nulla fino a quando un professore della scuola chiamò l’autoambulanza con il cellulare: “Non è morto, è solo svenuto. State indietro”.

* * *

L’avvocato Italo Z. entrò in studio una volta finite le udienze della mattinata, intorno alle 11. Elegante nel suo Loden Schneider, l’abito grigio sartoriale e le scarpe inglesi.

“Buongiorno avvocato”, l’aveva salutato la segretaria prendendogli la borsa con i fascicoli e porgendogli un caffè.
“Buongiorno Tiziana, ci sono telefonate?”.
“Sì, le ho segnate nel blocco sulla sua scrivania”.

L’avvocato entrò nel suo studio, si sedette alla scrivania e osservò l’appunto con le chiamate, poi schiacciò il tasto dell’interfono e chiamò la segretaria: “Le telefonate segnate possono tutte aspettare. Senta Tiziana, devo finire una comparsa conclusionale che scade domani, non mi passi telefonate, non ci sono per nessuno”.
“Nemmeno per sua moglie?”.
“Soprattutto per mia moglie”.
Tiziana sorrise: “Va bene”.

L’avvocato accese lo stereo che teneva in studio: John Coltrane era perfetto per eliminare i rumori esterni e concentrarsi. Si immerse nella comparsa che stava scrivendo senza accorgersi del trascorrere delle ore.

Il suono dell’interfono lo fece saltare sulla poltrona: “Avvocato io vado a mangiare, le porto qualcosa?”.
Rispose dopo un attimo: “No grazie Tiziana, va bene così, a dopo”.

La redazione della memoria gli prese tutto il pomeriggio, verso le 6 salvò il file, lo trasformò in pdf e lo depositò al fascicolo telematico del tribunale. Questa cosa del processo civile telematico gli piaceva, gli faceva risparmiare tempo e gli dava la possibilità di connettersi con il proprio lavoro dovunque fosse, cosa che faceva spessissimo, anche durante le poche vacanze nella casa del mare in Versilia o negli alberghi del Trentino. Stava ancora attendendo la conferma del deposito quando la segretaria spalancò la porta della stanza entrando d’improvviso e quasi urlando:

“Hanno arrestato l’ingegnere! È adesso sulla Gazzetta on line, sarà domani sul giornale. Dicono che ha ucciso sua moglie”.

L’avvocato Italo Z. guardò la sua segretaria esterrefatto. Sapeva che Tiziana non era una che amava scherzare, né una persona cosiddetta leggera che credeva alle fole che si raccontavano in città. Ci mise qualche secondo a realizzare ciò che la donna aveva detto e gli mancò il fiato.

“Come?! Cosa sta dicendo Tiziana? Dove l’ha letto?”.
“Guardi anche lei avvocato”, ora la donna era più calma e parlava normalmente, “apra Internet sulle notizie locali”.

Era vero. Sembrava impossibile, sembrava un incubo, ma era vero. L’ing. Paolo A. era stato arrestato nel pomeriggio per l’omicidio della moglie e si trovava tutt’ora nel carcere cittadino.

L’ing. Paolo A. era il miglior amico dell’avvocato e frequentava lo studio assiduamente. Era l’amministratore unico di una grande azienda cittadina ed una delle più importanti della nazione nel suo settore. Incaricava abitualmente l’avvocato di tutte le cause dell’azienda, non solo perché era un suo amico, ma perché l’avvocato Italo Z. era uno dei migliori della città nel diritto commerciale, societario, dei contratti e dei fallimenti. Mille volte l’Ing. Paolo aveva varcato la soglia dello studio, allegro come era sempre, che si trattasse di una grana legale o di portare l’avvocato fuori a pranzo, e la segretaria si era abituata a quella presenza, se ne era affezionata quasi quanto si era affezionata al suo titolare. Quei 2 erano amici da così tanto tempo che spesso si capivano senza parlare, solamente guardandosi. Erano conversazioni quasi mute che di solito finivano in una risata.

* * *

Il vecchio si svegliò in una luce bianca e fredda, sentì voci e sussurri e vide le persone intorno a lui. Ospedale. Non c’era mai stato. Si accorse di non potersi muovere e di essere sdraiato in un letto. Quasi non ricordava la sensazione di un letto vero.

Gli avevano tolto i vestiti e tutto il resto e fu preso come dal panico quando si accorse di non avere più il suo medaglione. Spalancò gli occhi e tentò di parlare, ma una mano ferma e gentile gli si posò sul petto: “Sssssh, non faccia così. Non si agiti, deve stare tranquillo, è stato male ma adesso va meglio”.

Il vecchio si voltò a guardare l’infermiera che gli parlava come se fosse stato un bambino. Non era più stato toccato da nessuno da tanti anni e quella mano sul suo petto gli dava una sensazione strana, nuova, ma non spiacevole. Vide il suo medaglione sul comodino a fianco al letto e allungò una mano per prenderlo, strappando tubi e garze che gli legavano il braccio.

“Ecco, ha visto cosa ha fatto?”. L’infermiera gli stava attaccando di nuovo i tubi, ma lui aveva il suo medaglione nella mano e lo stringeva forte. Chiuse gli occhi e cadde in uno stato di dormiveglia in cui sentiva le voci intorno a sé come se arrivassero da lontanissimo.

E la mente del vecchio volò nel tempo, dove nessuno lo poteva più raggiungere. Volò a quella casa che non era più chiusa, ma fresca e illuminata dal sole di un autunno di tanti anni prima. La casa nuova. Quella mattina lui e suo padre erano usciti dal vecchio appartamento per andare a scuola. Non succedeva quasi mai che suo padre lo accompagnasse con l’auto. Suo padre non era quasi mai a casa durante la settimana, ma quel giorno c’era il trasloco e i suoi genitori non erano andati al lavoro. Lasciatolo davanti alla scuola, il padre gli aveva detto di non tornare alla vecchia casa, ma di andare direttamente in quella nuova, in centro, più vicina alla scuola e in una strada piena di sole, con gli alberi del viale davanti al balcone e i tetti e i campanili delle chiese tutti in fila davanti alle finestre. La sua camera nuova dava sul retro della casa e si affacciava su 2 cortili antichi, su una fila di pioppi piantati lì da chissà quanto tempo e sulla sinistra, proprio sotto le finestre, c’erano 2 campi da tennis.

Mentre sua madre metteva in ordine lui e suo padre erano andati a comprare qualcosa da mangiare in una vecchia bottega poco lontano ed avevano esplorato i borghi d’intorno. La chiesa dei Frati Francescani, la caserma dei Granatieri, il deposito militare e, in fondo alla strada, la scuola in cui sua madre aveva insegnato anni prima, quando lui era piccolo.

“Papà posso invitare 2 miei compagni a vedere la casa nuova?”. “Certo che puoi, ma non stasera. Domani dopo la scuola, va bene?”.

Uno dei suoi compagni abitava a meno di 200 metri da lì ed era il suo migliore amico. Avevano cominciato ad andare a scuola insieme alle elementari, avrebbero fatto insieme tutte le scuole.

* * *

L’avvocato Italo Z. era scattato in piedi al suono del telefono e aveva afferrato la cornetta prima ancora della sua segretaria.

“Pronto avvocato Z.? Qui è il Luogotenente L. del Comando dei Carabinieri. Le comunico che questo pomeriggio abbiamo tratto in stato di fermo l’ing. Paolo A. che l’ha nominata suo difensore di fiducia. Mi può dare la sua mail?”. L’avvocato rimase in silenzio qualche secondo di troppo. “Pronto? Mi sente? Qui sono i Carabinieri …”.

“Sì la sento, mi scusi … Ecco, la mia mail … ”. L’avvocato parlava lentamente: “Ecco, la mia mail è italo.z@gmail.com”.
“Va bene, grazie, mando subito”. Il Maresciallo riagganciò senza dargli il tempo di salutare.

I Carabinieri. Non ci aveva mai avuto a che fare essendosi occupato sempre e solo di diritto civile. La mail arrivò qualche secondo dopo. L’ing. Paolo A. lo aveva nominato difensore di fiducia quando era stato raggiunto nel suo ufficio dai Carabinieri e portato in carcere.

L’avvocato si riprese immediatamente. Prese il cappotto e infilò di corsa la porta dell’ufficio. “Tiziana, per favore mi chiami un taxi, poi telefoni a casa mia dicendo che farò tardi e poi annulli la prenotazione al club del tennis per la partita di domani. Abbiamo udienze domani?”.
“Aspetti che guardo. Sì avvocato, c’è la prima udienza istruttoria della causa della ditta XY”.
“Ah sì. Beh, non è nulla di difficoltoso. Chiami per favore il collega G. e gli chieda se può sostituirmi, le istruzioni sono già nel fascicolo”.
“Bene avvocato. Il taxi è già qui sotto”.

* * *

Il vecchio aprì gli occhi. Intorno a lui era quasi buio, ma le luci del corridoio erano accese e le voci degli infermieri si sentivano ancora. Era notte? Non lo sapeva. Era diventato tutto diverso in un istante. Il vecchio era abituato, da troppi anni ormai, ad addormentarsi alla luce delle stelle, ad annusare l’aria dolce della primavera o il freddo dell’inverno che non aveva mai temuto, quando il vento si infilava tra gli alberi dell’Appennino e gli accarezzava il viso stanco, la pelle indurita dall’aria e dal sole.

La sua mente corse ancora al tempo lontano. Il primo giorno del liceo. Tanti ragazzi tutti radunati nel cortile davanti alla scuola e il professore di ginnastica che con un megafono chiamava i nomi ed assegnava gli alunni alle varie sezioni. La nuova classe. Nuovi compagni. Tranne i 2 suoi compagni delle scuole medie non conosceva nessuno ma si trovò subito bene. La nuova scuola, il Liceo, lo faceva sentire bene, lo faceva sentire grande. Il greco aveva un suono strano ma ci si abituò subito. Erano stati giorni felici, giorni di scoperte, di loro stessi e degli altri e della vita, del greco e del latino, della filosofia e delle ragazze. E degli amici, quelli che lo sarebbero stati per sempre, quelli che vivevano ancora nella sua mente e nel suo cuore. Quelli che non aveva mai più visto.

Quei 5 anni erano sembrati lunghissimi tra libri, compiti in classe, versioni e corse in bicicletta nei parchi e la prima birra bevuta ad una festa di compleanno e i primi baci delle ragazze. Le prime volte che gli avevano permesso di uscire alla sera, dopo cena, per andare a casa di un amico o al cinema e l’orario di rientro era alle undici e dopo qualche anno a mezzanotte. Le sere di primavera quando si andava a prendere un gelato e le strade del centro, ormai fresche, restituivano il profumo del porfido scaldato dal sole durante il giorno. Era tutto nuovo a quell’età ed era tutto bello, anche i brutti voti, anche i rifiuti delle ragazze. L’impegno come rappresentante di istituto, confrontandosi con professori e preside, senza avere mai paura, con la voglia di scoprire la vita. I pomeriggi passati con gli amici nella piazza del Duomo a parlare di cose più grandi di loro ma che a quell’età sembravano tutte alla loro portata. Erano cresciuti insieme lui e gli altri amici, avevano fatto le vacanze insieme e i viaggi con la prima auto e le raccomandazioni dei genitori. E poi c’era la musica, tanta musica. Scopriva cantanti e gruppi e idee e canzoni e aveva imparato a suonare la chitarra per suonare le sue canzoni preferite. Simon & Garfunkel, CSN&Y, Bob Dylan e poi Bruce Springsteen e Jim Croce, Cat Stevens e Arlo Guthrie, i Rolling Stones, i Beatles, i Pink Floyd e tutti gli altri. Lui adorava la musica, non aveva passato un solo giorno senza ascoltarla, non ne poteva fare a meno.
Fino a quando non aveva fatto a meno di tutto.

* * *

Giunto davanti al carcere cittadino, Italo si avvicinò alla guardia nel gabbiotto all’ingresso e mostrò il tesserino dell’Ordine degli Avvocati. La guardia lo fece passare e si ritrovò nel parlatorio. Paolo arrivò poco dopo, stravolto, confuso, pallido. Il suo fisico da ex-rugbista sembrava sfiancato da ciò che era successo.

“Non ho fatto nulla di male Italo, te lo giuro”.
“Sicuro Paolo, non ho il minimo dubbio, ti conosco troppo bene. Dimmi cosa è successo”.
“Non lo so. Questa mattina sono andato a lavorare come tutti i giorni e giuro che Laura stava bene. Stava ancora dormendo, come al solito, e dopo aver preso il caffè l’ho salutata dalla porta e lei mi ha risposto dalla camera. Uscendo ho incontrato il vicino sul pianerottolo, ho salutato anche lui poi sono sceso in garage, ho preso l’auto e sono andato in ufficio. A pranzo sono rimasto in ditta, non ho sentito Laura, non lo faccio quasi mai, poi sono arrivati i Carabinieri e mi hanno portato qui. Hanno detto che ho ucciso mia moglie, ma non è vero. Hanno detto che l’ho strangolata. Te lo giuro che non è vero! Il pensiero che lei è morta mi strazia, sapere che qualcuno l’ha uccisa … ma ti giuro che non sono stato io!”.
“Adesso non puoi fare nulla. Lascia fare a me. Cercherò il modo di tirarti fuori di qui, ma non prima di un paio di giorni. A casa tua ci saranno quelli che fanno i rilievi o come cavolo si chiamano, dopo chiederò che ti diano gli arresti domiciliari. Adesso cerca di … non lo so nemmeno io cosa devi cercare di fare”.
“Aiutami Italo! Aiutami …”. La voce di Paolo era sempre più flebile, non aveva la forza, non aveva il suono, non era la sua. “Lo farò. Stanne certo”.

La guardia si avvicinò ai 2 uomini: “Avvocato, se lei ha finito lo riaccompagno in cella”.
Italo guardò Paolo per un lunghissimo momento. Quello che stava guadando non era che l’ombra del suo amico. “Sì, abbiamo finito, grazie. Ciao Paolo, tornerò domani mattina”.

Uscendo dal parlatorio Italo si trovò davanti il direttore del carcere, che lui conosceva bene per le cene del Rotary e le partite a tennis al club.

“Buonasera avvocato, si mette a fare anche il penale?”.

La domanda gli era sembrata quasi insolente, dati i rapporti cordiali che c’erano sempre stati tra di loro.
“Buonasera direttore. Lei sa che non sono un penalista, ma sa anche chi è quello che hanno portato qui”.
“Lo so bene Italo, ma lei sa che non posso fare trattamenti … di favore”.
“Non ne chiedo, nemmeno per Paolo”.
“Ma se c’è qualcosa che posso fare non esiti a chiedere”.
“Grazie dell’interessamento. Capisco anche il suo imbarazzo, quante volte abbiamo cenato tutti insieme al club? Ci penserò. Adesso vado. Buonasera”.

Il direttore del carcere aveva salutato Italo ed era rimasto a guardare mentre l’avvocato attraversava il cortile e poi i cancelli. Si chiedeva come avrebbe fatto un avvocato come lui a difendere il suo amico. Un avvocato civilista che probabilmente non aveva mai nemmeno messo piede in un’aula penale.

Non appena fuori Italo riaccese il cellulare. Una chiamata persa di sua moglie Carla. Guardò il cronografo d’oro al polso, erano quasi le 8, non si era accorto del trascorrere del tempo. Chiamò un taxi e si fece portare prima in studio prima di andare a casa.

Dopo più di un’ora un altro taxi si fermò sul viale davanti alla villetta liberty di Italo, che pagò la corsa ed entrò in casa. Carla era al piano di sopra sdraiata sul letto e stava guardando la televisione, quando sentì la porta lo chiamò. Italo appoggiò il cappotto in anticamera e andò direttamente in cucina. Fino a quel momento non si era reso conto di non aver neppure pranzato. “Come stai?”. Sua moglie apparve in vestaglia sulla soglia della cucina e gli rivolse la domanda come se stesse parlando al telefono: “Se hai fame la donna stasera ha cucinato il pollo con i peperoni, è sul fornello”. La chiamava la donna. A sua moglie non veniva nemmeno in mente che potesse avere un nome quella persona che tutte le mattine entrava in casa, puliva, riassettava, faceva da mangiare pranzo e cena e poi tornava a casa sua a dormire.

“Quando la tua segretaria ha chiamato dicendo che avresti fatto tardi ormai aveva cucinato. Ho sentito la notizia in tv, ha nominato te. Ma tu hai sempre detto di non sapere nulla di diritto penale, come pensi di poterlo difendere?”
“Imparerò”.

La semplice risposta, secca, fece capire alla moglie che Italo non aveva voglia di parlare.
“Pensi che sia stato lui?”.
“No”.
“Certo, tu per i tuoi amici ti fai in quattro. Sono i migliori del mondo. Non fanno mai niente di male”.
“A te Paolo non è mai piaciuto”.
“Dico solo che non puoi essere sicuro che non sia stato lui”.
“Ne sono sicuro perché lo conosco. Ne sono sicuro perché è Paolo. Comunque lo difenderei ugualmente”.
Era vero, a Carla non era mai piaciuto Paolo. Forse perché era il migliore amico di suo marito, forse perché pensava che sapesse di Italo cose che nemmeno lei sapeva. Forse perché, invece, le era sempre piaciuto un po’ troppo.
“Va bene, vado a letto a guardare la televisione. Buonanotte”. “Buonanotte”.

Italo era rimasto in cucina con il piatto davanti senza mangiare quasi nulla. Mise il pollo nel frigo, passò nel salone e si versò due dita di Spirit of Scotland. Guardò il bicchiere per un attimo e ne versò ancora. Al buio con il bicchiere in mano passò nello studio, accese la lampada sulla scrivania e guardò nella libreria cercando con gli occhi codici e vecchi manuali di diritto penale. Li trovò e si accorse che erano ancora quelli dell’Università. Non sarebbero serviti a molto. Si sedette alla scrivania con il bicchiere in mano e chiuse gli occhi. Finì il whisky e andò a letto, ma quella notte non riuscì a dormire un granché. Poco male, aveva sempre dormito poche ore, fin da bambino. Il buio era sempre stato un amico.

* * *

Il vecchio si svegliò che non era ancora giorno. Non c’erano infermiere o medici intorno a lui e gli altri letti della stanza erano vuoti. I suoi occhi si abituarono a poco a poco alla luce che cominciava a filtrare dalle tapparelle abbassate per metà. Un’alba fredda di marzo, l’inverno non era ancora finito anche se il calendario diceva il contrario. La sua mente riprese a volare.
Gli anni del liceo trascorrevano sereni, senza pensieri che non fossero le ragazze e le materie di scuola. Uscivano la sera nelle stagioni calde e passavano il tempo nelle strade del centro che a quell’epoca non presentavano alcun pericolo, erano casa. Ascoltavano tanta musica. Gli anni ‘80 sembravano fatti apposta per loro, ogni giorno usciva un gruppo nuovo e tutto sembrava bello e facile. Trovarsi ogni sera con gli amici all’ombra del campanile del Duomo era una regola come andare a scuola ogni mattina. Arrivò l’esame di maturità, quell’anno uscì greco e lui prese un bel 2 nella versione di Platone, ma passò ugualmente per il voto in lettere e l’interrogazione di filosofia. Dopo la maturità lui e il suo amico scelsero facoltà diverse, ma non separarono la loro vita e tutti i giorni si trovavano insieme agli altri amici.

L’anima del vecchio continuava a viaggiare nel tempo. Non poteva muoversi dal letto mentre le voci dei medici e degli infermieri erano sempre più lontane. Riaprì gli occhi senza sapere quanto tempo era passato, non aveva più contato il tempo, da tanti anni. 2 medici e un’infermiera erano in piedi davanti al suo letto.

“Ha mai parlato? Detto qualcosa?”
“No dottore, da quando è qui non ha mai parlato”.
“Ma sappiamo almeno chi è? Aveva documenti?”.
“Nessun documento e non parla. Non c’è modo di sapere chi è”.
“Non è possibile che nessuno lo conosca. Avete chiesto a Polizia e Carabinieri? Ci sono state segnalazioni di anziani scomparsi?”.
“Abbiamo già controllato dottore, nessuna segnalazione. Non sappiamo nemmeno se è italiano, da dove viene, niente”.
“Va bene, continuate a tenermi informato delle condizioni e avvertitemi se dice qualcosa”.

Il vecchio guardava l’uomo e le 2 donne che parlavano di lui e si accorse che, mentre il medico chiedeva notizie all’infermiera, l’altra donna, un medico anche lei, lo stava fissando dritto negli occhi. Se ne accorsero anche gli altri 2.
“Cosa c’è?”.
Il medico, probabilmente il primario o qualcosa del genere, aveva visto qualcosa nello sguardo della collega.
“Sai chi è?”.
“No … mi era sembrato … no, ma non lo so. Mi sembra di aver già visto quest’uomo”.
La dottoressa era una bella donna tra i 50 e i 60 anni, era alta e con gli occhi chiari, elegante.
“Forse è solo un’impressione … sarà già stato qui o da qualche parte dove ho prestato servizio. Forse mi sbaglio … ”. Andarono via e il vecchio rimase solo.

L’uomo non parlava e dormiva pochissimo, ogni volta che l’infermiera di turno passava a controllare lo trovava sveglio che guardava nel vuoto. Nel tempo.

I pomeriggi dopo aver studiato si usciva in bicicletta. Piazza del Duomo o il Parco della Cittadella o i borghi ombrosi in cui camminare e parlare per mano ad una ragazza, baciarla e ridere e sentire tutta la vita nelle mani. La luce negli occhi, il vento sulla faccia e il profumo della città mentre il sole di giugno scendeva sempre più tardi dietro le case o quello di novembre lasciava il cielo all’oscurità a metà del pomeriggio. Un giubbotto nuovo. I soldi risparmiati nelle settimane per comprare l’ultimo disco di David Bowie o dei Cure e poi i libri, tanti libri che si passavano tra amici. Erano curiosi di tutto e tutto aveva un sapore nuovo. Alcuni libri lasciavano un sapore in bocca come il primo bacio di una ragazza. Li leggeva tutti d’un fiato, dimenticandosi anche di dormire, fino a quando suo padre non veniva a dire che erano le 4 del mattino e che bisognava spegnere la luce e dormire. Alcuni dischi invece facevano volare la fantasia e accendevano un fuoco dentro che sembrava far esplodere il corpo dalla pancia alla testa.

In tutto questo i suoi amici c’erano sempre. Arrivavano da un allenamento con la borsa sporca di fango e un cerotto sulla fronte o le nocche delle mani rosse di sangue per un placcaggio, lui con la borsa delle racchette, un altro con pallone ovale … Gli occhi del vecchio si velarono di lacrime e la sua gola si chiuse. Cominciò a tossire e la mano libera corse lungo il fianco a cercare un toscano ma trovò solo la veste dell’ospedale e la coperta del letto.

* * *

Quando la segretaria entrò in studio alle 7 e mezza della mattina l’avvocato era già al lavoro. Come al solito. La chiamò subito.

“Senta Tiziana” – nemmeno il buongiorno – “Vada alla Giuffrè e mi porti codici penale e di procedura penale aggiornati e qualsiasi cosa sul reato di omicidio”.
“Adesso sono chiusi avvocato, bisogna aspettare le 9”.
“Va bene. Intanto continuo le ricerche su Internet”.

L’Ing. Paolo A. era rimasto tutta la notte seduto sul letto della cella in preda a mille pensieri senza riuscire ad afferrarne nemmeno uno. Gli sembrava che tutto questo stesse succedendo a qualcun altro. Aveva buio dentro di sé e freddo e paura e dolore. Sua moglie non c’era più e dicevano che l’aveva uccisa lui. Questo gli toglieva anche il respiro.

Verso metà mattina, dopo aver letto i codici e un paio di pubblicazioni specializzate, l’avvocato tornò in carcere e trovò il suo amico in uno stato ben peggiore del giorno prima. Non aveva mangiato e nemmeno dormito.

“Ciao. Che faccia … “.
“Dovresti vedere la tua”.
“Non ho dormito nemmeno io, ma almeno ero nel mio letto. Come stai?”.
“Non lo so”.
“Ho sentito i Carabinieri, non possono ancora dirmi nulla, ma il Maresciallo con cui ho parlato ieri mi ha detto che hanno trovato mille tracce di te”.
“Certo che le hanno trovate, ma che cazzo! … Io lì ci vivo, in quel letto ci dormo, ci sono le mie cose, i miei libri, la mia poltrona, tutto … Figa! È casa mia! Pensavano di non trovare tracce di me?!”.

Nonostante la situazione irreale in cui stava vivendo. Paolo rimaneva lucido.

“Non hanno trovato altre tracce su …“.
“Su Laura …“. Un sussurro, quasi avesse paura a pronunciare quel nome. “No. Non su di lei. Te lo devo chiedere Paolo, aveva qualcun altro?”.
“No! Non credo … Non lo so. A questo punto non so più nulla, so solo che io non ho ucciso mia moglie”.
“Va bene. No, non va bene per niente. Torno in studio e poi vado a parlare con il sostituto a cui hanno dato il caso. In città si è scatenato un putiferio. Il giornale ci va leggero, anche grazie ai nostri amici giornalisti che sono bravi ragazzi”.
“Anche grazie al fatto che la mia società ne possiede la quota di maggioranza, va’!”.

Italo sorrise e per un attimo sorrise anche Paolo.

“Torno domani, spero con buone notizie”.

* * *

La dottoressa con gli occhi chiari si chiamava Antonella ed era tornata ogni giorno a vedere come stava il vecchio, senza parlare e senza fare domande. Rispettava il silenzio dell’uomo, si limitava a guadare la cartella appesa in fondo al letto e a chiedere agli infermieri di turno. Si era accorta che anche il vecchio la fissava, con occhi pieni di dolcezza e di malinconia. Ma perché? Per che cosa? La vedeva? Sognava? Pensava …

Dopo l’esame di maturità era partito con 2 amici per un giro in Europa di un paio di settimane. Zaino, treno, ostelli e birrerie. Vedeva cose nuove, sentiva lingue che non capiva ed era tutto bello, tutto nuovo. In quelle 2 settimane, però, si era accorto che qualcosa mancava, che qualcuno mancava. Una sua compagna di classe, Maria. Non se ne era mai accorto e adesso la sua assenza lo pervadeva come un malessere leggero ma insistente, un malessere che aveva già sentito ma al quale non era mai riuscito a dare un nome. Adesso quel nome ce l’aveva. Da Vienna l’aveva chiamata 2 volte ma lei non aveva mai risposto, allora le aveva mandato una cartolina.

* * *

Una volta in studio Italo si era rimesso a lavorare sui testi di diritto penale. Si era accorto subito che gli mancava tutta una parte di diritto, una parte di mondo che aveva sempre disertato, una parte di vita.

Parlando con Tiziana, la segretaria che lo conosceva quasi meglio di sua moglie, aveva espresso tutte le perplessità del caso, tutti i dubbi, tutto ciò che non sapeva.

“Lei si è sempre occupato solo di imprese, avvocato”, gli aveva detto la donna, “sempre e solo di società, consigli di amministrazione di società miliardarie. Non ha mai trattato incidenti o separazioni, nemmeno appena dopo aver passato l’esame da procuratore, come fanno tutti. Si è sempre occupato solo di soldi. Le manca tutta una metà di lavoro, di mondo, di professione che non ha mai visto. Le mancano le persone, quelle vere che hanno problemi veri”.

Era verissimo. Italo tornò alla scrivania pensando che era vero quel che gli aveva detto Tiziana. Non aveva mai visto una metà di mondo che girava intorno a lui. Questo gli fece tornare in mente che la mattina dopo avrebbe avuto un appuntamento presso la sede di una società. Si fece portare il fascicolo e cominciò a studiare i diritti dei soci di minoranza, quelli che lui avrebbe dovuto contrastare l’indomani per conto del socio di maggioranza che faceva il bello e il cattivo tempo dentro la ditta, a volte anche sbagliando le strategie aziendali. Ma poco importava ad Italo, lui era pagato, e molto bene, per difendere il suo cliente dalle legittime richieste dei soci di minoranza e lo avrebbe fatto.

Finito lo studio del fascicolo Italo andò a mangiare qualcosa alla Libreria Feltrinelli dove incontrò un collega e il direttore di un teatro di prosa che lo invitarono al loro tavolo. Conosceva il direttore del teatro per essere membri dello stesso club del tennis, il collega invece giocava a golf. Parlarono di arte e di libri e alla fine del pranzo Italo si diresse verso la Procura della Repubblica dove aveva appuntamento con il sostituto incaricato.

Finalmente i rilievi a casa di Paolo erano terminati e Italo insistette per la concessione degli arresti domiciliari. Il sostituto era stato molto gentile e la conversazione non era parsa nemmeno di lavoro. Una volta a casa, quella sera, Italo riprese a studiare il fascicolo della società e dei diritti dei soci di minoranza.

“Ma cosa vogliono questi? Non gli basta fare i soldi con la direzione del mio cliente? Cosa gli interessa come fa ad ottenere i contratti di fornitura? Non possono solamente accontentarsi del guadagno e non rompere i coglioni?”.

Chiuse il fascicolo e andò a dormire. Sua moglie era ad una cena della Croce Rossa alla quale lui aveva detto di non poter partecipare causa il lavoro, che gli dispiaceva tanto ma proprio non poteva e cose così.

Il giorno dopo arrivò in studio di primo mattino e trovò il fax della Procura in cui gli anticipavano la concessione degli arresti domiciliari per Paolo. Il sostituto si era alzato anche prima di lui. Raggiante per la notizia volò in Piazza Garibaldi a cercare un taxi e si fece portare in carcere. Una volta arrivato lo accolse il direttore già sul cancello, senza farlo passare dal gabbiotto per farsi riconoscere.

Il direttore del carcere non sorrideva, aveva una espressione indecifrabile e sembrava che avesse timore di guadarlo negli occhi.

“Italo, senta … Paolo … “.
“Sì. Buongiorno direttore” – il tono dell’avvocato era di tutt’altro genere – “Come sta Paolo? Sa se ha dormito stanotte?”.
“No, senta Italo, venga un attimo nel mio ufficio”.

Un attimo dopo i 2 uomini si trovavano nell’ufficio del direttore seduti uno di fronte all’altro guadandosi negli occhi. Tanto scuri e dal taglio deciso quelli dell’avvocato, tanto scialbi e sfuggenti quelli del direttore del carcere che ancora stentava a parlare.

“Mi dica direttore, c’è qualche problema? Io ho ottenuto la concessione dei domiciliari per l’ingegnere … “.
“Si è ucciso questa notte”.

Le parole del direttore del carcere arrivarono lentamente alla mente di Italo. Poi di colpo fu tutto buio. Vuoto. Mancanza del respiro, della vista, della sensazione della realtà intorno a lui. Italo si afflosciò sulla sedia come un burattino a cui fossero stati staccati i fili. Per lunghi minuti non disse niente. Non riusciva nemmeno a respirare. Non vedeva la luce alla finestra. Non viveva.

“Cosa ha detto? … Come … Paolo … no … NO! NO! NO! NO! … no … no … “.

La sua mente cominciava a comprendere le parole del direttore. Paolo aveva battuto la testa contro il muro della cella fino a sanguinare e morire. Nessuno aveva sentito nulla. Nessuno si era accorto di nulla fino alla mattina. Le operazioni per il trasporto della salma all’Istituto di Medicina Legale avevano preso tutto il pomeriggio, l’autopsia era fissata per la mattina seguente. Incombente inutile, era chiaro come era morto il suo amico … Era morto il suo amico, il suo più vecchio amico, una persona che viveva, con cui aveva condiviso tutta la sua vita … tutto.

L’avvocato non era andato in studio per tutto il giorno, aveva camminato ininterrottamente per tutta la città. La segretaria aveva pensato a tutto da sola, le telefonate, i fax, le mail, le sostituzioni in udienza.

Italo tornò a casa quella sera anche più tardi del solito. Dalle parti dell’Università non aveva preso il solito taxi ma aveva camminato per la città vecchia e poi sui viali fino ad arrivare a casa a piedi, stanco, svuotato, confuso, perso.

Entrò in casa senza salutare sua moglie che stava ancora guardando la televisione ed andò direttamente nello studio. Carla si affacciò alla porta: “Mangi qualcosa? C’è la …”.

“Non ho fame, grazie. Voglio lavorare un po’. Dopodomani ho udienza e vengono i colleghi da Milano. Arrivo tra un po’”.
“Va bene, come vuoi”. Era tornata sul divano davanti alla televisione chiudendosi la porta alle spalle.

Immerso nel fascicolo di un contratto di fornitura era riuscito a non pensare a Paolo per un po’ … Per poco, in realtà. Tornò con la mente al contratto. Clausola arbitrale con competenza a Ginevra. Eccezioni da fare, già scritte settimane prima. Le controparti avevano basato la loro difesa sui testi del suo professore, lui era comunque in vantaggio.

Ma non era quello che voleva sapere, leggere, vedere.

Il buio nella sua mente si faceva sempre più profondo e freddo. Si addormentò alla scrivania dello studio. Si svegliò verso le 3 del mattino. Si alzò dalla sedia e andò in camera da letto dove sua moglie dormiva con la televisione ancora accesa. Spense la tv, si spogliò e si mise a letto. Un paio di ore dopo suonò la sveglia. Si alzò, si fece la doccia e la barba, si vestì ed uscì da casa.

La mattina primaverile era fresca a profumata e Italo passò per il vecchio parco a piedi entrando in centro dal viale, quello più grande, disegnato da un architetto francese all’epoca dei Duchi di Borbone.

Arrivò in studio per primo, come ogni mattina, e si mise a leggere mail e notizie, evitando accuratamente quelle sul suo amico.

Tiziana entrò alle 7 e tre quarti ed andò subito nella stanza del suo titolare.

“Ha un aspetto orribile. Ha preso il caffè? Venga, oggi offro io”.
“Tiziana non scherzi, il caffè lo pago io”. Italo si alzò a fatica dalla poltrona anatomica dietro alla scrivania e arrancò un paio di passi nella stanza.

“Cos’ha avvocato?!?”. La segretaria aveva quasi urlato.
“Niente Tiziana, non si preoccupi. Sto bene. Andiamo.”
“È sicuro di star bene? Sembra che le sia passato addosso un tir”.
“Sto benissimo”.

Dopo il caffè Italo aveva detto alla segretaria di telefonare all’avv. G. per farsi sostituire all’udienza del giorno dopo. Poi le aveva detto che sarebbe uscito a fare due passi.

A fare due due passi? La donna pensò alle parole del suo titolare e si accorse che era la prima volta che lo sentiva parlare così. L’avv. Italo Z. era uno che lavorava sempre, continuamente, senza pause, senza ferie, senza fermarsi mai … e adesso usciva fare due passi.

“Va bene avvocato. Oggi non ha udienze e alle chiamate penso io.”
“Grazie Tiziana. Torno tra un po’”.

Le strade del centro, tra lo studio e il tribunale, quelle in cui era cresciuto, non sembravano più le stesse, non lo erano. Si incamminò verso il borgo dove abitava da ragazzo e ad un tratto si accorse che gli girava la testa, perdeva l’equilibrio. Aveva cenato la sera prima? Non se lo ricordava… Si appoggiò al lungo muro del giardino del Convento Francescano, ma la sua mano entrò nel muro di mattoni e le sue gambe affondarono nell’asfalto del marciapiede. Si agitava urlando in silenzio, senza voce, senza più fiato. Cercò di estrarre la mano dal muro, le gambe dalla strada … Si ritrovò in ginocchio, poi a terra e svenne. Dopo pochi secondi riprese conoscenza e si alzò a fatica, senza ricordare cosa gli era successo, senza sapere dove si trovava.

* * *

Tornato dal viaggio con gli amici aveva immediatamente cercato Maria, che ancora stava studiando per l’orale della Maturità, dato che le era toccato l’ultimo giorno di esame. L’aveva invitata ad uscire la sera dell’esame. Si erano incontrati nella piazza centrale della città e avevano camminato e parlato per ore. Una volta a casa non aveva nemmeno preso sonno, aveva continuato a pensare a lei. La luce del mattino di Luglio lo trovò sveglio ancora alle 4 e mezza. Sembrava un’altra vita e forse lo era.

Quante vite vive un uomo? Il vecchio ne aveva passate tante che nemmeno contava. La sua vita adesso era fatta di silenzi, dell’ospedale, delle medicine e delle parole dei medici e degli infermieri. Ma fino a qualche giorno prima non era così. La libertà di camminare, sempre solo. Il profumo degli alberi e della terra. Le montagne e il mare lontano e brillante sotto il sole d’inverno. Si stupiva adesso di come nessuno lo avesse mai cercato in tanti anni. Ma era stato meglio così. Si girò nel letto e chiuse gli occhi, ma non dormì.

* * *

Tornato in studio Italo si fece portare un caffè e un tramezzino e si mise al lavoro sulla causa del giorno dopo. Tiziana si accorse dello stato del suo titolare. Aveva le mani sporche e anche i pantaloni. Quasi non lo riconosceva più, lui che era sempre impeccabile, perfetto nei suoi abiti fatti dal sarto. Verso la fine del pomeriggio Italo la chiamò dicendole che avrebbe continuato a lavorare a casa. Prese la borsa con il fascicolo e fece per uscire.

“Le chiamo un taxi avvocato?”.
“No grazie Tiziana, ho voglia di camminare”.
“Buonasera allora, qui chiudo io tra una mezz’ora. A domani.
“A domani Tiziana … Ah, non avvisi il collega G., domani vado io in udienza”.
“Va bene avvocato, a domani”.

Italo camminava con la borsa nella mano sinistra e un toscano nella destra. Aveva smesso ormai da anni di fumare i sigari, ma quella sera gli era tornata la voglia e si era fermato a comprarne un pacchetto.

Una volta a casa la prima cosa che gli disse la moglie, ancor prima di salutarlo, era che puzzava di fumo.

“Ho comprato un pacchetto di toscani, mi andava”.
“Ceniamo? La donna ha fatto l’arrosto”.

Questa cosa che la chiamava “la donna” non gli era mai andata giù.

“Guarda che ha un nome”.
“Sì, vabbè. Hai fame?”

Una volta finita la cena Italo si ritirò nel suo studio. “Lavoro un po’, domani ho udienza”.

Carla andò in salotto a guadare la tv e lui si abbandonò sulla poltrona dello studio con le carte della causa sulle ginocchia. Non riusciva a concentrarsi su quel che c’era scritto. Non riusciva a non pensare al suo amico che non c’era più. Che non ci sarebbe stato mai più …

Il giorno dopo, finita l’udienza, si era fermato a prendere il caffè con i colleghi, ma non aveva voglia di ascoltare i loro discorsi, non parlavano d’altro che del suo amico …

Tornò verso lo studio a passi lenti. Entrò nella sua stanza dopo aver dato la borsa alla segretaria che si era limitata a guardarlo senza dire niente. Chiuse la porta della sua stanza, chiuse gli occhi e pianse. Forse dormì anche, erano giorni che non dormiva più di un paio d’ore per notte. Si svegliò appena in tempo per sentire Tiziana che lo salutava uscendo dallo studio.

Spense il pc, guardò la scrivania, i fascicoli, tentò di ricordare se il giorno dopo avesse qualche udienza, ma non ci riuscì. Lasciò tutto com’era ed uscì.

Camminando verso casa si accorse che l’aria ancora fredda della sera di aprile portava il profumo della terra e degli alberi. Ricordò gli anni del Liceo e dell’Università quando andava in montagna quasi tutte le domeniche con i suoi amici.

Tornato a casa scese immediatamente in cantina a cercare gli scarponi e lo zaino. Quel fine settimana sarebbe andato in montagna a qualsiasi costo. Doveva pensare ad altro, staccare il cervello da tutto e camminare, come una forma di meditazione.

Sua moglie gli disse immediatamente che non aveva alcuna intenzione di alzarsi la mattina presto per poi faticare sui sentieri. Poco male, sarebbe andato da solo.

L’aria ancora fredda della mattina presto lo faceva sentire vivo. Un’ora di auto e poi il parcheggio, gli scarponi e il sentiero. La salita lo faceva faticare, anche sudare, ma lo faceva sentire bene. Era quasi felice camminando sul sentiero mentre il profumo degli alberi lo circondava. Arrivato al rifugio non si fermò e continuò fino al crinale, voleva vedere il mare. Era sabato e non c’era quasi nessuno, la folla arrivava di domenica con la seggiovia. Si fermò a mangiare un paio di panini che si era portato, in alto, di fronte al cielo e al mare in fondo, alla fine del cielo. Si addormentò al sole e quando si svegliò era quasi il tramonto. Tornato al rifugio chiamò sua moglie dicendo che non sarebbe tornato a casa a dormire. Gli sembrò che non le importasse più di tanto e pensò che, in fondo, forse non importava nemmeno a lui.

Al rifugio c’erano solo lui e i gestori. Mangiò qualcosa per cena insieme a loro e poi salì nella camerata. Un materasso, lenzuola ruvide e un cuscino, non gli serviva altro e per la prima volta in tante settimane, o forse in tanti anni, dormì senza pensieri, solo ascoltando il rumore che faceva il vento tra gli alberi dell’Appennino.

Si svegliò prima dell’alba e aspettò di sentire i primi rumori dei gestori del rifugio. Poi scese nella sala da pranzo e fece colazione con caffè e panini al burro e miele. Pagato il pernottamento si rimise in cammino dirigendosi verso il vecchio sentiero dei carbonai. Il cammino stancò le sue gambe non più abituate alla montagna ma rilassò la sua mente, sciogliendo i nodi di dolore e ansia e disperazione. Il pensiero del suo amico che non c’era più si fece lontano, come più leggero, ma sempre presente. I passi lenti e cadenzati gli diedero una sorta di torpore nella mente, o forse era la sua mente che dava torpore alle gambe.

Arrivò a casa a metà pomeriggio della domenica dopo essersi fermato a bere un caffè lungo la strada. Una doccia bollente, poi poltrona e libro. Sua moglie era fuori chissà dove, non importava. Godeva del silenzio della casa, della sua vecchia poltrona e di un libro che aveva letto almeno 4 volte da quando era ragazzo. Era quello che gli serviva, ma non per dimenticare: al contrario, per ritornare a quando lui e il suo amico erano ragazzi e facevano il Liceo. Era un pensiero triste e dolce che dava sollievo alla sua anima disperata. Si immerse nella lettura … Leone detto Lee, Lucio Lucertola … Chiuse gli occhi e sognò la strada, i locali, i concerti, le ragazze, i pomeriggi a suonare la chitarra, a bere birra …

* * *

Il vecchio aprì gli occhi che non era ancora chiaro. Non si sentivano voci di infermieri o medici, solo il ronzìo dell’aria condizionata. Tentò si alzarsi ma non ci riuscì. Pensò che non tollerava di non poter essere libero di andare dove voleva. Di giorno ascoltava i discorsi delle persone intorno a lui e quasi si divertiva al pensiero che nessuno sapesse chi era. Si chiese se lui lo sapesse. Si fermò a pensare … Forse sì, forse finalmente so chi sono, cosa sono, cosa ho voluto essere nella mia vita. Si chiese quanti anni erano passati, senza riuscire a ricordarlo.

Alla fine del Liceo era riuscito a mettersi insieme a Maria e ogni pomeriggio, finito di studiare, prendeva l’auto e andava da lei. Pomeriggi e sere passate a parlare, a baciarsi, ad ascoltare musica. Poi la notte, sempre a dormire poco, ad andare a letto tardi, a pensare al giorno dopo.

Troppi anni erano passati. Sembrava un’altra vita, no: era un’altra vita.

In quegli anni, un giorno d’estate, qualcuno in Inghilterra aveva organizzato un concerto per beneficenza che era durato ore e ore, con tutti i più grandi: i Queen, Elton John, Phil Collins, i Dire Straits, i Simple Minds e tutti gli altri. Era stato meraviglioso. Ore e ore incollati alla televisione ad ascoltare musica a casa di un amico, a sognare di essere là, chiudendo gli occhi e volando a Wembley con la fantasia …

Il vecchio riaprì gli occhi velati di lacrime appena in tempo per vedere la dottoressa dai capelli corti che, in piedi davanti al suo letto, lo osservava in silenzio. Si guardarono senza dire nulla. Forse aveva capito. Forse non c’era proprio nulla da capire, solo guardare quell’uomo, l’immagine di quell’uomo che non parlava più. Che non aveva più parlato con nessuno da troppo tempo.

* * *

Il lunedì mattina l’avv. Italo Z. arrivò in studio con un insolito ritardo. Tiziana lo guardò in maniera strana prima di salutarlo e di porgergli il caffè della macchinetta nella tazzina di ceramica, ché Italo non aveva mai sopportato i bicchierini di plastica usa e getta.

“Buongiorno Tiziana. Abbiamo udienze oggi?”.

La donna lo guardò in modo ancora più strano. Lui che chiedeva a lei se c’erano udienze? Di solito l’avvocato si ricordava ogni adempimento senza aver mai perso un termine, un atto, una memoria.

“Nessuna udienza, avvocato. Le ho messo i fascicoli delle scadenze della settimana sulla sua scrivania. Io vado in cancelleria. Se ha bisogno di qualcosa mi trova sul cellulare”.
“Di nulla Tiziana. A dopo”.

Una volta alla scrivania Italo aprì il primo fascicolo, un fallimento, senza riuscire a ricordare cosa dovesse fare, scrivere, leggere, niente. La mente correva ancora e sempre al suo amico che non c’era più. Chiuse gli occhi per un momento che durò una vita intera. Li riaprì quando sentì la porta che si chiudeva, Tiziana che tornava.

Sentì bussare. “Ho ritirato la copia della sentenza della causa … Complimenti avvocato. Il giudice le ha dato ragione. Scrivo al cliente e poi al collega di controparte per il pagamento delle spese”.
“Va bene Tiziana … quale causa?”.
“Avvocato, si sente bene? È la più grossa che ha fatto l’anno scorso. Quella revocatoria fallimentare, si ricorda? La parcella dovrebbe oltrepassare i 20.000 euro”.
“Ah, sì. Va bene Tiziana, scriva al collega e al cliente. Ci sono urgenze per domani?”.
“Sono lì davanti a lei, avvocato. È sicuro di sentirsi bene?”.
“Benissimo. Non si preoccupi. Esco un attimo”.

Una volta fuori, all’aria della fine di Aprile, Italo riprese a respirare. Si accorse con sgomento che erano i fascicoli sul suo tavolo che gli fermavano il respiro. Si rese conto che le incombenze processuali gli pesavano sul petto come macigni. Come non era mai capitato. Si accorse che non capiva più le urgenze e le ansie dei clienti, dei giudici, dei consulenti. Pensò che tutta quella carta, tutte quelle parole scritte, tutti quei fogli non avevano più alcun senso nella sua vita.

Camminando attraverso i borghi del centro arrivò all’Università. Guardò oltre il cancello carrabile: il cortile con le aiuole e la fontana, le porte dei corridoi. Non c’era più nessuno di quelli che conosceva. Uno alla volta se ne erano andati tutti, morti o in pensione. Ma davvero era passato così tanto tempo? Più di 25 anni da quando si era laureato. Una vita. E lui cosa aveva fatto? Aveva guadagnato dei soldi. Tanti. Ma a cosa gli erano serviti? Aveva comprato una bella casa, delle belle macchine, aveva fatto vacanze in posti costosi, ma poi? A cosa era servito tutto questo? Cosa gli rimaneva?

Continuò a guardare oltre il cancello rendendosi conto che tutto il tempo passato non era servito a nulla. Che la vita, la sua vita, non gli era servita a nulla e che, in fondo, forse non era servita nemmeno agli altri. A clienti, agli amici, alle persone con cui era venuto in contatto in quegli anni.

Forse l’unica vita che era servita a qualcosa era stata quella di ragazzo, quando gli impegni erano solo suoi e il resto, tutto il resto era fatto di amicizia, di amore, di scoperte …

Non seppe dare risposta alle sue domande e cercò la vetrina di un negozio per guardarsi in faccia. Guardando il vetro scuro vide suo padre venirgli incontro nel vestito chiaro con cui lo ricordava sempre. Perso in questi pensieri Italo non si accorse che il tempo era passato molto in fretta e che stava facendo buio. Guardò il cellulare, 4 chiamate dalla sua segretaria e una da sua moglie. Guardò l’orologio: le 7 e mezza. Chiamò Tiziana.

“Ha chiuso lei lo studio?”.
“Sì avvocato, tutto bene?”.
“Sì, tutto bene. Vado a casa, a domani”.
“Buona serata avvocato”.
“Ah, Tiziana … Domani arriverò più tardi, prima vado in udienza, il fascicolo non mi occorre”.

* * *

Il vecchio fissò la donna in camice per un lunghissimo tempo, senza parlare, non sapendo nemmeno se ne era ancora capace. La dottoressa fece lo stesso, anche lei senza parlare, ma fissando sempre più intensamente gli occhi dell’uomo. Doveva sapere chi era. Dentro di lei sapeva che le sarebbe tornato in mente. Lei lo aveva già visto, ma dove? Quando?

Il vecchio chiuse gli occhi e respirò forte. La dottoressa controllò i valori e si accorse che erano tornati tutti stabili, addirittura migliori di quanto ci si potesse aspettare, come se avesse avuto davanti un giovane uomo e non quel vecchio malandato. Poi si decise a parlare.

“Lei è svenuto a causa di una estrema debolezza, pare che non abbia mangiato da giorni, ma nella tasca della sua giacca ho trovato questi”, disse agitando nella mano un pacchetto di sigari. “Non ha i soldi per mangiare e compra i toscani?! Così si fa?”.

Il vecchio non rispose, felice solamente del fatto che almeno i toscani li aveva ancora. Adesso si trattava di trovare gli zolfanelli. Poi pensò che non si poteva alzare e che lì dentro sicuramente non avrebbe potuto fumare. Guardò la dottoressa, ancora senza parlare, poi si voltò, chiuse gli occhi e la sua mente ricominciò a volare.

Gli anni dell’Università gli erano sembrati ancor più lunghi di quelli del Liceo, ma avevano avuto una fine anche quelli. L’Aula Magna, la discussione della tesi, il professore che si congratulava e sua madre che si commuoveva. Ma l’Università aveva significato anche amici, ragazze, serate passate nelle osterie della sua città e di Bologna, Pavia, Padova, Ferrara, Trieste a cantare, ridere e amare. Quegli amici gli erano restati nell’anima, anche quelli che erano tornati a casa lontano, anche quelli che dormivano sottoterra, li aveva ancora tutti davanti, anche lì, anche adesso che era vecchio e che da troppi anni non parlava con nessuno.

Sapeva che nei paesi dell’Appennino parlavano da qualche anno di questo vecchio che non parlava mai, che nessuno sapeva dove vivesse, che entrava nei bar di montagna pagando sempre il suo bicchiere di vino senza dire mai nulla, spiegandosi quasi a gesti, con questi soldi che non si sapeva dove prendesse. Erano nate leggende delle più varie: che fosse un miliardario che era impazzito; che uccidesse qualcuno ogni tanto per derubarlo nascondendo corpi e soldi in mezzo ai boschi e cose di questo genere. Ad un certo punto se ne interessarono anche i Carabinieri di un paese dei più lontani dalla città, ma non trovando corpi, non avendo nessuna segnalazione di sparizioni sospette e soprattutto non facendo nulla di male il vecchio, alla fine lasciarono perdere e lo lasciarono in pace. Tanto anche a fargli delle domande non avrebbe risposto. Quella volta che il Maresciallo del paese lo aveva invitato in caserma per interrogarlo, il vecchio non aveva detto nulla, limitandosi a guardare il militare con uno sguardo triste, così che, non cavandogli di bocca una parola, lo avevano lasciato andare, senza però accertarsi di dove vivesse. Avevano così scoperto che il vecchio abitava in una vecchia casa in mezzo al bosco, intestata ad un signore di città che anni prima gli aveva fatto un contratto di comodato gratuito per sempre. Nulla da dire per i militi dell’arma, quindi nulla da dire per nessuno.

* * *

La mattina dopo Italo si alzò come al solito molto presto, si fece la doccia , si vestì e scese in cucina a prendere il caffè, appena in tempo per sentire dalle scale la voce di sua moglie che diceva che sarebbe andata dai suoi su nell’Alto Cremonese e che sarebbe tornata a fine settimana.

“Va bene” pensò Italo, “tanto anche quando sei qui non è che tu ci sia poi tanto”. Ma poi gli venne in mente che forse anche sua moglie pensava la stessa cosa di lui. Fatto sta che a fine settimana sua moglie non tornò e Italo si godette la solitudine della sua casa ogni sera, con un caffè e un libro. Leggere saggi di storia era sempre stato la sua passione e lo aiutava a non pensare ad altro, soprattutto a non pensare al suo amico che non c’era più. Lo studio, il tribunale, le udienze, i colleghi, era stanco di tutto. Si chiedeva ormai da mesi a che cosa fosse servita la sua vita fino allora. Si era sposato, anche se non aveva avuto figli, aveva fatto un sacco di soldi, si era potuto permettere tutto quel che aveva sempre sognato da ragazzo, ma adesso che ce l’aveva, adesso che aveva tutto, si accorgeva che questo tutto non valeva niente.

Una sera, dopo cena, scese in cantina e cominciò a guardare cosa vi fosse, senza cercare nulla in particolare, solo per vedere cosa c’era. Trovò le vecchie Timberland del Liceo, vecchi giacconi anni ‘80, le canne da pesca di suo padre che lo avevano seguito nei vari traslochi, un pallone da rugby sgonfio e un vecchio televisore a tubo catodico. Cominciò a pensare e guardando tutti quegli oggetti ormai inutili si sentì vecchio e si accorse di essere stanco. Accumulare oggetti, la roba come quella dei Malavoglia, era sembrata una buona idea. Comprare cose che dopo pochi anni si erano rivelate vecchie ed ormai inutilizzabili sembrava l’unico scopo che la società metteva davanti alle persone, che in questo modo dimenticavano di essere persone, di avere un valore in quanto esseri umani e non in quanto felici possessori di un televisore con videoregistratore. A questi pensieri cominciò a sentirsi in colpa per come aveva vissuto fino a quel giorno, non tanto per aver avuto quale unico obbiettivo l’accumulo di beni inutili, ma per aver favorito con il suo lavoro l’arricchirsi di persone per lo più spregevoli che alla fine delle cause non si mostravano nemmeno grate per aver avuto ragione davanti al giudice. Italo cominciò a capire il distacco, che a volte diventava disprezzo, che tenevano i vecchi colleghi nei confronti dei loro clienti. Una cosa che a lui era sempre sembrata oltremodo facile, trattando solo imprese e società e mai persone con i loro problemi di esseri umani, di debiti, lavoro, famiglia, figli. Lui e sua moglie non avevano mai avuto figli e, a dire il vero, non li avevano cercati poi tanto e adesso pensava al suo collega G. che lo sostituiva in udienza ogni volta che lui non poteva andare, che di figli ne aveva avuti 2 molto presto e la ragazza più grande era già all’Università alla Facoltà di Medicina. Pensò che non conosceva i figli del suo amico e che questo non era giusto.

Salì in camera e quella notte si addormentò subito, di un sonno pesante senza sogni, che alla mattina dopo lo fece svegliare riposato come non succedeva quasi mai da tanti mesi.

Intanto sua moglie non era tornata da casa dei suoi nemmeno la settimana dopo e quella successiva e quella dopo ancora e lui aveva preso ad andare a camminare in montagna tutti i sabati e le domeniche. Stare in messo alla natura senza sentire rumori e soprattutto voci umane lo faceva star meglio di qualsiasi altra cosa. Decise che avrebbe comprato una casa, lontano dai paesi, magari in mezzo ad un bosco, se ne avesse trovata una e capitò proprio che la trovò, piccola, con l’entrata in cucina, il camino, un bagno e altre 3 stanze, abbastanza lontana dal paese più vicino, ma non così tanto da non poter andare a fare la spesa a piedi in una mezz’ora con lo zaino in spalla. La comprò subito e cominciò a sistemarla da solo, senza mai passare in paese, senza farsi nemmeno vedere, in modo da non far sapere a nessuno che la casa era abitata. I precedenti proprietari erano emigrati a Milano e nessuno li vedeva da più di trent’anni e nemmeno loro erano più tornati in paese e non vi tornarono nemmeno in occasione della vendita, fatta presso un notaio del centro della città. Avevano preso i soldi ed erano tornati a Milano senza dire nulla. “Meglio così”, aveva pensato Italo, “così nessuno in paese avrebbe notato nulla”.

Nemmeno lui aveva detto nulla. Che aveva comprato quella casa lo sapevano solo i venditori ed il notaio. Non aveva detto nulla nemmeno a sua moglie che, del resto, non vedeva ormai da quasi 4 mesi e anche le telefonate si erano diradate parecchio. Avevano tacitamente trovato un accordo senza andare davanti al giudice e Italo, per parte sua, ne era stato quasi felice, che davanti ai giudici andava anche troppo spesso.

Si era accorto che il lavoro, che era sempre stata la sua passione, non gli piaceva più. Mandava avanti le pratiche in maniera svogliata pur ottenendo sempre ottimi risultati, ma non ne aveva più voglia. Non era questione di stanchezza o altro: il fatto era che non capiva più il perché tutti quei clienti volessero quel che volevano. Perché si intestassero a discutere su questioni che avrebbero potuto essere risolte molto più semplicemente con un po’ di buon senso.

Questo non capir più il perché. Ancor più: questo chiedersi continuamente il perché, gli aveva tolto la passione per il suo lavoro. Anzi, gli aveva fatto venire una sorta di disprezzo per i suoi clienti che non gli permetteva di fare quel che avrebbe voluto, quel che sapeva avrebbe dovuto essere fatto.

Anche da ragazzo, anche all’Università si chiedeva sempre il perché delle cose ma a quel tempo era più facile, si studiava e basta. I libri, prima o poi, spiegavano il perché. E se non si trovava nei libri, si discuteva con i compagni e i professori fino a sviscerare le questioni ed arrivare all’osso, al motivo della vertenza. Ma oggi non era più così. La burocratizzazione del suo lavoro aveva tolto quella veste di cultura che ancora aveva l’avvocatura fino a qualche anno prima, per farla diventare una sorta di compravendita di ragioni e di torti. E questo ad Italo non stava più bene.

* * *

Le notti all’ospedale passavano una dopo l’altra senza che il vecchio se ne accorgesse quasi. La luce fioca delle lampade notturne e quella del giorno filtrata dalle tapparelle mezze abbassate non facevano poi una gran differenza. Così il vecchio dormiva anche di giorno, ma sempre meno e quasi con un occhio solo. Aspettava che la dottoressa dai capelli corti tornasse a fargli visita, anche se non le rivolgeva la parola. Da troppo tempo non parlava più con nessuno, ma in quei giorni all’ospedale quasi gli era tornata la voglia di farlo.

Gli tornò in mente Maria, la sua fidanzata dell’Università. Quante volte l’aveva lasciato e quante volte lui l’aveva convinta a tornare insieme… Quante volte avevano litigato per cose da niente che allora sembravano tutto. Quante volte aveva ripensato al fatto che alla fine era stato lui a lasciarla, definitivamente, per una leggerezza o forse per una distrazione che non aveva scuse. Per immaturità, sicuramente. Ogni volta che l’aveva rivista alle poche cene di classe a cui aveva partecipato si era dato del cretino per averla lasciata, per non averla cercata ancora. Ma ormai era passato tanto tempo e non sapeva nemmeno se Maria fosse ancora viva.

Questo pensiero lo fece star male. Ancor più di Maria, pensò a tutti gli amici che non vedeva ormai da anni e di cui non aveva più avuto alcuna notizia. Pensò ai compagni di classe, di Università, agli amici che forse se l’erano presa per essere lui scomparso dalle loro vite allontanandosi a poco a poco.

“Maria e gli altri amici, dove saranno?” si chiese il vecchio. Non ho avuto più notizia di loro da troppi anni, così tanti che non so contarli, forse 30. Una lacrima solcò il suo volto, poi un’alta e un’altra ancora. “Cosa ho fatto?!?”, urlava dentro di sé. “Perché? Perché? Perché?”, la domanda di sempre. La domanda a cui non era mai riuscito a dare una risposta.

* * *

Quell’anno l’Estate finì prima del solito. Le prime piogge di Settembre avevano portato i primi freddi, soprattutto in montagna e Italo dovette cominciare a scaldare la casa con sempre più abbondanti quantitativi di legna, nel camino e nella stufa della camera del piano di sopra.

In studio andava sempre meno e solo la mattina. Per il resto lavorava da casa con Internet, mandava gli atti e rispondeva alle mail ed in udienza si faceva sostituire dall’amico avvocato G. che ormai lavorava più per lui che per i suoi clienti. Era un vecchio compagno di Liceo, bravo quanto Italo ma meno fortunato nelle cosiddette pubbliche relazioni. In pratica, aveva clienti che pagavano sempre di meno ed era ben contento di collaborare con l’amico. Ogni tanto Italo si faceva vedere in Tribunale quando l’importanza del cliente richiedeva la sua presenza, e giudici e colleghi avevano potuto notare che si era fatto crescere una folta barba che stava diventando grigia e che parlava sempre di meno. Impeccabile nei suoi completi sartoriali, ma con un’aria più rilassata tanto che qualche volta si presentava in studio vestito sportivo, cosa mai successa prima.

Una domenica sera d’Autunno era rimasto nella casa di montagna a guardare dalla finestra il sole che scendeva e le foglie gialle degli alberi che si infuocavano dell’ultima luce del giorno. Uscito sul prato davanti alla casa, aveva respirato a lungo l’aria sempre più fresca della fine di Ottobre e aveva deciso di tornare in città la mattina dopo.

Quando era entrato in studio con i pantaloni da montagna, gli scarponi e la camicia di lana scozzese, Tiziana la segretaria aveva sgranato gli occhi ed era rimasta a bocca aperta. “… Buongiorno avvocato …” e non aveva più saputo cosa dire. Italo si era divertito a vedere così la sua segretaria, ma poi aveva detto che quella mattina non doveva ricevere nessuno e non doveva andare in Tribunale, quindi che poteva anche restare vestito così.

Tiziana, però, si era accorta del cambiamento che era avvenuto a poco a poco nel suo capo. Italo parlava sempre di meno e aveva tolto dalla libreria la foto che ritraeva lui e l’ing. Paolo, al Liceo, sui gradini della scuola un’estate di mille anni prima. Anche con i clienti l’avvocato era sempre più scontroso e sempre meno disposto a fare conversazione. Nessuno l’aveva più visto al club del tennis e nemmeno in qualche bar del centro a prendere un aperitivo con i colleghi.

La morte del suo amico lo aveva cambiato a tal punto da non farlo più riconoscere nemmeno ai suoi amici. Ma era possibile che fosse così? O forse lui era sempre stato così e la crisi profonda seguita al dolore non aveva fatto altro che far emergere quella sua misantropìa di fondo che si manifestava con lunghi silenzi e malinconìa. Passava le sere in casa da solo a leggere, la televisione non l’accendeva quasi mai se non per sentire cosa fosse successo nel mondo mentre lui se ne allontanava sempre più.

Cominciò a passare sempre più tempo nella casa di montagna leggendo e facendo grandi passeggiate. In città si faceva vedere sempre di meno e già qualcuno dei soliti bene informati andava dicendo che l’avvocato Italo Z. aveva perso la cognizione. Invidie, rancori per cause che aveva vinto o semplice noia alimentavano le frottole su di lui che non se ne preoccupava affatto.

La sua segretaria si era accorta che in studio non venivano più clienti nuovi da tanto tempo, eppure Italo rimaneva uno dei migliori avvocati della città. Il fatto era che proprio lui non ne voleva più. Alla soglia dei cinquant’anni aveva guadagnato così tanti soldi da poter chiudere lo studio e passare il resto della vita a non far nulla. E così fece.

Un bel giorno arrivò in studio annunciando a Tiziana che le doveva parlare di una cosa seria, la fece sedere nella poltrona davanti a lui e le annunciò che avrebbe lasciato il suo studio e tutti i clienti all’avv. G. che aveva già preparato il contratto di assunzione per lei, che non avrebbe avuto alcun problema di denaro poiché le aveva già preparato un assegno di buonuscita di un ammontare pari al doppio di quel che sarebbe stato un trattamento di fine rapporto. Tiziana rimase sconvolta dalla notizia, guardava il suo capo con gli occhi lucidi e non riusciva a parlare, ma sapeva bene che non ci sarebbe stato nulla da dire, che una volta che l’avvocato Italo Z. aveva preso una decisione non sarebbe tornato sui suoi passi.

In quel momento lo squillo del telefono aiutò a rompere la tensione, Tiziana rispose dall’apparecchio del suo capo e poi si rivolse ad Italo parlando lentamente con voce incerta: “È il notaio P., vuole parlare con lei”.

“Va bene Tiziana, dia qui”.“Pronto. Sì, va bene tra un quarto d’ora nel tuo studio. Hai preparato quell’atto che ti avevo chiesto? Tu non stare a preoccuparti chi è, mi basta che lo prepari e io vengo a firmare. Va bene, a tra poco”.

Riattaccò la cornetta e si rivolse alla segretaria: “Tiziana, vado dal notaio P. poi vado direttamente a casa. Oggi è venerdì, non torno nel pomeriggio. L’udienza di lunedì la farà l’avv. G. che passerà lunedì presto a prendere il fascicolo. Noi ci sentiamo”. Poi prese la porta appena in tempo per sentire Tiziana che gli diceva “Va bene avvocato”, non accorgendosi che la donna stava piangendo.

Quella sera a casa lo chiamò al cellulare un vecchio amico che non vedeva da mesi e Italo si sentì in colpa per questa che riteneva essere una sua mancanza. E si sentì ancora più in colpa per quel che aveva dentro: la voglia di star da solo, di non parlare con nessuno, di non vedere nessuno.

Dalla morte del suo amico aveva sviluppato questa melanconìa sottotraccia, quasi inavvertibile a chi non lo conosceva bene, ma che i suoi vecchi amici e la sua segretaria avevano notato subito. Quando era a casa in città rimaneva ore in poltrona a leggere, a volte dimenticandosi di mangiare e dormendo pochissimo. In montagna, invece, Italo rinasceva. Si era portato molti dei suoi libri e anche lì leggeva davanti al fuoco o cucinava sulla cucina economica che era riuscito a trovare in un mercato dell’usato identica a quella che avevano i suoi nonni quando era bambino. Passava intere giornate senza dire una parola, senza nemmeno telefonare. Di sua moglie non aveva avuto più notizie da quando si erano accordati di fare ognuno la propria vita. Del resto non c’era motivo perché sua moglie lo andasse a cercare, poiché se lui aveva guadagnato in quasi 25 anni cifre da capogiro, lei era figlia di proprietari terrieri miliardari e non le mancavano certo i soldi.

Così Italo trascorreva il tempo leggendo, camminando e pensando, pensando tanto, a volte troppo. Si accorgeva anche da solo che era cambiato e non per forza in meglio. Ma non aveva intenzione di rinunciare per nulla al mondo né al suo carattere e nemmeno a quel che lo faceva soffrire dentro. Come una sorta di cibo tossico che rivolta lo stomaco, il dolore gli aveva rivoltato l’anima a tal punto da fargli mettere in dubbio tutto ciò che fino ad allora aveva considerato un valore. Ma che un valore proprio non era, e solo adesso Italo se ne rendeva conto.

L’avvocato aveva preso a far provviste per la montagna in negozi sempre diversi, così da tornare raramente nello stesso posto, in modo che nessuno cominciasse a notare la sua presenza. Anche i sigari li comprava in tabaccai sempre diversi, che quelli non mancavano certo tra la città e i paesi di montagna e quando qualcuno gli chiedeva qualcosa, anche solo per fare conversazione, rispondeva sempre in modo da sembrare un escursionista che andava al rifugio solo quel giorno e poi tornava a casa sua, in città.

In studio non andava più e anche le telefonate si erano diradate a mano a mano fino a scomparire. Il suo amico G. sapeva cavarsela egregiamente, lui ne era sicuro e per qualsiasi ostacolo insormontabile avrebbe chiamato, ma non era mai accaduto. Anche i vicini di casa si erano accorti ad un certo punto di non aver più incontrato l’avv. Italo Z. che usciva o che tornava a casa, ma alla fine nessuno aveva fatto domande e dopo un po’ si erano dimenticati della sua assenza. Nessuno si chiedeva neppure chi abitasse in quella villetta liberty sempre chiusa.

* * *

Il vecchio non riusciva più a dormire. Pensava alla sua casa in mezzo al bosco dalla quale mancava da … non lo sapeva. Non riusciva a ricordare quando era sceso in città, a piedi, camminando lungo il greto del torrente, senza farsi notare da nessuno. Non riusciva nemmeno a ricordare da quanto tempo non tornava nella sua casa, se aveva dormito nel bosco come aveva fatto tante volte o se aveva dormito da qualche altra parte. Capì, in un momento di lucidità, che forse stava veramente perdendo il senno, come era successo a suo nonno tanti anni prima. E questo pensiero lo spaventò.

La dottoressa dai capelli corti si presentò quella sera come tutte le altre per controllare il suo paziente e lo trovò sveglio, ma con una espressione nuova sul volto, come se fosse spaventato da qualcosa.

* * *

Ormai Italo si era stabilito nella casa in mezzo al bosco e nessuno lo aveva più visto. Aveva fatto quelle 2 o 3 telefonate giusto per far sì che nessuno lo andasse a cercare e si era isolato del tutto, rinchiuso dentro di sé. Sul camino aveva messo la fotografia di lui e l’ing. Paolo tolta dalla libreria dello studio e la guardava continuamente, non per illudersi che il suo amico fosse ancora vivo ma per ricordare, tanta era la paura di dimenticare. Non voleva dimenticare un istante della sua vita, solo il lavoro di avvocato non gli mancava. Aveva portato nella casa un piccolo stereo e tutti i cd di quando era ragazzo, lasciando tutti gli altri nella casa di città. Lasciando nella casa di città tutto il resto, tutta la sua vita fino a quel giorno. Come se non fosse mai stata vissuta da nessuno, come se non fosse mai esistita.

* * *

Il vecchio guardò la dottoressa dai capelli corti che lo fissava. Aprì la bocca per parlare mentre lei si voltava per uscire dalla stanza. “Antonella”. La donna si fermò di colpo a metà tra lo stupore e la paura più profonda. La voce del vecchio era bassa ma decisa. “Come sta suo padre? È ancora in vita?”. Dicendo questo il vecchio cominciò a piangere piano mentre la donna non riusciva a dire nulla e restava lì con la bocca a aperta “… ma lei chi … ?”.

“Sono un vecchio amico di suo padre. Sono tanti anni che non lo sento e non lo vedo. E Tiziana? C’è ancora? Perché sono qui?”.

“Stia calmo … non deve …”.

“Non stia a preoccuparsi per me. Le chiedo una cosa, da quando sono qui ho perso il senso del giorno e della notte. Domani mi può far svegliare presto? Ho udienza”.

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Arturo Pagnanelli è nato a Parma, dove vive e fa l’avvocato, 54 anni fa. È appassionato di libri e di musica Rock. Ama  la letteratura del 900 e fra i suoi autori preferiti ci sono Stefano Benni, John Steinbeck, ma anche il primo Alberto Bevilacqua e Leonardo Sciascia. I suoi miti musicali sono Bruce Springsteen, Elvis Presley, Robert Johnson, Cure, Clash, Rolling Stones e Beatles.

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