Letture

Cantare fa male

Si erano conosciuti tempo addietro, la chitarra e lui, quand’era ancora uno sbarbatello di terza media. Una sera, alla televisione, vide un famoso chitarrista esibirsi in una fantasia di motivi. La lucentezza dello strumento, il suono struggente della voce e gli applausi del pubblico eccitarono la sua fantasia di adolescente. Tanto fece che i suoi gliene comperarono una. Era bella, pensava lui guardandola, e sparava scintille di luce al solo muoverla.

Durante le vacanze scolastiche prese qualche lezione di musica. Ne bastarono poche. Il maestro gli disse che aveva una naturale disposizione per lo strumento.

Passò le vacanze estive a Cattolica, sull’Adriatico. Suonava la sua chitarra e cantava sulla spiaggia, un po’ discosto dai bagnanti. Il proprietario di un locale del posto gli passò accanto e lo sentì. Gli piacque. Lo ingaggiò.

Per il giovane furono tre mesi indimenticabili. Di giorno nuotava, si strusciava sui bei corpi delle ragazze, quando poteva e la sera, abbracciato al suo strumento, chiudeva gli occhi e suonava, divertendo con la sua musica sé stesso e quanti aveva intorno. Al termine di ogni pezzo egli usava attendere qualche secondo, immobile, prima di attaccare un nuovo motivo. Era, il suo, un inconscio desiderio di volerlo ascoltare prima dentro di sé, il pezzo che avrebbe suonato. Gli applausi, a volte rumorosi, lo distoglievano dal suo mondo di assenza. Allora alzava il capo e si guardava attorno meravigliato, quasi a voler chiedere ragione di quel battere di mani.

Le sue canzoni piacevano. Parlavano di piccole cose e di giovani amori. I testi, nuovi e spontanei, insieme a una voce giovane e fresca si arricchivano nel suggestivo suono della chitarra. Ne usciva un’atmosfera, una fusione di suoni e parole talmente stretti da trasportare quanti li ascoltavano in quel lontanissimo posto dove avevano sempre sognato di trovarsi. Erano testi che parlavano dell’amore della ragazza di campagna per il giovane venuto dalla città in cerca di facili avventure, della delusione di lei o di lui all’abbandono. Il dolore era malinconìa e rimpianto, ma era anche promessa di nuovi amori. E poi altre gioie, poiché tutto ha fine in ciò che rinasce.

L’estate cessò nel solito temporale. Il suo ingaggio nel localetto fini in quattro note. Tornò in città. L’università gli aprì le braccia come la promessa di grandi amori. Se l’era sempre immaginata grande e buia, maestosa e grave. La trovò, invece, viva di giovani. Tanti, che erano sempre in troppi per le anguste aule che li accoglievano.

Non riuscì a innamorarsi dello studio perché il suo amore stava altrove. Un giorno in cui il bisogno di suonare si faceva sentire con forza corse all’armadio dove l’aveva riposta, la estrasse dalla custodia, l’accordò e ricominciò a strimpellare le sue canzoni che sapevano di gioie perdute.

Si sentì di nuovo sé stesso e un fervore di comporre l’afferrò come una febbre.

Per giorni e giorni provò e riprovò, da mattina a sera. Finalmente, un pomeriggio, finì di comporre: aveva scritto una canzone.

Non si trattava di un motivo tradizionale. Il tema musicale era giovane e nuovo, il testo rompeva col passato. Era poesia fatta di realtà. Le note parlavano il linguaggio dell’uomo e le parole quello della musica.

La prima audizione toccò ai genitori. I quali, loro malgrado, ammisero che la canzone era molto bella, che li aveva fatti ringiovanire, dissero.

La fece sentire anche agli amici più vicini. Ne furono entusiasti.

Spronato da una tale accoglienza, si decise. Andò in una sala d’incisione. Pagò le spese di registrazione e materializzò la sua creazione in una cassetta lucida e nera che si portò a casa stretta in una mano.

Si ascoltò molte volte. A tratti gli pareva di avere inventato qualcosa di veramente nuovo. Riascoltandosi poco dopo si sentiva maledettamente banale. Non trovava il coraggio, ma incitato dagli amici, cedette.

Un luminoso mattino, squassato da un quasi terrore, si presentò alla porta di una casa discografica. Si era fatto accompagnare da suo padre che, però, fu costretto a tornarsene a casa. Imbarazzato, espose i motivi della sua visita ad un usciere gallonato tutto diritto che pareva un generale in pensione. Quello capì ciò che il giovane andava confusamente spiegandogli ancora prima che quest’ultimo finisse di parlare.

“Prenda l’ascensore di destra, salga al quarto piano ed entri nel secondo ufficio a sinistra nel corridoio. Là le sapranno dire qualcosa“.

Così fece il giovane compositore, solo che non gli seppero dire proprio nulla se non che quello non era l’ufficio competente. Gli dissero che doveva salire al settimo piano ed entrare nel terzo ufficio sulla destra. Così fece ancora, la cassetta ben stretta nella mano. Muovendosi su e giù nel grande palazzo provò più volte il desiderio di scapparsene via. Strinse i denti e riuscì a resistere.

Sì, quello era il posto giusto, gli fu detto, tuttavia avrebbe dovuto attendere l’arrivo del funzionario incaricato delle audizioni e, inoltre, aspettare il suo turno. Che lasciasse pure la sua cassetta con indirizzo e recapito telefonico. Avrebbe avuto loro notizie entro breve tempo.

Alcuni attimi di incertezza quindi risolse di lasciare la cassetta all’impiegata che l’aveva accolto. Uscì dall’ufficio spiando la mano dell’impiegata, la mano che aveva accolto la sua preziosa cassetta.

Il giorni passavano lenti uno dopo l’altro. Il giovane Marco, questo il suo nome, conosceva ormai i tempi del postino alla perfezione. Tutti i giorni, mattina e sera, calava al pianterreno e interrogava la custode. La risposta era regolarmente negativa.

Dopo circa un mese , esasperato dalla lunga attesa, il giovane prese la sua decisione: si sarebbe ripresentato alla casa discografica e avrebbe chiesto spiegazioni. Non ce ne fu bisogno. Un mattino suonarono alla porta di casa. Marco era ancora a letto.

“È arrivato questo per suo figlio, so che aspettava una lettera…“.

“Mamma, è per me !“, strillò Marco dal letto.

“Sì, è un pacchettino…“.

Arrivò alla porta come un lampo, strappò il pacchetto dalle mani della madre e filò in camera sua. Strappò la custodia di cartone con mani nervose e trovò subito la sua cassetta. Non c’era altro. Guardò meglio nell’involucro appallottolato e rintracciò tra le pieghe un foglio sgualcito.

… l’accompagnamento strumentale è abbastanza gradevole, ma oltremodo sfruttato. Il testo è decisamente inadatto a una trasposizione in chiave musicale …

Tutto qui. Distrutto in quattro parole. Il suo castello di sogni crollò miseramente. Tornò in letto senza un moto di disappunto. Gli occhi caddero sulla chitarra appesa al muro. Pianse a lungo.

Lo sfogo cessò. Cadde in una cupa disperazione. Né valsero genitori e amici a distoglierlo dalla prostrazione. Passava intere giornate sdraiato sul letto, completamente vestito, gli occhi fissi al soffitto. Rifiutava anche il cibo. Poi Marco, pian piano, si riprese e ricominciò ad esistere. Infine riuscì a darsi uno straccio di spiegazione.

Riprese la sua vita di sempre.

Quella sera non se la sentiva di uscire con gli amici. Era una serata troppo chiara con tante stelle che accendevano il cielo. Sedette in soggiorno con i suoi vecchietti, come affettuosamente chiamava i genitori. Presero a chiacchierare. Il televisore era acceso. Trasmetteva un programma di canzoni.

Marco volse gli occhi alla tv, di scatto. Quelle note che uscivano dallo schermo le conosceva. Le conosceva bene, anche se mascherate da un imponente complesso orchestrale. Stavano trasmettendo la sua canzone! Applausi, tanti! Un notissimo cantante l’aveva interpretata. Un urlo proruppe dalla sua gola. Si alzò e in un lampo fu accanto alla tv. Sorrise come un matto, felice!

Il sorriso gli si gelò sulle labbra. Che storia era mai quella? La canzone era stata respinta! Non era possibile che l’avessero incisa e lanciata senza avere interpellato l’autore, senza una parola per lui!

Non chiuse occhio per l’intera notte. Passò le ore fantasticando su tutte le possibili spiegazioni, scartando l’unica possibile come inaccettabile. Certe porcherie non le fa più nessuno, si leggono solo sui fumetti, andava ripetendosi.

Alle otto era già per strada. Al portiere gallonato ripetè che saliva dal funzionario a portare una nuova cassetta. In un paio di minuti bussava alla porta dell’ufficio.

“Ieri sera, in tv, hanno trasmesso la mia canzone. Come è possibile questo?“.

La voce gli era uscita di bocca sopratono, molto sopratono.

Con voce diversa, ma piuttosto seccata il funzionario rispose:

“Quella che lei ha sentito non era la sua canzone, ma un’altra canzone. Succede, a volte, che due motivi presentino delle somiglianze…“.“Quella è la mia canzone! Ne sono certissimo! Che cosa ne avete fatto? L’avete stampata e lanciata senza neanche uno straccio di contratto. Ma questo è illegale!“.

“Sia più cauto nel parlare, giovanotto! Prima di lanciare un’accusa di questo calibro occorre avere in mano delle prove chiare e circostanziate, altrimenti sono guai grossi!“, esclamò il funzionario, con la voce che gli saliva di tono di misura che le parole intimidatorie gli sortivano di bocca.

“Ma io ho le prove!“, riprese Marco con uguale veemenza.

“Ah sì ? E quali sarebbero?“.

“In primo luogo la data della vostra lettera, che mi è arrivata prima del lancio della canzone. Inoltre, alla sala d’incisione dove l’ho registrata mi riconosceranno di certo e potranno testimoniare in mio favore…”.

“Ne è proprio sicuro?“.

“Ne sono sicurissimo!“.

“Lei è un ingenuo, giovanotto. Osservi la nostra lettera: non reca alcuna data, quindi potremmo averla scritta anche oggi, non le pare? Le posso infine assicurare che nessuno la riconoscerà alla sala d’incisione, la quale, si dà il caso che sia di nostra proprietà… Ecco, le sue prove sicure si sono sciolte come sapone nell’acqua. Non dimentichi, inoltre, che la nostra è un’organizzazione molto potente, con schiere di avvocati pronti a mangiarle la pelle!“.

Marco sentiva la bocca vuota, senza parole. Si volse di scatto e abbandonò la stanza.

Cessò di frequentare l’università. Smise di radersi. Smise di tagliarsi i capelli. Prese a indossare sempre e soltanto gli stessi indumenti: ampi maglioni slabbrati, pantaloni stinti e senza piega, anche sporchini e scarpe di tela. Cercava così di mostrare al mondo la sua ribellione. La sera prese a frequentare vecchie trattorie dell’ultima periferia, quelle poche ancora rimaste.

Non gli era rimasta che la sua amata chitarra, con la quale andava cantando le sue canzoni che parlavano di vite perdute. E, insieme, si faceva un panino di salame bagnato con del buon vino. Un giro di scopa e una canzone. Due colpi alle bocce sotto gli ultimissimi pergolati di uva nera nelle calde sere d’estate. Piaceva. Loro capivano.

Marco si sentiva quasi felice e ripeteva i suoi motivi abbracciato alla chitarra. Di tanto in tanto chiudeva gli occhi. Loro capivano anche questo.

Una notte, aveva fatto molto tardi in uno degli ultimi trani del Gratosoglio ed era piuttosto su di giri per via di un vino che si faceva desiderare, nel tornare a casa, a piedi lungo le strade vuote della città, gli prese un grosso nodo alla gola. Si fermò sulla piazzetta che ospitava la scuola Feltrinelli e guardò le ultime case basse della vecchia periferia milanese. Così, senza quasi accorgersene, imbracciò la chitarra. Prese a urlare alle finestre buie delle piccole case:

“Non m’ingannate col vostro buio silenzio. So che udite la mia voce, lo so! A voi voglio parlare. Svegliatevi! Ascoltate le mie canzoni!“.

Non mancò molto che una gazzella dei carabinieri giunse nella piazzetta. Lo raccolse e lo menò via. Disturbo della quiete pubblica e vagabondaggio sarebbero stati i capi d’imputazione idonei a sbatterlo in cella per una notte. Se non che il maresciallo in servizio che aveva ascoltato spezzoni della sua storia, ma aveva capito benissimo tutto il resto, stracciò il rapporto degli agenti in servizio e lo accompagnò alla porta scaricandolo all’esterno con un mezzo sorriso sulle labbra.

Fra i romanzi di  Sergio Cioncolini pubblicati da Pendragon ricordiamo Il cortile del diavolo (2011), I giorni corti (2012), Andava a veder morire i piccioni (2014), L’albero delle bionde (2015), Un’isola sottovento (2016), Un coltello di ceramica verde (2018), Danni collaterali (2019) e Vacanza di sangue (2020).

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