CoolVinyl

I migliori dischi della storia del Rock: Ode To Billy Joe

È il 3 giugno, “un altro giorno sonnolento e polveroso” vicino al Delta del Mississippi. Una famiglia torna a casa per cena dopo una giornata di lavoro nei campi e a tavola l’argomento obbligato di conversazione è Billy Joe McAllister, un ragazzo del paese che s’è appena ammazzato buttandosi dal ponte di Tallahatchie. Lo stesso ponte da cui, con una ragazza somigliante alla narratrice del racconto, aveva gettato qualcosa (un anello di fidanzamento? Una bambola di pezza simbolo dell’infanzia perduta?).

La notizia shock non interrompe la routine quotidiana: il padre pensa agli altri campi da arare, la mamma scuote la testa, il fratello ricorda un vecchio scherzo che insieme avevano fatto a sua sorella e un suo recente incontro con Billy, la domenica dopo la messa. Nel mentre, i commensali si passano il pane, i fagioli e la torta di mele. Solo la ragazza ha perso l’appetito e non tocca cibo. Resta, sospeso sulle loro teste e irrisolto, il mistero del suicidio: perché lo ha fatto?

Bobbie Gentry sul Tallahatchie Bridge, 1967
© Michael Rougier

Non è la trama di un dramma di Tennessee Williams o di un romanzo Southern Gothic di William Faulkner, Flannery O’Connor o Cormac McCarthy. Non è neanche un film di Elia Kazan o di John Huston (anche se un lungometraggio uscirà poi, nel 1976, per la regia di Max Baer Jr.). È il testo di una canzone che nell’estate del 1967 raggiunge il N° 1 delle classifiche dei singoli americani restandovi per 4 settimane a dispetto dell’atmosfera noir, dell’ambientazione precisa e del tagliente studio dei caratteri, inusuali per un 45 giri pop e che il critico del Los Angeles Times Leonard Feather paragona a quelli del coevo film In The Heat Of The Night/La calda notte dell’Ispettore Tibbs di Norman Jewison, con Sidney Poitier e Rod Steiger.

Anche per quel motivo, Ode To Billy Joe di Bobbie Gentry diventerà un pezzo leggendario subito baciato da un grande successo internazionale (innumerevoli le cover: quella italiana di Paola Musiani, Ode per Billy Joe, resta fedele all’originale sia nell’arrangiamento sia nel testo tradotto da Mogol, perdendo solo la sua precisa connotazione geografica e amplificando la teatralità drammatica dell’interpretazione; mentre sulla scorta dell’immediata popolarità conseguita, nel febbraio del 1968 la Gentry verrà invitata a partecipare al Festival di Sanremo, interpretando La siepe in coppia con Al Bano). Tante, tantissime le versioni, ma anche i tentativi d’imitazione e le parodie più o meno velate (la più celebre è Clothes Line Saga, un pezzo che Bob Dylan include nei suoi Basement Tapes con la Band e che recava come titolo provvisorio Answer To ‘Ode’).

Non assomiglia a nulla di quanto si ascolta in giro in quei tempi, Ode To Billie Joe: 4 minuti e 15 secondi articolati in una lunga e incalzante successione di strofe, senza ritornello e senza “ganci” melodici particolari, scanditi da insistenti accordi di chitarra acustica (il demo originale dell’autrice, presentato alla Capitol Records per proporlo ad altri interpreti), con la voce calda e sensuale di Bobbie contrappuntata in post produzione da archi inquieti e sguscianti. Visti i risultati (in seguito arriveranno anche 3 Grammy + 1 per l’arrangiatore Jimmie Haskell), la casa discografica invoca un album da pubblicare al più presto; e ci vuole poco a completarlo: autrice ispirata e prolifica, la Gentry ha pronti molti altri provini per voce e chitarra; i sessionmen ingaggiati da Kelly Gordon, produttore in forze alla scuderia della Capitol, vi aggiungono i loro strumenti per arricchire il sound e il gioco è fatto.

La cantautrice americana durante le registrazioni ai Capitol Studios, 1967

Uno dei pezzi è già in mano loro, e inizialmente era stato scelto come lato A del singolo contenente Billy Joe: anche Mississippi Delta, con quel riff tagliente di chitarra elettrica, gli ottoni, l’armonica e una voce mai così roca farà storia, diventando un prototipo di autentico swamp rock che accende una lampadina in testa a un altro sudista doc come Tony Joe White. Titolo e testo non lasciano dubbi neanche stavolta: Bobbie, allora avvenente 25enne dai capelli corvini, lunghi e vaporosi, è una ragazza della contea di Chickasaw, nel Mississippi, che nelle sue canzoni si ritrae in abiti rurali e camicie a quadri in cammino sulla riva del fiume e fra stradine di ghiaia in mezzo al nulla, mentre cerca di convincere papà a portarla con sé in città e la domenica passeggia mano nella mano con il fidanzato con un parasole giallo e l’abito della festa. Scrive e canta di sé stessa, della sua infanzia, della sua adolescenza e di quel che vede intorno: la vita quotidiana nelle fattorie della “cintura del cotone”, le esistenze semplici di gente operosa e di sfaccendati (“Alzati, pigro di un Willie, c’è lavoro da fare/Di diciassette figli tu sei il più pigro/Ci sono i maiali in cucina e i galletti nel porcile/ed erbacce in giardino che crescono all’altezza del ginocchio”).

© Ed Simpson

Quadretti rustici e familiari, paesaggi assolati e solitari sotto una coltre d’afa appiccicosa, gente senza grilli per la testa a parte chi, come lei, sa che un giorno sarà qualcuno, dotata com’è di stile, di classe, di charme e d’eleganza. C’è un côté e un filo comune, nelle canzoni di Ode To Billie Joe (l’album): i pezzi più veloci assomigliano tutti alla title track, con la chitarra acustica che detta il ritmo, i ghirigori di armonica e le dinamiche rincorse di archi e ottoni. Lazy Willie e Chickasaw County Child sono bluesate, e in quest’ultima (come in Mississippi Delta) anche il titolo scandito o sillabato dalla voce di Bobbie serve a creare il groove; la torrida Bugs anticipa lo stile di Tony Joe White con una voce maschile in controcanto e i violini ronzanti come gli insetti che nel testo volano tra i campi, attaccano gli alberi da frutta, si posano sul tavolo della cucina o sulle finestre di casa.

In tutto il disco si dipanano strofe ricche, ritmiche e fluenti, scritte in uno slang autenticamente sudista in cui le parole strisciano, si legano e si arrotolano. Anche in Niki Hoeki, l’unica cover, scritta da Jim Ford con i fratelli Vegas della band di sangue nativo americano Redbone e già portata al successo da PJ Proby, che aggiunge sapori forti di cajun e di Louisiana. Gentry mischia country, blues, soul e swamp rock ma ha anche un lato più romantico, più soffice, più pop: l’armonica struggente, la dolcezza malinconica e l’atmosfera incantata di I Saw An Angel Die, o la tenera delicatezza di Sunday Best, sono perfette colonne sonore immaginarie per un film americano sentimentale degli anni 60.

Sembra quasi di ascoltare certe cose di Dusty Springfield, se non che Bobbie (come Jackie DeShannon e poche altre, a quei tempi) è autrice dei suoi pezzi e non imita nessuno, avvicinandosi all’allora esordiente (come lei) e metropolitana Laura Nyro nel crooning notturno di Hurry Tuesday Child (il trait d’union qui è Haskell, che con la ragazza del Bronx lavorerà 2 anni dopo su New York Tendaberry). Il tempo di valzer veloce, il contrabbasso, la tromba e il vibrafono di Papa, Won’t You Let Me Go to Town with You? aggiungono una sfumatura jazz a un disco che, pur non essendo un concept come il successivo The Delta Sweete, nell’arco dei suoi 30 minuti e poco più suona come una grandiosa sinfonia sudista.

In America scalzerà il Sgt. Pepper beatlesiano dalla prima posizione, finendo contemporaneamente ai vertici anche nelle classifiche specializzate country e rhythm & blues a conferma dell’universalità del suo linguaggio. I suoi enigmi, però, resteranno irrisolti. Nel giugno del 1972 il Tallahatchie Bridge, su cui Bobbie si era fatta fotografare nel novembre del 1967 per la rivista Life, collasserà in seguito a un incendio e non si saprà mai perché Billy Joe McAllister si sia ucciso. «Il punto centrale della canzone è un altro: l’indifferenza di fondo della gente e la disinvoltura che sa sfoggiare anche nei momenti di tragedia», osserverà la Gentry, donna e artista indipendente, determinata, proto femminista e poco incline al compromesso. Che, pure lei, scomparirà (volontariamente) di scena dopo soli 7 album usciti in 5 anni, smettendo di pubblicare dischi nel 1971 e non facendosi mai più sentire o vedere in pubblico dopo il 30 aprile 1982, da allora blindata – dicono – in un appartato quartiere residenziale vicino a Memphis. Sfuggente e misteriosa come le sue meravigliose canzoni.

Bobbie Gentry, Ode To Billie Joe (1967, Capitol Records)

Share: