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I migliori dischi della storia del Rock: Talking With The Taxman About Poetry

Di solito l’album più difficile per un musicista è il 2°, da sfornare in fretta e sotto pressione, mentre il 1° è il frutto di anni di vita, di preparazione, di lavoro, di ispirazione. Per Billy Bragg, invece, è stato il 3°, come lui stesso confessava sulla copertina di Talking With The Taxman About Poetry, «the difficult third album» uscito nei negozi il 22 settembre del 1986: il suo Lp della maturità, della svolta, dell’ampliamento – senza esagerare – delle ambizioni artistiche al di là dell’estetica e dell’etica punk che avevano modellato i primi 2 facendo del cantautore di Barking, con quella sua vissuta chitarra elettrica “ammazza fascisti” e con quel fortissimo accento cockney, il paladino di un allora inedito stile che partendo da Woody Guthrie arrivava fino ai Clash.

2 anni dopo, in una delle sue canzoni, Bragg avrebbe cercato di spiegare che senso avesse «mescolare pop e politica», ma la risposta è già tutta qui: in questi 12 brani che il one man band inglese incise con ospiti di nome e di valore affidandosi alla produzione di John Porter (anche bassista, e allora molto in voga per la sua liaison professionale con gli Smiths) e raccogliendoli sotto un titolo che citava una poesia del 1926 del cantore della Rivoluzione Russa d’Ottobre, Vladimir Vladimirovič Majakovskij (1893-1930), riprodotta nella confezione del vinile.

Billy Bragg

Il suo “socialismo del cuore” (un’altra delle espressioni a lui care) e la sua popular music per gente pensante, trovavano una perfetta sintesi soprattutto nei 2 capolavori del disco, pubblicati entrambi e con alterne fortune anche come singoli. Il 1° è Greetings To The New Brunette, un’effervescente e gioiosa istantanea di vita quotidiana che fotografa il momento esaltante dell’innamoramento celebrato “con una pinta di birra e un nuovo tatuaggio”, prima che le foglie cadenti dell’autunno e la routine di coppia spengano l’entusiasmo di quegli “anni estivi” a base di “gelati e baci al cioccolato”. Lì sono la chitarra elettrica di Johnny Marr degli Smiths e la voce calda e sensuale di Kirsty MacColl (indimenticabile, in quegli anni, anche in Fairytale Of New York dei Pogues) a incorniciare la quintessenza del miglior Brit pop del decennio.

Il 2°, ancora più noto e apprezzato, è Levi Stubbs’ Tears, una ballata commovente che cita nel titolo il nome di 1 dei componenti dei Four Tops e nel testo quelli dei principali autori della Motown raccontando una storia di violenza domestica, di abbandono e resilienza in cui la musica è l’àncora di salvezza e la colonna sonora del riscatto, mentre la tromba di Dave Woodhead è il sigillo finale a 3 minuti e ½ di pura magia musicale.

Sono mini sceneggiature, le canzoni di Bragg. Hanno lo stesso acume descrittivo e lo sguardo affettuoso e compassionevole del cinema proletario di Ken Loach; trasportano il crudo realismo dei drammi kitchen sink inglesi a cavallo tra i ’50 e i ’60 negli anni tetri di Margaret Thatcher e dello sciopero dei minatori di cui Billy era stato un sostenitore in prima linea. Pop e politica, appunto. Lo spirito socialista, egalitario, internazionalista e popolare di Bragg vibra nei pezzi che più ricordano la sua produzione antecedente imperniata quasi esclusivamente sulla sua voce sgraziata ma espressiva e sulla sua ruvida, energica chitarra elettrica: evocando esplicitamente la melodia di Chimes Of Freedom di Bob Dylan, Ideology è una lucida, asciutta e ancora attualissima analisi sul venire meno del rapporto di fiducia con la classe politica, sullo smantellamento del Welfare e sui desideri di milioni di persone che “in cambio delle loro tasse si aspettano qualcosa in più/come libri scolastici, letti d’ospedale e pace in questi tempi maledetti”.

La dinamica Help Save The Youth Of America è invece una frecciata polemica indirizzata, in piena epoca reaganiana, alla gioventù americana con la mente sgombra da pensieri e la tavola da surf sotto braccio, illusoriamente convinta che la politica estera degli States e quel che accade nel resto del mondo non la riguardi, mentre There Is Power In A Union è un inno sindacale da cantare a squarciagola e con il pugno alzato; un’invocazione all’unità di classe contro sfruttatori e crumiri che riprende un traditional ottocentesco dell’americano George Frederick Root, assurto a fama nazionale soprattutto nel periodo della Guerra Civile.

L’unica altra cover in scaletta, Train Train, è una locomotiva folk rock recuperata da un 45 giri pubblicato 10 anni prima dai londinesi Count Bishops, pionieri di quel pub rock da cui il punk prese slancio e ispirazione. Ne alimentano lo sbuffante motore a scoppio, la chitarra sferragliante di Billy e l’indiavolato violino di Bobby Valentino, coprotagonista anche della sbarazzina Wishing The Days Away, melodia vintage al servizio di una storia semplice il cui protagonista si strugge contando i giorni che lo separano dall’amata. Conditi da ficcanti osservazioni sulla realtà quotidiana, gli affari di cuore e le preoccupazioni sentimentali sono l’altra costante della scrittura di Bragg, che nel music hall vecchio stampo di Honey, I’m A Big Boy Now canta di un uomo abbandonato dalla moglie mentre il timbro di un organo riscalda l’ambiente in The Warmest Room, luogo predestinato a un rapporto sessuale agognato e ripetutamente rimandato (in epoca di Aids, allora incubo collettivo).

The Marriage, con i suoi ricami quasi barocchi di tromba; e The Passion, con il suo arpeggio sommesso e di nuovo la voce della MacColl in controcanto, sono 2 lati della stessa medaglia: il rifiuto di sancire un’unione sentimentale con il matrimonio (“L’amore è solo un momento d’offerta/e il matrimonio è quando ammettiamo che i nostri genitori avevano ragione”) e il ritratto disincantato di una coppia sposata e distante in cui è l’uomo a doversi assumere le responsabilità principali del fallimento. Delusioni sentimentali, familiari e politiche trovano il definitivo punto d’incontro a fine disco con The Home Front, l’inno di una nazione esausta e sconfitta in cui “la nostalgia è l’oppio dell’epoca”; e di un popolo che attende con ansia la fine della giornata lavorativa, rimpiange i bei tempi andati e passa il tempo a guardare le vetrine dei negozi senza poter mettere mano al portafoglio.

È un quadretto amaro e deprimente, eppure in tutto Taxman soffia una insopprimibile, giovanile energia vitale: nelle sue canzoni Billy vede una luce in fondo al tunnel ed esorta alla condivisione, all’empatìa e alla solidarietà. Convinto, allora come oggi, che cinismo e indifferenza, più ancora che turbocapitalismo, fascismo e razzismo, siano i nostri avversari peggiori.

Billy Bragg, Talking With The Taxman About Poetry (1986, Go! Discs)

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