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I migliori dischi della storia del Rock: Streetnoise

Nel 1969 Brian Auger e Julie Driscoll sono la coppia artistica più cool della scena londinese. Lui, pianista prodigio cresciuto nei jazz club della capitale, si è convertito all’Hammond B3 stregato dall’incantesimo di Back At The Chicken Shack di Jimmy Smith, ascoltato per caso un giorno mentre gironzola per il mercato di Shepherd’s Bush. Lei ex impiegata del manager Giorgio Gomelsky e addetta al fan club degli Yardbirds, si è scoperta una voce da Aretha Franklin bianca ed è già diventata una icona di stile: cappelli a tesa larga, ciglia finte, acconciature alla moda, uno charme moderno e androgino capace di rivaleggiare con quello di Twiggy. Avevano iniziato a collaborare negli Steampacket, un supergruppo dall’esistenza brevissima che comprendeva anche il bluesman Long John Baldry e un giovane Rod Stewart; ma soprattutto erano finiti sulla bocca di tutti per le loro straordinarie cover, colorate e psichedeliche, di This Wheel’s On Fire di Bob Dylan e Rick Danko (ascoltata su 1 nastro dei leggendari Basement Tapes) e di Season Of The Witch di Donovan. Incidono per la Marmalade di Gomelsky, business man furbo e spregiudicato deciso a battere il ferro finché è caldo, che nei primi mesi dell’anno gli prenota 2 settimane agli Advision Studios di Londra pretendendo un disco con consegna pressoché immediata.

Costantemente impegnati in tour (anche in Italia) con i Trinity che allora comprendono Dave Ambrose al basso e Clive Thacker alla batteria, incidono tutto il materiale originale che hanno messo da parte nel frattempo. Ma non basta: per riempire il doppio album in cantiere, Streetnoise, attingono nuovamente a un ampio serbatoio di cover, la loro specialità, e quello che nel maggio del 1969 arriva sugli scaffali dei negozi è un collage vivacissimo, espressione di un modo di fare musica che sta a cavallo tra i 60 e i 70: nessuna linea guida, nessun concept ma orizzonti ampi e molta ambizione; non una raccolta di singoli ma 1 album vero e proprio con un mix di stili che vanno contemporaneamente in molte direzioni. Gli appassionati dei timbri caldi dell’Hammond trovano molto pane per i loro denti, anche se Brian, oltre a cantare in 1 paio di pezzi, non rinuncia al piano elettrico e al pianoforte acustico (la ballata jazzy Looking In The Eye Of The World) mentre la voce esplosiva di Julie e le sue sottovalutate qualità di autrice hanno molte occasioni per risplendere.

Dave Ambrose, Brian Auger, Julie Driscoll, Clive Thacker

È lei, futura moglie e collaboratrice del pianista free e avant garde Keith Tippett, l’anima radicale e sperimentale del duo. Lo dimostra nel pezzo più spiazzante e ostico in tracklist, Czechoslovakia, dove su una delicata ballata per chitarra acustica e voce irrompono a un certo punto note dissonanti e stridenti: sono i carri armati sovietici che radono al suolo i “fiori promettenti” della Primavera di Praga. Julie e la sua chitarra sono protagoniste anche di A World About Colour e di Vauxhall To Lambeth Bridge, progressive folk dalle linee melodiche e progressioni armoniche per nulla scontate, mentre Auger si scatena con i suoi fluidi e velocissimi fraseggi all’organo in stile proto acid jazz sporcato di soul e di funk (una miniera d’oro per dj e specialisti del campionamento nei decenni successivi) nell’iniziale Tropic Of Capricorn, jazz pop con tanto di assolo di batteria; e negli scattanti strumentali Ellis Island e Finally Found You Out.

Nelle 4 facciate del doppio vinile, contrassegnate ciascuna da un sottotitolo, si incunea anche un originale di Dave Ambrose (voce solista e chitarra acustica nel midtempo In Search Of The Sun), ma non c’è dubbio che anche stavolta siano i pezzi altrui il piatto forte del menù. Julie è una discepola osservante di Nina Simone, dotata delle corde vocali e della giusta grinta per rendere omaggio come si deve alla scorbutica regina nera del North Carolina: non 1 ma 2 volte, con una trascinante ripresa del gospel Take Me To The Water e una formidabile, ipnotica rilettura di un altro classico del suo repertorio, il traditional When I Was A Young Girl in cui la voce si inalbera drammatica e potente sui rintocchi funebri e ad effetto dell’Hammond di Brian raccontando la triste storia di una bad girl che paga la sua continua ricerca del piacere passando dalle birrerie alla galera per finire dritta in una bara. Il jazz, tra lei e Auger, è un amore condiviso, ed ecco anche una bella versione per voce, pianoforte e sezione ritmica della celeberrima All Blues che Miles Davis aveva incluso nel 1959 nel leggendario Kind Of Blue e a cui poco dopo il cantante, poeta e attivista Oscar Brown Jr. aveva aggiunto un testo.

 Julie Driscoll

Conoscono bene la storia della musica e le radici, “Jools” e Brian, ma hanno anche le orecchie dritte e sanno cogliere ciò che di nuovo ed eccitante circola nel mondo musicale. Così prendono di petto il gospel laico e ritmato di Save The Country della giovane Laura Nyro, da un paio d’anni una delle autrici più “hot” e interpretate della scena americana; e il Richie Havens pre Woodstock di Indian Rope Man, un funk soul travolgente che l’80enne ma vitalissimo Mr. Auger ripropone ancora oggi immancabilmente in concerto accanto a Light My Fire: «Quando ascoltai la prima volta il pezzo dei Doors non ne rimasi molto colpito. Mi sembrava che non avesse swing, che non ci fosse dinamismo. Ma poi sentii la versione di José Feliciano e cambiai idea», ricorda Brian che proprio alla chiave di lettura del cantante e chitarrista portoricano fa riferimento in questa esecuzione sensuale e rallentata, jazzy e sinuosa come la voce della Driscoll qui in una delle sue migliori performance. Un pezzo datato 1967 come il musical hippie pacifista Hair, musiche di Galt MacDermot su testi e libretto di Gerome Ragni e James Rado, che le reinterpretazioni pop dei Fifth Dimension portano in classifica e sdoganano presso il grande pubblico: Julie, Brian e i Trinity trasformano a loro volta I Got Life e la celeberrima The Flesh Failures (Let The Sunshine In) in solari inni alla gioia, cogliendo l’attimo di passaggio dalla breve stagione della Swinging London all’altrettanto effimera Era dell’Acquario.

Brian Auger

Breve sarà anche la collaborazione tra Auger e Driscoll, che dopo quell’album accolto abbastanza freddamente dal pubblico prendono strade diverse: Julie intraprende la via della ricerca e della sperimentazione accanto al marito e lontano dai riflettori; Brian resta alla guida dei Trinity per 1 solo altro album prima di salire nei 70 a bordo del suo Oblivion Express, un treno destinato all’oblìo e che viaggerà in direzione ostinata e contraria al mercato pop verso sonorità funk jazz e latineggianti. Torneranno insieme una volta ancora nel 1978 con l’album Encore, ma Streetnoise appartiene a un’altra storia e a un’altra epoca, nel momento in cui con la musica tutto sembrava possibile e a portata di mano. Julie e Brian cantavano e suonavano senza porsi limiti o confini, senza generi e senza etichette, in una zona franca dove il jazz incontrava il soul, il pop, la folk song e il rock senza pregiudizi e grande carica comunicativa.

Musica elettrica per la mente e il corpo, come dicevano in quegli anni Country Joe & The Fish, con il profumo di possibilità infinite, di una vita vissuta a pieno ritmo con la voglia di abbandonarsi al piacere della musica e all’intuizione del momento. Il suono, appunto, di uno Streetnoise, di un caotico ma armonioso rumore di strada che ancora si sprigiona da quei solchi spumeggianti.

Julie Driscoll, Brian Auger & The Trinity, Streetnoise (1968, Marmalade)

 

 

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