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I migliori dischi della storia del Rock: Paradise And Lunch

Circolavano solo vinili e musicassette, negli anni 70. Eppure, già allora, i dischi di Ry Cooder erano oggetti in qualche modo multimediali: agili manuali di viaggio, piccoli diari di appunti musicali e geografici che stimolavano la voglia di conoscere, di approfondire, di viaggiare. Erano così, i suoi album, ben prima che il chitarrista di Los Angeles aggirasse l’embargo alla musica cubana con il Buena Vista Social Club; che esplorasse il blues del Mali accanto ad Ali Farka Touré, o che si bagnasse sulle rive del Gange insieme a Vishwa Mohan Bhatt. Prima che prestasse le sue note a Wim Wenders per il film Paris, Texas e a tanti altri registi diventando un maestro della musica per immagini.

Con i primi Lp solisti, l’ex enfant prodige della slide che aveva esordito negli anni 60 con i Rising Sons in coppia con Taj Mahal prestando poi il suo grande talento in studio a Captain Beefheart, a Neil Young, ai Monkees, ai Rolling Stones, a Randy Newman, ai Little Feat e a tanti altri, iniziava a esplorare le radici della American Music in tutte le sue forme; scavandone il terreno con l’ardore e l’entusiasmo di un archeologo e di un etnomusicologo, desideroso però di plasmare e rendere viva la materia riesumata, invece di consegnarla sotto vetro a un museo.

Ryland Peter “Ry” Cooder

Le dust bowl ballads della Grande Depressione di Into The Purple Valley (1972), il tex mex e l’r&b di Chicken Skin Music (1976) o il soul rock elettrico di Bop Till You Drop (1979), sono 3 infallibili esempi di questi suoi affascinanti studi sul campo; ma è forse in Paradise And Lunch (maggio 1974) che si compie la sintesi migliore di questa sua prima fase di carriera: sotto forma di un Lp ancora oggi freschissimo, scorrevole e piacevole all’ascolto in cui l’unica cosa datata e naïf è probabilmente la copertina low cost in cui la foto del musicista è contornata dai disegni della moglie Susan Titelman, sorella del fonico Russ che – come in tanti altri storici dischi su etichetta Reprise del periodo – sedeva con il produttore Lenny Waronker in cabina di regia.

Anche a loro si deve quel suono nitido, fluido e mai intrusivo, perfetto per il repertorio che Cooder decide di affrontare armato di chitarre acustiche, elettriche e di mandolino suonati con quel gusto, quella perizia e quella misura (meglio una nota in meno che una di troppo, il suo credo) che ne fanno un maestro riconosciuto degli strumenti a corda ma anche un simbolo dell’understatement che nulla concede allo sfoggio fine a se stesso e all’effetto spettacolare, sempre circondandosi di grandi musicisti, come in questo caso i batteristi/percussionisti Jim Keltner e Milt Holland, i bassisti Chris Ethridge e Red Callender, l’altosassofonista Plas Johnson. Con Titelman, Cooder firma il brano più orecchiabile della selezione: una morbida e mossa rivisitazione in chiave calypso pop di un brano di Washington Phillips datato 1929, Tattler, poco dopo ripreso anche da Linda Ronstadt e dal David Soul di Starsky & Hutch e che qui, fra delicate sottolineature d’archi e dinamiche percussioni, perde le connotazioni blues originarie conservando il suo seme gospel.

Proprio gospel e blues sono le fonti a cui Paradise And Lunch ricorre più spesso e volentieri: a cominciare dalla sincopata train song acustica che apre la scaletta – Tamp’Em Up Solid – e dall’altro, celeberrimo traditional americano Jesus On The Mainline, colorato da una sezione d’ottoni che evoca le orchestre dell’Esercito della Salvezza o le parate delle Second Line a New Orleans. È il gioco che a Ry Cooder riesce meglio: quello di rimescolare le carte inventandosi arrangiamenti inediti e apocrifi, che incorreranno magari negli anatemi di qualche purista ma che portano una ventata d’aria fresca alla musica del passato remoto, ma anche più recente. Ry innesta ritmi reggae sul tronco di It’s All Over Now, l’r&b di Bobby Womack che i Rolling Stones avevano fatto conoscere al pubblico rock giusto 10 anni prima; mentre Mexican Divorce, gioiellino latin soul firmato nel 1962 da Burt Bacharach e da Hal David per i Drifters, accentua i suoi colori chicani anticipando tante altre avventure cooderiane al di là del border, il confine tra Messico e Stati Uniti.

È un disco di strumenti scintillanti e calibrati, Paradise And Lunch, ma anche di grandi voci: non tanto la sua, che usa comunque con intelligenza e consapevolezza dei suoi limiti, quanto quelle di un robusto ensemble in cui si avvicendano Gene Mumford, Bill Johnson, George McCurn, Walter Cook, Richard Jones, Karl Russell, lo stesso Titelman e soprattutto lo splendido Bobby King, grande soulman che proprio nei dischi di Cooder trova la piattaforma di lancio per una carriera mai abbastanza lodata (spesso in coppia con un altro fedelissimo di Ryland, il compianto Terry Evans) e che molti ricorderanno anche nella band di Bruce Springsteen ai tempi dello Human Touch Tour. I loro timbri caldi e avvolgenti e i loro dinamici contrappunti, si alternano al talking del chitarrista in una quasi scherzosa Married Man’s A Fool (firmata dal leggendario Blind Willie McTell) e nell’elettrica If Walls Could Talk di Bobby Miles, con Mexican Divorce capitoli di un trittico dedicato al tema dell’amore, del matrimonio e delle crisi sentimentali.

In un disco che si guarda indietro con una mentalità contemporanea, gli omaggi alla black music scavallano fra stili e decenni: il blues anni 50 e 60 di Chicago e della Chess Records è protagonista della medley Fool For A Cigarette/Feelin’ Good che omaggia J.B. Lenoir con la slide in primo piano; mentre Ditty Wah Ditty, il ragtime di Arthur “Blind” Blake, regala in coda all’album 1 dei momenti più divertenti ed esaltanti: la sei corde acustica e la voce di Cooder in duetto nientemeno che con il pianoforte del 71enne Earl Hines, autentico pioniere del jazz che negli anni giovanili aveva rivoluzionato i fondamenti melodici e armonici dello strumento.

È un incontro perfetto fra tradizione e innovazione in cui – come scrisse anni fa il celebre giornalista musicale americano Bob Lefsetz – sembra di piombare di punto in bianco in una piccola e polverosa bettola sul ciglio della strada, a godersi l’estemporaneo spettacolo di 2 musicisti che si divertono a suonare per se stessi, quasi ignari del pubblico che li circonda. Forse il segreto di Paradise And Lunch e di tanti dei primi dischi di Cooder, sta proprio lì: nel suonare così sciolti e spontanei, espressione di una gioia pura e incontaminata, anche se sono il frutto di ricerche minuziose e di una conoscenza enciclopedica della musica degli Stati Uniti (e poi del resto del mondo).

Lo paragonano ogni tanto ad Alan Lomax, il campione delle registrazioni sul campo che hanno preservato la memoria del folklore americano, ma lui non ci sta e ha ragione. Il suo non è mai stato un approccio storico, metodico e scientifico; per Cooder il passato è piuttosto una fonte inesauribile di storie, di musiche e di suggestioni che si proiettano nell’attualità. Imbracciando una chitarra al posto del magnetofono, Ry ricorda a tutti il valore della Storia, utilizzandola per raccontarci il presente.

Ry Cooder, Paradise And Lunch (1974, Reprise)

 

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