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I migliori dischi della storia del Rock: Moby Grape

3 squillanti chitarre, 5 autori con le melodie e le parole giuste in tasca, 5 voci capaci di armonizzare e di volare da sole. Grande meteora del San Francisco Sound anni 60 (anche se nella seconda parte del decennio pubblicarono 4 album), i Moby Grape erano una squadra con troppi capitani e nessun gregario; un team di talenti troppo sbilanciato in attacco e in balìa della schizofrenìa di un capriccioso fuoriclasse: Skip Spence, il cantante, chitarrista e compositore di origini canadesi che i Jefferson Airplane avevano ingaggiato nel 1966 come batterista (perché, a quanto pare, ne aveva il physique du rôle) e che ben presto si sarebbe guadagnato un posto nella galleria delle vittime illustri delle droghe allucinogene accanto a Syd Barrett, a Rocky Erickson e a Peter Green.

Moby Grape

Nessuno di loro, a parte Skip, era un hippie ed era cresciuto nella città della Baia: il chitarrista solista Jerry Miller e il batterista Don Stevenson arrivavano da Nord, da Seattle; e il bassista Bob Mosley da Sud, da San Diego, mentre Los Angeles era la città di provenienza dell’altro chitarrista ritmico, Peter Wilson. Eppure, quando in piena Summer of Love, il 6 giugno del 1967, la band pubblicò il suo 1° e omonimo album per la Columbia Records dopo aver fatto molto parlare di sé in città per i suoi esplosivi concerti, in molti erano pronti a scommettere che Haight-Ashbury avesse trovato un’altra band capace di dettare la linea, di scalare le classifiche e di finire sulle copertine delle riviste. Come gli Airplane, come i Grateful Dead, come i Quicksilver Messenger Service, come i Big Brother & the Holding Company con Janis Joplin al microfono.

Non andò così, e 54 anni dopo Moby Grape resta un fantastico album di culto, idolatrato da tanti musicisti (le sue canzoni e quelle apparse nei dischi successivi sono state incise o eseguite dal vivo dai Move, dai Black Crowes, da Cat Power, da Robert Plant – che tuttora li indica spesso tra i suoi gruppi preferiti – e persino da Bruce Springsteen in 1 dei suoi gruppi giovanili, i Castiles) ma confinato al ristretto circuito degli intenditori. Eppure avevano tutto per sfondare, i Grape. Avevano le canzoni, il suono, l’immagine. Avevano un talento esplosivo e volatile minato quasi sul nascere da una serie di circostanze sfortunate (una condanna per possesso di droga e atti osceni in luogo pubblico, un posizionamento infelice nel programma del Monterey Festival, un tour subito andato in fumo con The Mamas & The Papas). E avevano un produttore rampante, Dave Rubinson, convinto di avere trovato «il miglior gruppo che avessi mai sentito». Li portò a Los Angeles negli studi di registrazione della Columbia, la major discografica che battendo l’agguerrita concorrenza della Elektra e della Atlantic se n’era assicurata i favori provvedendo nel frattempo, e su loro richiesta, a sbarazzarsi dell’ingombrante manager Matthew Katz. Prima per registrare alcuni provini e poi, nel marzo del 1967, per completare in 3 settimane un Lp che intendeva ricreare l’eccitazione delle loro performance dal vivo all’Avalon Ballroom, purgate dalle lunghe improvvisazioni strumentali.

È quello l’umore ottimista ed effervescente che si respira in Hey Grandma, un arrembante boogie rock corretto all’acido con un tridente di chitarre e un testo che omaggiava la “freak scene” di Frisco e le sue ragazzine sexy che indossavano gli abiti della nonna; e in Omaha, il pezzo da novanta che allora si ascoltava in tutte le radio FM: introduzione in feedback e poi adrenalina a ruota libera, nastri al contrario, un coro che esplode di gioiosa vitalità, riff e rullate di batteria. Un inno del flower power che nel 2008 la rivista Rolling Stone ha collocato fra le 100 canzoni chitarristiche migliori di tutti i tempi. 2 potenziali hit fra cui scegliere, si chiedeva la Columbia? «Macché», rispondeva Rubinson, «qui di singoli ce ne sono 5». Detto fatto. Con una mossa mai vista prima, la casa discografica pubblicò 5 45 giri in simultanea: una mossa avventata, forse suicida, che non fece del bene né all’etichetta né alla band.

Abilissimi nella scrittura e nell’esecuzione, in precario equilibrio fra le personalità e gli orientamenti musicali di 5 musicisti già rodati e di talento, i Moby Grape mischiavano con autorità e personalità suoni e suggestioni figlie del momento e del luogo in cui si muovevano: in Mr. Blues, Mosley, il soul man del gruppo, riusciva a coniugare solari ritornelli sunshine pop degni dei The Mamas & The Papas con la grinta e l’anima della Stax di Otis Redding (esplicitamente evocato anche nell’r&b lisergico di Come In The Morning), mentre Fall On You (firmata da Lewis), Lazy Me (ancora Mosley) e la sognante Someday (un parto a 3) conservavano qualcosa della fragrante freschezza folk rock dei primi Jefferson Airplane, quando Spence sedeva dietro i tamburi ed era Marty Balin a dirigere le operazioni del gruppo.

Alexander Lee “Skip” Spence (1946-1999)

E se Changes e Indifference procedevano a passo di carica con tutta la cavalleria disposta sul campo di battaglia, i Moby Grape dimostravano anche di sapere quand’era il momento giusto per rallentare, moderare i toni, titillare dolcemente le orecchie. Succedeva tra le pieghe delicate di 8:05, un gioiellino acustico che rielaborava gli Everly Brothers nel contesto del Brave New World che si dipanava davanti ai loro occhi: magica istantanea che catturava il momento in cui Stevenson e Miller, sulla Oldsmobile di quest’ultimo, attraversavano il Golden Gate Bridge alla volta di San Francisco per diventarne cittadini a tutti gli effetti. E succedeva in Naked, If I Want To, una piccola scheggia di estasi e di impeto libertario hippie che completava il suo arco narrativo in meno di 1 minuto.

In quel 1° album, la concisione era una delle virtù del quintetto, capace nei 13 pezzi in programma di restare quasi sempre attorno ai 2/3 minuti di durata ipoteticamente perfetti per il formato 45 giri e per la programmazione radiofonica: non erano richiesti tempi supplementari per il cosmic country (stile Byrds e New Riders Of The Purple Sage) di Ain’t No Use o per farsi avvolgere dalle narcotiche spire di Sitting By The Window, ballata lirica e acidula in cui Haight-Ashbury incrociava il Sunset Strip losangelino dei Love di Arthur Lee.

Quando ascoltarono questo “ben di dio“, i dirigenti della Columbia non stettero più nella pelle; e non badarono a spese per lanciare in orbita i loro nuovi pupilli (stanziando la bellezza di 100.000 $ in promozione). Tutti gli “alti papaveri” della casa discografica, musicisti, personalità locali e trend setter parteciparono al fastoso lancio del disco che si tenne con un party di presentazione all’Avalon Ballroom: lì, tra il profumo delle orchidee fatte arrivare apposta dalle Hawaii, Janis Joplin li raggiunse sul palco per un paio di canzoni mentre i giornalisti venivano omaggiati con distintivi che recavano impresso l’emblema della band e con lussuose cartelle stampa con copertina in velluto.

Quella notte stessa, Miller, Spence e Lewis vennero arrestati dopo che la polizia li beccò sulle colline sopra Marin City in compagnia di 3 ragazze 17enni, Skip senza pantaloni e Jerry con i resti di un joint in tasca. Era il 1° segno premonitore, il 1° indizio del fatto che qualcosa sarebbe andato storto anche se l’album entrò subito nella Top 25 di Billboard vendendo stabilmente per i 6 mesi successivi. Nei 4 album seguenti, tra alti e bassi i Moby Grape non furono in grado di ripetere la magia di quel disco che tanti critici, colleghi e appassionati considerano tuttora, e giustamente, 1 dei massimi capolavori della psichedelìa californiana. Il manifesto di una band appassita in fretta, purtroppo, come i fiori delle Hawaii che con un colpo ad effetto ne avevano salutato l’arrivo sulla scena.

Moby Grape (1967, Columbia Records)

 

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