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I migliori dischi della storia del Rock: I Never Loved A Man The Way I Love You

Il batterista Roger Hawkins ha un ricordo indelebile della prima volta che sentì Aretha Franklin eseguire da sola la canzone che avrebbe intitolato il suo 1° album per la Atlantic, I Never Loved A Man The Way I Love You: «Non avevo mai visto tanta emozione fuoriuscire da un essere umano». Era il 24 gennaio del 1967, e da quel giorno la soul music — anzi, la musica tutta — non sarebbe stata più la stessa. Fu una Rivelazione, quella che sperimentarono tutti i presenti nello studio FAME di Rick Hall a Muscle Shoals, in Alabama. Impossibile da trasmettere a parole, o anche da replicare per immagini come ha tentato di fare anche il recente biopic Respect.

Un terremoto che aveva il suo epicentro nella voce e nel pianoforte di Aretha: gli stessi strumenti che anni prima aveva combinato in maniera altrettanto esplosiva Ray Charles, suo antesignano alla Atlantic. Era stato Jerry Wexler, dirigente e produttore dell’etichetta newyorkese rossonera, sinonimo del più autentico r&b del dopoguerra, ad avere avuto la folgorante, giusta intuizione: una disc jockey radiofonica di Filadelfia, Louise Bishop, lo aveva avvertito che la giovane Franklin, 24 anni, si era liberata dal contratto con la Columbia Records, major concorrente che non aveva saputo valorizzarne appieno il talento snaturandola nei panni di una entertainer di lusso, ma poco ispirata e originale. Una serie di dischi eleganti, riccamente orchestrati e di taglio pop non era riuscita a sviscerarne la vera anima, il soul sanguigno e passionale che rielaborava in chiave secolare e terrena la parola del Signore, il gospel imparato e assorbito cantando in chiesa fin da bambina a fianco del padre, C.L. Franklin, pastore battista e attivista dei diritti civili a Detroit.

Aretha Franklin (1942-2018)

Voce e pianoforte: quello era il cuore della sua arte e tutto doveva partire da lì. Wexler ne era convinto, e aveva ragione. Le corde vocali di Aretha e gli 88 tasti del suo strumento sono il fulcro di un album in cui tutto il resto — una cornice straordinaria che moltiplica il feeling e l’impatto del canto e delle melodie — arriva dopo: le chitarre elettriche di Jimmy Johnson e Chips Moman, l’organo e il piano elettrico di Spooner Oldham, il basso di Tommy Cogbill, la batteria di Hawkins, i fiati, i cori. Pennellate decise ma mai intrusive eseguite in gran parte da uomini di pelle bianca abituati a convivere con la profonda anima black del Sud statunitense, in 1 dei primi esempi di straordinario melting pot artistico e interrazziale (e proprio in Alabama, dove la segregazione era ancora feroce e le frequentazioni tra gente di razza diversa rumorosamente disapprovate dai benpensanti).

Gli stessi uomini che a Muscle Shoals avevano già scolpito nella pietra 45 giri leggendari come Land Of 1,000 Dances e Mustang Sally di Wilson Pickett; e che sotto la guida illuminata di Wexler e degli straordinari fonici Tom Dowd e Arif Mardin (anche sopraffino arrangiatore), seppero creare un suono genuinamente afroamericano ma commestibile per tutti. Capaci di cucire un abito aderente addosso alla stessa title track, un hit single scritto da un concittadino di Aretha, Ronny Shannon, e introdotto dal Wurlitzer di Oldham: un inizio da gospel laico lento e sinuoso che esplode in un ritornello a gola spiegata, un trillo penetrante e una candida confessione indirizzata all’alter ego della canzone, il classico rubacuori bugiardo e imbroglione.

Eppure, con la sua voce purissima, potente e assertiva, la Franklin non trasmette la classica immagine di donna succube e remissiva di tante canzoni del periodo; mostrandosi, anzi, volitiva e determinata per quanto vittima di un sortilegio amoroso da cui non riesce a liberarsi. I’ve Never Loved A Man… resterà l’unico brano completato — in 2 ore soltanto! — a Muscle Shoals, dove il team farà appena in tempo a registrare la traccia base (chitarra, basso e batteria) di Do Right Woman – Do Right Man prima che l’alcol butti benzina sul fuoco di un aspro alterco fra un componente della sezione fiati, il trombettista Ken Laxton, e il manesco, aggressivo marito e manager di Aretha, Ted White. La magica canzone firmata da Oldham con Dan Penn, una specie di dolce preghiera che ricorda al partner come la sua donna non sia un giocattolo ma un essere umano in carne ed ossa, verrà completata negli studi della Atlantic a New York, dove una parte della crew di Muscle Shoals si trasferirà per completare l’album in 2 sole sedute di registrazione, l’8 e il 14 febbraio.

A chiudere la seconda session saranno 2 cover di pezzi epocali firmati Sam Cooke e Otis Redding: quest’ultimo aveva pubblicato Respect 2 anni prima, ma nel riproporla dal vivo nel giugno di quel 1967 sul palco del Monterey Pop Festival il Re del soul l’aveva già idealmente ceduta alla ReginaÈ una canzone che una ragazza, una mia buona amica, mi ha portato via», disse quella sera prima di eseguirla con il suo gruppo davanti a un pubblico di hippie). La rivista Rolling Stone l’ha proclamata il mese scorso la più grande canzone di tutti i tempi scegliendo la versione della Franklin, e resta poco da aggiungere: con lei la richiesta di rispetto in una relazione sentimentale diventa una dichiarazione d’orgoglio e autoaffermazione adatta a ogni battaglia di rivendicazione, alla causa femminista come alle lotte per i diritti civili, mentre lo scattante r&b fiatistico di Otis è amplificato da una vocalità vulcanica e da quel controcanto scioglilingua che lei stessa incide con le sorelle Carolyn ed Erma inserendovi una tipica espressione gergale afroamericana, sock-it-to-me, che è un sinonimo del parlar chiaro e senza fronzoli. Impossibile aprire un album in modo più vigoroso ed efficace di questo: un gancio che ti stende subito al tappeto, ma con la grazia di un Sugar Ray Robinson o di un Muhammad Ali.

All’altro estremo del disco, la chiusura è affidata a un altro classicissimo (N° 3 nella succitata classifica di Rolling Stone), a sua volta diventato un inno dei movimenti anti segregazionisti e della comunità afroamericana: una personale e appassionata rivisitazione, per quanto forse leggermente inferiore all’originale, di A Change Is Gonna Come dell’impareggiabile Cooke, che di Aretha fu un mentore convinto e che a 4 anni di distanza dalla sua scioccante morte per un colpo d’arma da fuoco veniva omaggiato anche con la frizzante e ottimista Good Times.

Un altro maestro della soul singer nativa di Memphis, Ray Charles, aveva portato al successo nel 1956 il blues di Drown In My Own Tears, qui rielaborato in una versione aggiornata ma altrettanto sofferta; scelta oculata, come quella di un paio d’altre hit più recenti su cui la cantante era pronta a lasciare un’impronta indelebile come quelle impresse nel Walk of Fame di Hollywood: nel 1964 si erano imposte nelle charts r&b tanto Soul Serenade del grande tenorsassofonista King Curtis, bandleader della sezione fiati di Aretha, che l’accorata Baby, Baby, Baby interpretata da 2 protetti di James Brown: Anna King e Bobby Byrd (Janis Joplin l’avrà sicuramente tenuta a mente, prima di incidere un album come I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!).

Il ritmo bossa nova di Don’t Let Me Lose This Dream, che la Franklin stessa firma con White, alleggeriva i toni del disco prima degli altri fuochi d’artificio: marito e moglie fanno decisamente più sul serio con la celebre Dr. Feelgood (Love Is A Serious Business), un blues torrido e a tasso altamente erotico che diventerà un cavallo di battaglia nei concerti, mentre Aretha chiede aiuto a Curtis e alla sorella Carolyn per sfornare un altro stomper ballabile e irresistibile come Save Me, riff killer di chitarra e contrappunto fiatistico incalzante.

Ogni volta che Aretha cominciava una canzone, i musicisti scuotevano la testa in segno di meraviglia“, scriveva all’epoca, nel marzo del 1967, Jerry Wexler nelle note di copertina dell’album originale. I 54 anni trascorsi da allora e gli innumerevoli ascolti su giradischi, mangianastri, lettori Cd, pc, smartphone, radio, cinema e televisione non hanno usurato i solchi del leggendario Lp, quel senso di meraviglia e di euforia che ogni volta ti coglie di sorpresa.

Aretha Franklin, I Never Loved A Man The Way I Love You (1967, Atlantic)

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