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I migliori dischi della storia del Rock: Irish Heartbeat

Scomparso a Dublino poco più di 2 settimane fa a 83 anni, Paddy Moloney era davvero un personaggio unico e straordinario. Minuto e gracile come un elfo eppure “larger than life”, come dicono i britannici per indicare le personalità smisurate e incontenibili. Iperattivo e con l’argento vivo addosso. Loquace e amichevole con chiunque anche se (sostengono diversi suoi ex collaboratori) esigente, pignolo e ispido all’occorrenza.

Un vulcano di idee, che con i suoi Chieftains è stato l’ambasciatore della musica irlandese nel mondoL’ha messa lui sulla mappa geografica», ha dichiarato Keith Richards). Sempre alla ricerca delle sue tracce sul pianeta («Sono convinto che pensi che tutta la musica del mondo arrivi da lì», ha osservato Ry Cooder: 1 dei tantissimi artisti con cui ha incrociato il suo percorso, in un pantheon che include Luciano Pavarotti e i Rolling Stones, Sting ed Elvis Costello). Sempre aperto a contaminazioni stilistiche alla faccia dei puristi del folk.

Paddy Moloney (1938-2021)

In una discografia sterminata in cui abbondano i capolavori (il Chieftains Live! del 1977, la colonna sonora del Barry Lyndon di Stanley Kubrick) e intriganti album multistar come The Bells Of Dublin, 1991; e The Long Black Veil, 1995), a molti è restato nel cuore e nella memoria soprattutto Irish Heartbeat, il disco del 1988 in cui la band dublinese incontrò il “leone di BelfastVan Morrison: Nord e Sud del Paese per una volta riuniti al di là dei confini e delle divisioni culturali, politiche e religiose in un viaggio (ben poco programmato o studiato a tavolino) di riscoperta delle radici a cui i protagonisti arrivavano da punti di partenza e da percorsi completamente diversi.

Van Morrison

Innamorato del blues e del rhythm & blues dai tempi dei Them, Van “the Man” si era già avvicinato alla musica delle sue origini con dischi solisti come Veedon Fleece e Into The Music ricercando dentro di sé il suo battito cardiaco irlandese: quell’Irish Heartbeat cui aveva intitolato nel 1983 una canzone dell’album Inarticulate Speech Of The Heart e che insieme a Celtic Ray (da Beautiful Vision, 1982) sarebbe stata l’unica sua composizione rivisitata in una raccolta per il resto votata a un repertorio di celeberrimi classici popolari d’Irlanda.

«Fu Paddy Moloney, sempre alla ricerca di nuove angolazioni, l’istigatore», ha raccontato qualche anno fa alla rivista inglese Uncut Brian Masterson, il fonico che lavorò alle 2 session che si tennero nell’autunno del 1987 e nel gennaio del 1988 ai Windmill Lane Studios di Dublino, sottolineando anche il ruolo fondamentale di collegamento che svolse nell’occasione l’arpista e multistrumentista Derek BellLui e Van erano spiriti affini»). Fra 2 teste dure come Morrison e Moloney le scintille erano assicurate. Avrebbero potuto divampare in un incendio distruttivo e provocarono invece bagliori luminosi, un fuoco caldo e ristoratore: Van e Paddy fianco a fianco, nel riarrangiare magistralmente la crema del songbook tradizionale.

The Chieftains

Il tin whistle e le cornamuse irlandesi (le piccole uillean pipes) del padrino dei Chieftains, l’arpa e le tastiere di Bell, i violini di Martin Fay e di Seán Keane, il flauto di Matt Molloy, il bodhrán e la voce di Kevin Conneff (insieme al basso di Ciarán Brennan dei Clannad) creavano un sound inconfondibile e familiare come la felina voce soul di Morrison, che a quelle incisioni aggiunse la sua chitarra acustica ma anche – quando sentiva irresistibile il richiamo del ritmo – una batteria da lui stesso suonata (Masterson: «Colpiva il charleston con grande violenza e faceva un sacco di rumore». Fu un incubo, ha confessato, ricavarne un suono equilibrato e omogeneo al resto del mix strumentale).

Era come guidare un calesse con 2 purosangue abituati a fare di testa propria. Eppure funzionò: i pezzi firmati da Morrison, Irish Heartbeat e Celtic Ray, scovavano in questa dimensione la loro più pura anima celtica e il resto – un vero “best of Irish Music” – svetta fra le centinaia di versioni di quei sempreverdi arrivate prima e dopo.

Il retro copertina di Irish Heartbeat

Il ritmo baldanzoso di Star Of The County Down, la danza gioiosa di I’ll Tell Ma, la spensierata vivacità ritmica di Marie’s Wedding bilanciano perfettamente le ballad più lente e introspettive, l’atmosfera sospesa di Raglan Road e il clima spettrale della celeberrima She Moved Through The Fair (il cui protagonista riceve ogni notte in sogno la visita dell’amante morta tragicamente), 2 master class di esecuzione strumentale e di interpretazione vocale: nella prima i melismi e le modulazioni di Morrison passano letteralmente dal ruggito al sussurro, nella seconda Van gestisce magistralmente la dinamica e i volumi usando le corde vocali come un sassofono jazz nelle ripetizioni e negli ad libitum che sfumano in coda.

Sono altrettanto ammalianti una placida e maestosa versione di Carrickfergus e una magica My Lagan Love che davvero profuma di erica e di Atlantico, con Van che arrotola le parole del testo in una sequenza di mugugni e mugolii. Ma un prim’attore ha bisogno di una grande spalla: ed è qui che rifulge il ruolo di Moloney, orchestratore supremo, e della sua allegra brigata: straordinari nell’amplificare il sapore autenticamente tradizionale e le coloriture delle canzoni, un vero ensemble senza prime donne che non suona mai una nota in più del necessario.

Persino qualcuno dei protagonisti non avrebbe scommesso un pound irlandese sulla riuscita del connubio. Ma certamente sapeva cosa avrebbe potuto venirne fuori Paddy, mente lucida e piglio avventuroso, vista lunga e cervello fino, gran motivatore e puro spirito Irish come la Guinness per cui lui e il suo gruppo finirono inevitabilmente, a un certo punto, per fare da testimonial.

Van Morrison & The Chieftains, Irish Heartbeat (1988, Mercury)

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