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I migliori dischi della storia del Rock: Emerson Lake & Palmer

Il 29 agosto 1970, 2 colpi di cannone sparati da Keith Emerson in persona a fine show salutavano il debutto ufficiale di Emerson, Lake & Palmer all’Isle of Wight Festival. Meno di 3 mesi dopo, il 20 novembre, esplosioni sonore non meno fragorose e ad effetto si sprigionavano dai solchi dell’omonimo album di debutto su etichetta Island (Atlantic in America) di 1 gruppo dotato indiscutibilmente di superpoteri: 1 trio dalla potenza di fuoco deflagrante che metteva insieme il funambolico tastierista dei Nice, il versatile cantante e bassista dei King Crimson e l’atletico batterista degli Atomic Rooster (e prima ancora del Crazy World of Arthur Brown).

Erano insieme da poco, non componevano ancora a più mani e stavano prendendosi reciprocamente le misure, i 3, che forse per questo motivo hanno sempre considerato quel disco il meno omogeneo della loro carriera, pur riconoscendogli (parole di Lake) «la freschezza, la novità, l’ispirazione e il potenziale inespresso delle opere prime». La loro ambizione, però, era già sconfinata; e i progetti che avevano in mente grandiosi: in studio, agli Advision di Londra, si ritrovavano a discutere di Karlheinz Stockhausen e di Thelonious Monk immaginando una musica che, proseguendo sulla strada aperta dai Nice, incorporasse nel rock elettrico e progressivo il jazz e la classica, la musicaseria” che il pubblico conservatore si ostinava a considerare nettamente separata da quella leggera e di consumo.

Greg Lake, Carl Palmer e Keith Emerson

Emerson, che Jimmy Page considerava già allora «il Jimi Hendrix delle tastiere», dietro la sua imponente strumentazione emanava un carisma e una selvaggia carica da frontman che la nuova band gli permetteva di sfogare sul palco ma anche in sala di incisione, grazie a quel sound potente e a volte persino intimidatorio che Lake, sistematosi sulla seggiola del produttore, riuscì a fissare su nastro con l’aiuto prezioso del grande fonico Eddie Offord. L’inizio dell’Lp, affidato allo strumentale The Barbarian, è in questo senso programmatico: dopo un riff distorto di basso trattato con un effetto fuzz che lo fa assomigliare a una chitarra elettrica, gli accordi minacciosi e taglienti dell’organo Hammond e il drumming travolgente ti scaraventano subito in un mondo sonoro cupo, maestoso e apocalittico, prima che i 3 si lancino in una rivisitazione a tempo di ragtime dell’Allegro barbaro di Béla Bartók (1911); mentre in coda alla prima facciata un’esplosione in piena regola saluta la conclusione di Knife-Edge, dove il blues, l’hard rock e la voce limpidissima di Lake si confrontano con gli accordi di quinta della Sinfonietta di Leoš Janáček (1926) mentre nel finale spunta la melodia della Suite francese in re minore di Johann Sebastian Bach: citazioni a ruota libera e non accreditate, come si usava allora, che non sfuggirono agli eredi dei compositori classici con cui la band e i suoi legali furono costretti a trovare un rapido accordo.

Possenti e aperti all’improvvisazione, quei 2 brani diventeranno cavalli di battaglia praticamente immancabili nelle scalette dei concerti, ma anche su disco sanno trasmettere l’eccitazione e la sfacciataggine di una musica nuova e futuristica; come osserverà Lake, rappresentano però solo una faccia della medaglia di 1 disco che ha la sua arma segreta nella dinamica e nei forti contrasti chiaroscurali, nel passaggio «da una potenza imponente a un sound malinconico, soffice e delicato». Greg si riferiva alla brusca transizione fra The Barbarian e la successiva Take A Pebble, una sua composizione che in questa versione si estende a 12 minuti e ½ di durata: una ballata nostalgica, sognante e contemplativa il cui immaginario acquatico è evocato dalle cascate pianistiche di Emerson e dai quasi impercettibili rintocchi percussivi con cui Palmer riproduce nella parte centrale il suono lieve dei cerchi concentrici prodotti dal rimbalzo di un sassolino sul pelo dell’acqua, mentre Lake canta splendidamente di ricordi dolenti, di foto strappate e ingrigite dal tempo, di soprabiti e tasche logorati dall’uso.

Mutuando una tecnica sperimentata per primo da Keith Jarrett, Emerson introduce il brano sfregando le corde di 1 pianoforte a coda con 1 plettro, per poi eseguire con la mano sinistra un ostinato che risponde alla melodia cantata da Lake. Di lì in poi, il brano muta più volte fisionomia e atmosfera prima di tornare nel finale al motivo principale: le spazzole di Palmer imprimono un ritmo agile a improvvisazioni modali e jazzate non dissimili da quelle che i Nice avevano sviluppato su Hang On To A Dream di Tim Hardin, prima e dopo una parte centrale in pianissimo in cui è il solo Lake ad arpeggiare delicatamente un’acustica lanciandosi poi in un intermezzo scandito da un battimani come ci trovassimo nel mezzo di un folk club.

EL&P in concerto all’Isle of Wight Festival, 29 agosto 1970

Take A Pebble rimane probabilmente la cosa più bella che EL&P abbiano mai prodotto ed è un momento di magica intersezione dei 3, che per gran parte della seconda facciata si trovano raramente a suonare tutti insieme. Emerson spadroneggia nella suite di ispirazione mitologica The Three Fates, con 3 movimenti ispirati alle divinità greche Clotho, Lachesis e Atropos che tengono in mano il filo delle umane esistenze: a una solenne prima parte suonata sull’organo a canne della Royal Festival Hall di Londrali convinsi a lasciarmelo usare promettendo che non lo avrei preso a coltellate», scherzerà poi il tastierista riferendosi alle sue celebri performance sul palco) ne segue una per pianoforte solo in cui Keith sfoggia una torrenziale fluidità ma anche una grande abilità nel giocare con toni e volumi, mentre nell’incalzante epilogo in 7/8 tornano Lake & Palmer e, accanto a quelle dell’Hammond, affiorano le sonorità allora ancora aliene e misteriose del Moog. Altrettanto frenetico e trascinante è il ritmo di Tank, un altro strumentale dove Emerson si destreggia con 1 clavinet e i 3 sembrano fare le prove generali di Tarkus (1971) prima che Palmer si scateni in un acrobatico assolo di batteria tra piatti, gong e campanacci («prima di allora, su disco, lo avevano fatto solo Buddy Rich e Ginger Baker», sottolineerà Keith) e che la musica rallenti per poi spegnersi brutalmente come un motore inceppato.

Manca 1 brano, per arrivare ai canonici 40-45 minuti degli Lp dell’epoca. E a Lake viene in mente di recuperare una semplice ballata folk che aveva scritto quando aveva 12 anni. Un riempitivo dell’ultimo minuto che, come spesso è accaduto nella storia del rock, diventerà il pezzo forte del disco e la canzone più celebre in repertorio: scambiata da alcuni per un brano antimilitarista, con il suo testo lineare e dall’immaginario medievale Lucky Man riflette in realtà sulla caducità umana e su come fortuna e ricchezza non risparmino dal dolore e dalla morte. L’ascolto della sua versione originale contenuta nell’edizione su doppio Cd pubblicata nel 2012, dimostra quanto l’arrangiamento ideato in trio l’abbia rinforzata e trasfigurata, grazie a suggestive sovraincisioni vocali e di chitarre acustiche, a 1 assolo di chitarra elettrica e a quella famosissima coda con il Moog (presto a prestito da Mike Vickers dei Manfred Mann) che fluttua in glissando tra le casse dello stereo e che Emerson eseguì da solo in studio improvvisando, convinto poi da Greg e da Keith a lasciarlo così, buona la prima, nonostante le sue assicurazioni di poter fare molto meglio. Sarà il singolo che, a sua insaputa, la Atlantic sceglierà per lanciare il gruppo negli Stati Uniti; e che ancora oggi tutti — compreso chi rifugge dal prog e ne è culturalmente distante — ricordano, usato spesso anche in pubblicità, in televisione (i Simpson) e al cinema (persino e sorprendentemente da Spike Lee in BlacKkKlansman, storia vera di un detective afroamericano che per tramite di un collega bianco si infiltrò negli anni 70 nel Ku Klux Klan).

I 3 resteranno inizialmente un po’ interdetti, giudicandola poco rappresentativa dell’album e dello stile del gruppo, ma sarà proprio Lucky Man ad aprire una breccia nella corazza di chi detesta gran parte della loro produzione successiva giudicandola pretenziosa, grossolana e magniloquente: opinione comune alla maggior parte dei critici dalle 2 parti dell’Atlantico, mentre un pubblico numerosissimo spalancherà la bocca e drizzerà le orecchie all’ascolto delle prodezze contenute in Tarkus (1971) e in Pictures At An Exhibition (1971); in Trilogy (1972) e in Brain Salad Surgery (1973), i dischi che faranno di EL&P una delle sigle più amate e detestate della storia del rock. Ma quelli sono altri capitoli della saga, e in fondo questo 1° album continua a fare storia a sé.

Emerson, Lake & Palmer, Emerson Lake & Palmer (1970, Island)

 

 

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