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I migliori dischi della storia del Rock: Caravanserai

«Ragazzi, questo disco è un suicidio professionale». Il boss della Columbia Records, Clive Davis, reagì così all’ascolto in anteprima di Caravanserai, il 4° album dei Santana che la band di San Francisco aveva registrato tra il febbraio e il maggio del 1972 e che sarebbe uscito nei negozi il successivo mese di ottobre. Facile immaginare il suo sconforto e le sue perplessità. Nessun potenziale singolo della stoffa di Evil Ways, Black Magic Woman o Oye Como Va. Nessun pezzo adatto alle playlist delle radio Top 40 che allora dominavano l’etere. E pochissimi brani cantati (3 su 10 soltanto: la voce di Gregg Rolie fa il suo primo ingresso in scena quando sono già trascorsi 12 minuti), dopo una spiazzante introduzione affidata a un sax solitario preceduto dal canto dei grilli: “il suono della natura“, che il fonico Glen Kolotkin registra una sera nel giardino di casa sua.

È la sorprendente porta di ingresso a un album che ribalta le aspettative di discografici, critica e pubblico e che apre un nuovo capitolo nella storia di un gruppo scaraventato nello star system dalla esibizione a Woodstock di 3 anni prima, ma in piena crisi di identità. Brutte storie di droga e divergenze artistiche hanno portato all’allontanamento del percussionista Michael Carabello e del bassista Dave Brown: li sostituiscono, rispettivamente, James Mingo Lewis e Doug Rauch, un 22enne newyorkese che suona anche la chitarra elettrica e che si è fatto le ossa accanto a Gábor Szabó, il chitarrista di origini ungheresi autore della Gypsy Queen che i Santana hanno reinterpretato su Abraxas. Il suo pulsante, acrobatico e melodico basso elettrico, spesso suonato con la tecnica allora pionieristica dello slap, è uno degli elementi fondanti del nuovo sound che Carlos Santana sta esplorando assieme a Michael Shrieve. È lui, il giovane batterista innamorato del jazz, ad aprirgli la mente spingendolo ad ascoltare John Coltrane e Miles Davis, che pochi anni prima ha iniziato a sperimentare le possibilità della musica elettrica con In A Silent Way e con Bitches Brew, subito imitato dai discepoli più svegli e avventurosi: l’Herbie Hancock di Mwandishi, il Tony Williams alla guida dei Lifetime, i Weather Report di Joe Zawinul e Wayne Shorter, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, che con Carlos condivide la guida spirituale, il maestro indiano Sri Chinmoy, e la scoperta del misticismo; sulla copertina di Caravanserai, che ritrae una carovana di uomini e cammelli in marcia sotto un enorme sole arancione, è riportato un pensiero tratto dalle Meditazioni Metafisiche dello yogi indiano Paramhansa Yogananda.

Carlos Santana

Jazz e dottrine orientali (al posto dell’LSD) si mescolano agli ingredienti, rock blues e percussioni afrocubane, che hanno fatto dei primi 3 dischi dei Santana altrettanti best seller. E il frutto di questa inedita contaminazione è un album intensamente spirituale, un viaggio sonoro esotico ed esoterico, un flusso impetuoso di musica che sgorga dai solchi senza interruzioni e in cui ogni brano si fonde con il successivo a partire da quella introduttiva Eternal Caravan Of Reincarnation scandita dal contrabbasso di Tom Rutley, dagli accordi liquidi di chitarra elettrica e dai tocchi ricchi di echi e di riverberi del piano elettrico di Wendy Haas: esplicitamente ispirata al brano, Astral Travelling, con cui Pharoah Sanders aveva aperto l’anno prima il suo Lp Thembi. Il suono inconfondibile dei Santana e della chitarra di Carlos irrompe subito dopo, tra i flutti e le onde agitate di Waves Within, tempo insolito (un 9/4) e sottigliezze ritmiche che aprono gli argini a un frastagliato e spumeggiante oceano di musica in cui esplodono il funk di Look Up (To See What’s Coming Down), l’incanto stupefatto e il ritmo incalzante di Just In Time To See The Sun, gli accordi spagnoleggianti di All The Love Of The Universe e le eruzioni percussive di Future Primitive e La Fuente Del Ritmo, un son montuno cubano dove i piatti, il charleston e i rullanti agilissimi di Shrieve dialogano con le congas di Lewis, i timbales del minuscolo ma esplosivo Jose ‘Chepito’ Areas e i bongos di Armando Peraza, maestro 47enne di percussioni già a fianco di Charlie Parker e di Buddy Rich, di Dave Brubeck e di Cal Tjader, che come il pianista elettrico Tom Coster – un altro discepolo di Szabó – avrà un ruolo importante nelle successive incarnazioni della band. Alla loro ultima apparizione, in disaccordo sulla nuova linea artistica e in procinto di fondare i Journey, il tastierista/cantante Gregg Rolie e il chitarrista Neil Schon lasciano ancora un segno importante, tra folate di Hammond e duelli chitarristici non meno entusiasmanti di quelli degli Allman Brothers: indimenticabili, soprattutto, i 6, lirici minuti di Song Of The Wind, la canzone del vento che più di ogni altra rimarrà impressa nell’immaginario collettivo. Talmente magica che, dopo avere ascoltato quanto i 2 chitarristi hanno fissato su nastro, Shrieve decide di lavorare una notte intera per registrare daccapo una parte di batteria all’altezza.

La palpitante bossa nova di Stone Flower – uno strumentale firmato Antônio Carlos Jobim e datato 1970 cui Shrieve e Santana aggiungono un testo e in cui il chitarrista si inventa un delizioso assolo ispirato “a Nature Boy, a Love On A Two-Way Street e ai riff di Szabó” – è il momento più pop e easy di un itinerario chiuso dagli epici 9 minuti di Every Step Of The Way, una tumultuosa cavalcata negli spazi siderali modellata sull’esempio di Davis e di Crossings di Herbie Hancock e in cui chitarre, tastiere e percussioni si intrecciano a un flauto ululante e agli ottoni di un’orchestra arrangiata dal trombettista e flicornista Tom Harrell, altro giovane jazzista doc cresciuto alla corte di Stan Kenton e di Woody Herman. È la sintesi perfetta di una fusione tra jazz, rock, musica latina e ricerca spirituale che Santana perseguirà nei mesi e negli anni a venire nei concerti, attraverso la sua collaborazione con John McLaughlin (Love Devotion Surrender) e in album come Welcome e Borboletta, gli altri 2 Lp di una trilogia che mai come in questo 1° capitolo iniziale saprà incarnare il suo sogno di musica totale proiettata in una dimensione ultraterrena: un caravanserraglio in cui, al termine del ciclo di reincarnazione, ogni anima vagante trova finalmente riposo e pace interiore.

Santana, Caravanserai (1972, Columbia Records)

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