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I migliori dischi della storia del Rock: Saint Dominic’s Preview

Astral Weeks di Van Morrison, certo. Immancabile in qualsiasi Top Ten dei migliori dischi della storia del rock. E poi Moondance, con quella prima facciata che qualcuno ha definito la più perfetta mai data alle stampe. Ma che dire di Saint Dominic’s Preview, che qualche anno dopo (1972) tentava, forse inconsciamente, di gettare un ponte tra quei 2 pilastri conservando anche il suono da “roadhouse band” del precedente Tupelo Honey?

Fu uno straordinario disco di sintesi, ma anche intrepido ed esplorativo. Un punto d’arrivo e di partenza. Apparentemente disorganico, frutto di session tenute in vari studi di registrazione con un cast rotante di musicisti (più di 20: ci sono, fra gli altri, Jules Broussard al sax tenore, Mark Jordan e Mark Naftalin alle tastiere, Ronnie Montrose alle chitarre, Gary Mallaber alla batteria e alle percussioni e l’allora moglie di Morrison, Janet Planet, ai cori) e 2 lunghe divagazioni di oltre 10 minuti a chiudere i lati di 1 disco per il resto composto da canzoni più concise e immediate, a partire dall’irresistibile Jackie Wilson Said (I’m In Heaven When You Smile): 3 minuti scarsi di r&b — anzi, Caledonian Soul, come lo definì allora lo stesso Van The Man — con l’argento vivo addosso, 1 scat a cappella introduttivo, una dose massiccia di fiati e tanto swing (solo N°61 nella Billboard Hot 100 dei singoli, mentre 10 anni dopo il discepolo Kevin Rowland e i suoi Dexys Midnight Runners porteranno la loro versione al N°5 della classifica inglese).

Van Morrison, Copenhagen, 1972

Era un ballabile scacciapensieri, un vivace omaggio a 1 degli eroi della black music che Morrison, nordirlandese dal sangue bollente, ascoltava da ragazzino con le orecchie appiccicate alla radio e che tante volte ha citato nelle sue canzoni. La successiva I Will Be There, jazzata ed elegante con i fiati di nuovo in gran spolvero, lo sciolto fraseggio pianistico dell’arrangiatore Tom Salisbury e un assolo di sax alto di Jack Schroer, omaggiava, senza farne il nome, un altro dei suoi idoli: il Ray Charles degli anni 50 e del periodo Atlantic, maestro del rhythm & blues e che della soul music fu 1 dei progenitori. Venne registrata nell’aprile del 1972 ai Wally Heider Studios di San Francisco insieme a Redwood Tree e alla canzone che intitola l’album: la prima 1 singolo di scarso successo ma anche una radiosa evocazione delle virtù magiche e curative della natura lussureggiante della Marin County californiana, dove l’artista si era trasferito l’anno prima con la famiglia in una casa con vista su un bosco di sequoie; la seconda, una movimentata ballata nel suo stile già inimitabile e con un testo a ruota libera in cui Van ripensava nostalgicamente alla natìa Belfast ai tempi in cui per vivere faceva il lavavetri (ne canterà anche in Cleaning Windows, 10 anni dopo) mentre nella mente si accumulavano i flash delle sue peregrinazioni successive, Fra la Cattedrale parigina di Notre-Dame, Frisco e Buffalo, con Edith Piaf e Hank Williams nelle orecchie.

È 1 dei suoi classici flussi di coscienza mutuati da James Joyce, da Jack Kerouac e da Samuel Coleridge; lo specchio di una vita inquieta e vagabonda cui allude anche lo scatto in copertina: il musicista che imbraccia la chitarra sulla scalinata di una chiesa con i jeans scuciti, gli stivaletti consunti, un foulard al collo, i boccoli scarmigliati e uno sguardo che punta chissà dove, verso un orizzonte in cui il soul, il jazz, il blues e il rhythm & blues incontrano il folk e le sue radici celtiche.

Morrison, che di carovane gitane aveva già cantato in una delle sue canzoni più famose, si sentiva in quel momento una specie di zingaro: un nomade che in Gypsy evoca danze intorno a un falò, che annusa aria di casa ovunque appoggi il cappello e che si sente a suo agio ogni volta che abbia la luna sopra la testa e una strada sotto i piedi, dispiegando la sua voce duttile e feroce su una melodia dal vago sapore mediorientale e su un’alternanza di ritmi lenti e veloci. Il suo viaggio virtuale prosegue per mare, dalla Danimarca alla Caledonia (la terra promessa sempre vagheggiata nelle sue canzoni) in Listen To The Lion: una delle 2 travolgenti cavalcate che rendono Saint Dominic’s Preview 1 disco diverso da tutti gli altri (e anche dal resto del suo catalogo): 2 impetuosi poemi in musica che all’epoca della pubblicazione dell’Lp il giornalista Stewart Parker stroncò senza appello sulle pagine dell’Irish Times, definendoli “lenti, interminabilmente ripetitivi e virtualmente basati su 2 accordi”.

Tutto vero, anche se proprio in quello risiede il loro potere incantatore: sono i momenti in cui Van si ricollega alle sue settimane astrali di 4 anni prima e a quell’idea di jazz con cui concepisce la sua musica, sposando il pensiero di Louis Armstrong quando diceva «Non canto né suono mai 2 volte allo stesso modo». Intuito, feeling, passione. Listen To The Lion nasce come outtake di Tupelo Honey e prende la forma di un mare ondeggiante di chitarre acustiche, pianoforte e vibrafono con una batteria in souplesse e un giro di basso shuffle su cui il leone di Belfast mugola, ringhia, ruggisce, respira, divaga, urla e sussurra, tirando fuori dalle viscere la voce e l’anima, abbandonandosi allo scat e ai melismi e fissando su nastro una delle più grandi, emozionanti, sconvolgenti performance vocali che si ricordino. “Non sta cantando una canzone, sta cantando se stesso, scriverà Greil Marcus 4 anni dopo sulla Rolling Stone History of Rock and Roll a proposito di quella performance vocale durante la quale Van, in preda a una sorta di trance e ripetendo ossessivamente le parole del titolo, racconta di delusioni amorose e di lacrime versate a fiumi esprimendo un anelito di ricerca spirituale e la volontà di un nuovo inizio.

Negli 11 minuti che chiudono il disco, Almost Independence Day osa una forma ancora più libera e anarchica, dettando istintivamente ritmi e melodie che sembrano scappare dal pentagramma: registrata quasi interamente dal vivo in studio, con un Moog che ronza sullo sfondo mentre Van contempla la Baia di San Francisco, le barche ormeggiate, i fuochi d’artificio e i draghi di cartapesta a Chinatown alla vigilia dell’Independence Day (di nuovo il senso di attesa, di vigilia, di anticipazione cui alludeva la title track) e la sua voce si libera da ogni catena, si inciampa e poi riparte su un intreccio di chitarre acustiche a 6 e 12 corde che sembra citare Moonlight Mile dei Rolling Stones (1971) anticipando Wish You Were Here dei Pink Floyd (1975). La puntina legge l’ultimo solco e intanto, in poco più di 40 minuti, Van Morrison ha aperto un’altra strada alla musica degli anni 70, consolidando uno stile e un’espressione musicale che ormai appartengono solo a lui: ecco perché Saint Dominic’s Preview merita un posto nella “santissima trinità” della sua discografia.

Van Morrison, Saint Dominic’s Preview (1972, Warner Bros.)

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