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I migliori dischi della storia del Rock: Shadows And Light

«Un dramma in piena regola, complici l’uso delle droghe e le complicazioni sentimentali». Nel corso di un’intervista a Milano, nel 2014, Pat Metheny mi spiegò così il suo ricordo poco piacevole del tour che nel 1979 intraprese a fianco di Joni Mitchell e di una band all stars dopo la pubblicazione di Mingus, il disco “jazz” della canadese. Strano come a volte le percezioni di chi ascolta non coincidano affatto con quelle di chi le cose le ha vissute dall’interno e da un’altra prospettiva. Sembravano un gruppo coeso ed entusiasta di suonare insieme, quei magnifici 6; e i documenti che ci restano delle loro performance, 1 Dvd e soprattutto il doppio album dal vivo Shadows And Light uscito nel settembre 1980, ci raccontano tutt’altra storia e un incantesimo difficile da replicare. Un volo d’Icaro appena prima di avvicinarsi troppo al sole e di bruciarsi le ali, la chiusura del capitolo più avventuroso di Joni prima di quegli anni 80 in cui, dopo il back to the roots di Wild Things Run Fast, la ricerca di una via synth pop alla sua musica rischiò di soffocarne l’ispirazione.

Joni Mitchell
© Getty Images

Certo, molti (forse moltissimi) preferiscono la Joni meno cerebrale di Blue e di Court And Spark rispetto a quella della seconda metà dei 70, ma come non abbassare la guardia in segno di resa di fronte a questi 84 minuti di somma eleganza, invenzione linguistica e coraggiosa contaminazione stilistica e culturale, un viaggio americano che celebra le origini del rock and roll, il genio del Grande Arrabbiato del jazz (Charlie Mingus, appunto), e le miglia divorate sulle autostrade in cerca di se stessi? A differenza di tanti live del periodo, Shadows And Light ha il merito e il vantaggio di non essere un collage di suoni provenienti da luoghi e momenti differenti, ma l’istantanea di un unico, preciso accadimento: uno show tenuto giusto un anno prima, il 9 settembre 1979, al Santa Barbara Bowl in California, un anfiteatro all’aperto da poco più di 4.500 spettatori che era l’habitat e la dimensione naturale per uno spettacolo di questo tipo.

E poi c’è la band, quella band mai più ripetuta: con Pat Metheny alla chitarra solista, il suo fedele alter ego musicale Lyle Mays al piano elettrico e al sintetizzatore, Michael Brecker al sax tenore e soprano, Don Alias alla batteria e alle percussioni e, last but not least, il funambolico, imprevedibile, irripetibile Jaco Pastorius con il suo basso elettrico fretless senza tasti, senza frontiere e senza bandiera. Tutti scomparsi, nel frattempo, eccetto Joni e Pat: ma allora un sestetto vivacissimo e imbattibile che miracolosamente riusciva a tenere a freno il suo straripante virtuosismo e un mix di personalità debordanti mettendosi al servizio della Signora dei Canyon e del suo repertorio più flessibile, ripescato in grande maggioranza dai suoi album più recenti e “sperimentali” (nulla da Blue, 1 pezzo soltanto da Court And Spark, 1 altro dal primo periodo folk punteggiato da canzoni per voce, chitarra acustica, dulcimer e pianoforte poco adatte a questo format).

Jaco Pastorius e Pat Metheny

La Mitchell ricorda le sue origini e le sue passioni da teenager nei momenti che precedono l’entrata in scena, una ouverture che include la sequenza di Gioventù bruciata (1955) in cui James Dean litiga con il padre impersonato da Jim Backus, e – mentre il set si avvia alla conclusione – in una nostalgica, divertente, affettuosa rivisitazione di Why Do Fools Fall In Love, l’hit single a metà tra doo wop e rock and roll che i newyorkesi Frankie Lymon & The Teenagers portarono in cima alle classifiche americane nel gennaio del 1956 e che qui fa sfoggio delle voci melodiose e potenti dei Persuasions, specialisti del canto a cappella scoperti da Frank Zappa e ingaggiati come gruppo spalla in tutto il tour.

Per tutto il concerto o quasi, Joni imbraccia una Ibanez elettrica modello George Benson (5 diversi strumenti, in realtà, preparati con quelle geniali e originali accordature che sono un suo marchio di fabbrica e che le permettono una complessità armonica sconosciuta al mondo del rock e della canzone d’autore), dirigendo l’orchestra con una voce di cristallo a dispetto delle 1.000 sigarette e con quel modo tutto suo di percuotere, pizzicare e arpeggiare le corde, tra slap e fingerpicking, la chiave di volta che le permette di spalancare nuovi mondi sonori. Il segreto sta nel connubio tra composizioni di grande ispirazione e un gruppo di esecutori di livello stratosferico, nella formulazione di una forma di canzone nuova, moderna, raffinata e diversa (quella di dischi come The Hissing Of Summer Lawns, Don Juan’s Reckless Daughter ed Hejira) che incontra la fusion, il gusto per l’abbellimento musicale e per l’improvvisazione.

Potrebbe diventare un esercizio lezioso, ma in Shadows And Light non succede mai o quasi mai. Per dirla alla maniera di Joe Zawinul quando descriveva la musica dei Weather Report, qui tutti suonano simultaneamente in assolo e a supporto degli altri: il Fender 4 corde di Pastorius (il cui spot solista, un po’ inspiegabilmente, è incluso nel Dvd ma non nei supporti audio) rimbalza come una palla elastica fin dalle battute e dalle strofe iniziali di In France They Kiss On Main Street, un’altra celebrazione della giovinezza e della spensieratezza all’insegna del rock and roll, mentre tutto l’ensemble risponde intuitivamente alle sollecitazioni della leader (in Edith And The Kingpin la “band che suona come una macchina per scrivere” si lancia per un attimo in un pulsante ritmo disco prima di tornare agli intrecci sognanti e delicati della canzone).

I pezzi di Mingus suonano più sciolti e meno algidi rispetto alle versioni di studio: Goodbye Pork Pie Hat, celebre standard del contrabbassista a cui Joni aveva aggiunto un suo testo, è sospesa e leggera come una nuvola; il fraseggio vocale di The Dry Cleaner From Des Moines è agile e acrobatico, spinto in accelerazione da un improvviso riff funkeggiante e a mitraglia di Pastorius. E God Must Be A Boogie Man ha più ritmo, più swing, più nuance.

È il terreno hard bop preferito da Brecker, altrettanto a suo agio con il rock and roll ruggente dei Fifties, con lo spirito libero e frizzante di Free Man In Paris e con i ritmi sincopati e tinti di bossa nova di Black Crow, mentre Metheny ricama note eteree e sonorità astrali in Furry Sings The Blues legando tra loro con un assolo un po’ coltraniano e un po’ ambient 2 dei momenti più emozionanti dello show: la meravigliosa Amelia e la title track di Hejira, poetici e sofferti diari di viaggio di una Joni inquieta e in perenne movimento tra un luogo e un altro, un amore e il successivo, mentre le 6 corde della sua chitarra riflettono l’esagramma tracciato in cielo dalle scie degli aerei in volo sulle “fattorie geometriche” del Midwest e il suo canto nomade riflette malinconico sulla natura di ogni essere umano, “così profondo e così superficiale tra il forcipe e la lapide tombale”.

Un fotogramma del Dvd di Shadows and Light con Joni Mitchell, Don Alias, Jaco Pastorius e Michael Brecker

Lì, e altrove, Pastorius si dimostra il bassista che Joni aveva sempre sognato, «capace di contrappunti melodici continui e di lasciare spazi vuoti», mentre le conga e le percussioni di Alias regalano una sfumatura latina a Coyote (un altro pezzo forte di Hejira) e conducono Joni sull’onda del suono afrocubano e tribale di Dreamland, il pezzo più fuori schema in scaletta assieme al gospel elettronico di Shadows And Light, manifesto di una musica tutta giocata sul contrasto tra luci ed ombre e secondo featuring consecutivo dei Persuasions nella parte finale del concerto. «Forse nessuno, nemmeno lei, sapeva cosa stesse succedendo, e Joni non aveva bisogno di noi», sostiene Metheny dicendo che la Mitchell tirava fuori il meglio senza nessuno intorno.

Viene difficile dargli ragione, ma è indubbio che il finale è un momento da brividi: come nel tour successivo (quello di Wild Things Run Fast, passato anche in Italia nel 1983) lei e la sua gialla Ibanez restano sole sul palco per una versione ipnotica e rallentata, introspettiva e disincantata di Woodstock, l’inno della love generation e del festival a cui nel 1969 non ebbe modo di partecipare. Lo canta, Joni, con la consapevolezza di come il ritorno al Giardino dell’Eden non si sia mai compiuto; e ben sapendo che i bombardieri che volteggiano sulle nostre teste mai si sono trasformati in farfalle. Eppure, dileguandosi dal palco a luci spente, sembra dirci che il sogno non può essersi infranto e che la nostra ègira, il nostro esodo verso una terra promessa, non può fermarsi qui.

Joni Mitchell, Shadows And Light (1980, Asylum Records)

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