Cinema

Voice Of The Eagle: The Enigma Of Robbie Bǎsho

La musica come esoterismo. Ovvero: è facile trovare compagni di strada se si amano Led Zeppelin, David Bowie, Bob Dylan, Johnny Cash, Depeche Mode, Bruce Springsteen, Pink Floyd, Clash, Pixies, Frank Zappa o chi volete voi – là fuori di gente con cui condividere la passione per costoro ne trovate quanta ne volete (avvertenza: attenzione a non litigare troppo online nell’era stradominata dai social media a spinta centrifuga…). La faccenda diventa un po’ più complessa se cuore e inclinazione portano dalle parti dei John Fahey, dei Pierre Bensusan, dei Michael Chapman, dei Gábor Szabó o, appunto, dei Robbie Bǎsho: in conto si deve mettere che il mondo può essere molto sordo con artisti che, invece, meriterebbero grande attenzione e molta più visibilità. Ma qualcosa si muove, come nel caso di Bǎsho, del quale è finalmente disponibile in Dvd il film Voice Of The Eagle: The Enigma Of Robbie Bǎsho diretto dall’inglese Liam Barker, frutto di 5 anni di lavoro ed excursus su vita & musica del cantante/chitarrista nato nel 1940 e scomparso troppo presto nel 1986, dopo una fatale visita da un chiropratico che accidentalmente gli causò un infarto tentando di dargli sollievo da un colpo di frusta. Quando si dice del destino avverso – diciamo pure disgraziato.

Il percorso dell’artista nato come Daniel R. Robinson, Jr, è stato spesso parallelo a quello del suo 1° discografico e soprattutto collega, John Fahey – che con la Takoma Records gli pubblicò i lavori 1965-71. Entrambi nati in quell’angolo di America fra Maryland, Virginia e la capitale Washington DC, nonché trasferitisi simultaneamente in California nel pieno degli anni 60, i 2 hanno sviluppato un rapporto ossessivo con lo strumento, inizialmente di rigore la chitarra acustica, sebbene dalle prime venture folk e blues Bǎsho subito seguì altre rotte, decisamente esotiche e dove il canto, un po’ Richard Dyer-Bennet e un po’ Tim Buckley, non era meno importante della seicorde (che per Fahey, invece, era l’unica ragione di vita).

Per cominciare il nome d’arte scelto fu ispirato al poeta giapponese del 17° secolo Matsuo Bashō, di cui era grande appassionato e di cui era convinto d’essere la reincarnazione. Di lì parti per un percorso che prima lo vide folgorato sulla rotta di Ravi Shankar, il grande sitarista indiano amato anche da George Harrison e da Brian Jones benché Bǎsho, nondimeno, ne fu adepto fin dal 1962, largamente prima della British Invasion e dei festival che diedero fama mondiale al padre di Norah Jones, Monterey e Woodstock; e, quindi, via-via percorsi su sentieri poco scontati fra Medio-Oriente, l’Europa della musica classica, i nativi americani e studi fra l’interazione musica-animali (già i titoli dei suoi album tirano in ballo aquile, falchi, foche, cavalli…), dove il corpus discografico di 17 album pubblicati in vita più diversi usciti postumi, fra cui un paio di live registrati in Italia, resta un tuffo in un mondo misterioso, affascinante e davvero unico nel panorama musicale tutto.

Il film di Barker coglie bene, come il titolo appropriatamente suggerisce, il rompicapo Robbie Bǎsho – musicista visionario che, non appaia un’esagerazione, sembra avere anche i connotati del cosiddetto mistico. Basti vedere chi, con chiara reverenza, interviene lungo l’ora e ½ che dura il film: Will Ackerman (il fondatore dell’etichetta new age Windham Hill, che pubblicò 2 album di Bashō nei secondi anni 70), Henry Kaiser, Glenn Jones dei Cul De Sac, il già citato Fahey in filmati d’archivio, Alex De Grassi, Max Ochs, Steffen Junghans, fino a 2 nomi ben più noti quali Country Joe McDonald e Pete Townshend (coincidenza, ma immaginiamo neppure troppo: quest’ultimo non ha fatto mancare il suo apporto pure al documentario su Fahey di qualche anno fa, In Search Of Blind Joe Death: The Saga Of John Fahey), entrambi molto solerti nell’esprimere l’ammirazione per un artista che un po’ per tutti i media sarebbe come se non fosse mai esistito. Ed è forse quello il bello.

Il ritratto è davvero interessante vederlo scorrere per immagini: scopriamo come Bǎsho fosse fermamente convinto che le sue composizioni non gli sarebbero sopravvissute, anche perché i suoi dischi sistematicamente non venivano mai ristampati dopo la prima pubblicazione; che gli fu diagnosticata la sinestesia, che lo portò a interpretare il suono tramite i colori, allegoria di come perdersi nella confusione dei sensi; che un po’ come Vincent van Gogh, magari «per ottenere riconoscimento, perché qualcuno si accorga di te, devi prima morire»; e che, nonostante una vita assai tormentata, l’idea che Robbie Bǎsho aveva della sua arte era sicura, tipo quando ebbe a spiegare come «in me è morta l’idea che la musica abbia il compito di dire qualcosa – piuttosto, io credo che la musica abbia il compito di fare qualcosa». Metafisica di chi sa pensare con un’introspezione a dir poco rara. Tutto ciò e tanto altro lo troverete in questo squisito Voice Of The Eagle: The Enigma Of Robbie Bǎsho, film che merita tutto tranne che passare inosservato.

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