Cinema

Crock Of Gold / A Few Round With Shane MacGowan

Questo film-documentario ha tutto per essere una goduria – e, infatti, lo è: il protagonista è Shane MacGowan, mentre il regista è quel Julian Temple che da The Great Rock ‘n’ Roll Swindle (1979), passando per The Filth And The Fury (2000), Glastonbury (2006) e The Future Is Unwritten (2007), quando ha affrontato la musica lo ha sempre fatto a grandissimi livelli consegnando al pubblico fra le pellicole in chiave-di-violino più belle degli ultimi 40 e passa anni. Di Temple, peraltro, impossibile non citare quella perla di film 50s meets 80s che fu Absolute Beginners (1986), con protagonisti David Bowie, Ray Davies (Kinks), Patsy Kensit e Sade. Naturalmente, dopo gli amati Sex Pistols e Clash, la scelta di affrontare i Pogues e il loro magnetico ex frontman/songwriter, per il regista pare più che mai spontanea. Forse anche dovuta.

Shane MacGowan con Nick Cave, 1992

Non è la prima di uno Shane-documentario: già abbiamo goduto degli imperdibili The Great Hunger/The Life & Songs Of Shane MacGowan (1997) e If I Should Fall From Grace/The Shane MacGowan Story (2001), che se messi insieme a questo nuovissimo Crock Of Gold/A Few Round With Shane MacGowan (Magnolia/BBC Music/Warner) quasi stesso titolo di The Crock Of Gold (1997), ultimo vero album di MacGowan, formano un quadro davvero impressionante di talento – e di spreco di talento. Già, perché se s’incolla tutto quello che dichiarano qui e là da Christy Moore, Bobby Gillespie, Sinéad O’Connor, Bono Vox, Nick Cave e lo sfegatato fan Johnny Depp (qui anche nel ruolo di produttore), vien fuori solo una cosa: che il classe 1957 Shane Patrick Lysaght MacGowan da Pembury nel Kent ma figlio di immigrati irlandesi, è da tutti considerato il più grande scrittore di canzoni della sua generazione nonché, tout court, fra i più importanti della musica moderna – come attestato nel tempo pur da gente di un certo peso come Bob Dylan, Joe StrummerSemplicemente visionario – uno dei più grandi scrittori di canzoni del secolo»), Tom Waits e Bruce SpringsteenShane MacGowan lo ascolteremo ancora fra 100 o 200 anni»). A riassumere tutto ciò, meraviglioso il passaggio quando il padre Maurice MacGowan, con divertito disgusto Irish, inquadra il preciso momento che il pargolo fu rapito dal rock and roll nella primissima adolescenza: «Quando scoprì i Creedence Clearwater Revival – da quel momento è stato inarrestabile!».

The Pogues, 1990

In effetti, la quindicina d’anni in cui Shane ha regnato sono stati immacolati, con e senza i Pogues (un peccato che nessuno dei vecchi compagni compaia nel film, come del resto manca Elvis Costello – tant’è). Dischi e canzoni che hanno resistito perfettamente al passare del tempo, roba già nata per esser evergreen e senza mai esser figlia del proprio tempo, talmente fatta per andare oltre il tempo. La ricetta magica di prendere Clancy Bothers, Dubliners e Planxty, impastandoli con il ruggito dei Them di Van Morrison (risentitevi My Lonely Sad Eyes annata 1966 – e sembra che i Pogues li abbiano inventati loro), dei Sex Pistols e dei Clash, si è rivelata dinamite.

MacGowan con Johnny Depp, produttore di Crock Of Gold, nella metà degli anni 90

Temple, arguto regista-osservatore ma pure spettacolare montatore che è, tutto questo lo sa bene, visto com’è capace di metter insieme la Londra punk dei secondi anni 70, quando Shane, perfetto sconosciuto, si ritrovò in copertina di Sound come “the face of punk” o qualcosa del genere; i primi vagiti con Nipple Erectors (gli Arrizza Capezzoli per brevità conosciuti come Nips) – e sappiate che Gabrielle era già un pezzone in pieno stile MacGowan, allora noto come Shane O’Hooligan; la pazzesca cavalcata della manciata di album incisi con quelli che all’inizio si chiamavano Pogue Mahone (Baciami il Culo in gaelico), roba che «Suoniamo forse meglio quando non siamo sbronzi – ma quando siamo sbronzi è molto più divertente»; i tutt’altro che secondari anni 90 dove il nostro idolo, con i Popes a sfidare i Pogues almeno nel nome, ha messo lì 2 album e 1 Ep che allora come adesso li sentiamo strapieni di brani a dir poco clamorosi; l’alcol che spesso ne ha affogato il talento ma pure i tocchi di magia nei momenti bui con l’aiuto di sincerissimi amici, vedi i duetti con Nick Cave e Sinéad O’Connor; la morte che quasi ce lo portava via ben anzitempo, come spiegato dalla storica compagna Victoria Mary Clarke, che con la paura negli occhi confessa: «Il dottore non gli dava oltre 6 mesi di vita».

The Pogues in concerto con Joe Strummer, 1988

Nel film è lo stesso artista che ci regala la miglior chiave d’interpretazione della sua arte: «Per fare grande musica, qualunque buon musicista deve metter la musica davanti a tutto – e questo è ciò ho sempre fatto io». Beh, a chi ha scritto-cantato-inciso A Pair Of Brown Eyes, The Sick Bed Of Cúchulainn, Rainy Night In Soho, Fairytale Of New York, White City, Sayonara, Summer In Siam, Aisling, That Woman’s Got Me Drinking, The Song With No Name, Victoria oppure Lonesome Highway – dicevamo, a chi ha scritto ‘sta roba di livello superiore, dove non troverete nulla dell’intellettualismo tanto al chilo di molti suoi colleghi, dobbiamo perdonare anche lo spreco di talento. Che, poi, non è mica detto che sia così: chi siamo noi per giudicare cosa frulli nella testa di un genio? Perché, davvero, più di tutto sembra che Dio in persona abbia guardato giù proprio nelle 4 mura dove tanti anni fa stava quel ragazzino con le orecchie a sventola e gli abbia detto “tu devi salvare la musica irlandese – e non solo quella!”. Lui, posseduto, ha scaricato tutto quello che aveva in canzoni che parlano di vivere, di morire, di scazzottate, di bere, di bere, di bere e ancora di bere che, in fondo, sono le uniche cose che interessano. Puri rum, sodomia e frusta – per, appunto, citare un album dei Pogues. Ad maiora: nel senso che di Shane è stato più volte annunciato il ritorno discografico – che a questo punto diventa ben più che una semplice speranza.

Un dettaglio della copertina di Rum, Sodomy & The Lash (1985) dei Pogues

Shane MacGowan e alcuni suoi amici, Dublino, 2018

In merito a quello che dicono Bono Vox, Nick Cave e Johnny Depp, per coloro attirati magari solo da questi nomi di grido, non vogliamo essere responsabili di spoiler-ismo – e vi lasciamo il gusto di scoprirlo guardando il film. Vabbé, piccola concessione per Vox: «Nessuno scrive come Shane. Shane è quello che Keith Richards chiamerebbe uno specialista, se capisci ciò che intendo. Per Shane le parole sono tutto – è lì che egli vive, davvero». Ma visto che sia Diavolo sia Bellezza, e Dio solo sa quanto spesso le 2 entità coincidano, spesso si intrufolano nei dettagli – il dettaglio che davvero ci ha colpito, forse pure commosso, durante la visione riguarda The Dunes, pezzo dai brividi infiniti che Shane MacGowan regalò a Ronnie Drew, l’ora defunto leggendario leader dei Dubliners, il quale lo incise in Dirty Rotten Shame (1995 – lavoro con pezzi scritti appositamente anche da Bono, Mick Hanly ed Elvis Costello, fra gli altri): l’ispirazione per quella canzone gli venne dalle vittime della carestia irlandese, che si consumò fra il 1845 e il 1849 passando alla storia come The Great Hunger, le cui ossa dice di aver trovato egli stesso accidentalmente in una spiaggia nella contea di Mayo, poco a nord di Galway. Vien da sé che ora tocchi a voi rinvenire il coccio d’oro di chi s’impose al mondo al grido di “baciami il culo!”.

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