Cinema

Drive My Car

Kafuku (Nishijima Hidetoshi) è un attore e regista giapponese che vive con la moglie Oto (Kirishima Reika), sceneggiatrice tv, un’esistenza apparentemente serena. Una sera, rientrato a casa, la trova morta in soggiorno. E lui, già in equilibrio precario sulla vita, precipita in un abisso di silenzi e di routine. 2 anni dopo, raggiunge Hiroshima alla guida della sua Saab 900 rossa per mettere in scena Zio Vanja di Anton Čechov in un laboratorio teatrale, dove ogni attore recita in una lingua diversa (anche quella dei segni).

Durante il viaggio, a tenergli compagnia è l’audiocassetta della pièce incisa per lui, a viva voce, da Oto. Giunto a destinazione, scopre con grande rammarico che non può più guidare e che gli è stata assegnata una giovane autista, Misaki (Miura Toko): riservata, gran lavoratrice, disponibile, mai invadente.

Comprendendo l’importanza che quell’audiocassetta riveste per Kafuku, Misaki continua a rimettere il nastro a ogni tragitto; e fra silenzi carichi di comprensione e parole a malapena pronunciate, il rapporto fra i 2 diviene sempre più confidenziale fino a liberarsi (perlomeno a voce) dai reciproci demoni.

Premio per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes, diretto da Hamaguchi Ryūsuke, Drive My Car (Doraibu mai kā) è l’adattamento cinematografico dell’omonimo racconto di Murakami Haruki, incluso nella raccolta Uomini senza donne pubblicato da Einaudi. Lungo, lento, silenzioso, malinconico, vede al centro il parallelo tra Zio Vanja e Kafuku. Al punto che il silenzioso e introverso protagonista pare più volte esprimere i propri pensieri attraverso le battute cecoviane.

Ciò che colpisce, poi, è la totale incapacità di proseguire la propria vita: non tanto per la perdita in sé della moglie, quanto per le parole non dette e le situazioni lasciate in sospeso. Kafuku, infatti, parla con lei attraverso i dialoghi che “studia” per il suo lavoro. E per non lasciare andar via quel legame, sceglie come protagonista del lavoro teatrale l’ultimo amante di Oto.

Emblematiche sono le prove del dramma: per settimane il cast legge solo il testo, non interagisce mai dal punto di vista fisico e tantomeno si mette a recitare. L’eterogeneo gruppo di attori comunica solo grazie a un traduttore, parlando ognuno una lingua diversa, rendendo la distanza fra i personaggi ancor più evidente. Non esiste comunicazione. Nessuno, o quasi, riesce a esprimere in libertà i propri pensieri.

Sembrano tutti soggiogati dalla realtà, incapaci di trovare il modo per uscirne, incapaci perfino di esprimere a parole la loro sofferenza. Non c’è rabbia o dolore ma sconfitta, malinconia, rammarico per il non detto. Ma quando si riesce (finalmente) a dar voce alle proprie paure, ecco il barlume di speranza, la possibilità di una vita che non sia semplice sopravvivenza. E alla fine, forse, l’amore e l’amicizia potranno salvarci.

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