Prima Pagina

Woodstock e il 1969. Al di là del mito dopo 50 anni?

La prima sensazione, ripensando a quel fatidico anno, è di totale stordimento. Di un autentico balzo al di fuori della dimensione temporale. Sì, perché tutti gli altri anni sono fatti di 365, al massimo 366 giorni: ma il 1969 sembra composto di migliaia e migliaia di giorni diversi. Perché è vero che il ’69 è un anno sconvolgente per quel che riguarda la musica rock & pop, ma lo è altrettanto per quanto riguarda costume, società, politica, cultura… Insomma, è stato uno sconvolgimento planetario dove ogni evento sembrava destinato a essere battezzato come rivoluzionario. E forse è proprio da allora che questa parola, in origine dura come pietra, s’è ammosciata per il troppo uso e dissolta come una medusa al sole). Ma tornando a quei tempi così diversi da oggi che sono trascorsi 50 anni, la cosa più stupefacente è l’energia con cui masse imponenti di giovani si muovevano ovunque per assistere a concerti rock come per protestare contro la guerra in Vietnam. Una nuova generazione stava scoprendo spazi impensabili di protagonismo, con imprevedibile e contagiosa esaltazione e numeri neppure immaginabili. Fra gli eventi di massa che si diffondevano come una pandemia dagli USA all’Europa, i megafestivals musicali sembravano i più adatti a diffondere la filosofia dei cosiddetti “figli dei fiori”: un’esplosiva miscela di nuove utopie, pacifismo, spontaneità, menzogne, libertà di droga e di sesso (anche il cinema rende omaggio a quella temperie culturale: è l’anno di Easy Rider, Alice’s Restaurant, Zabriskie Point). Il 1969 è pieno di festivals: molti sono ormai dimenticati; solo uno è entrato nella mitologia, con la potenza mediatica di un film celebrativo e l’apocalittica quantità di presenze: si è parlato di circa 500.000 persone rovesciatesi per 3 giorni (15, 16 e 17 agosto) in un’area agricola dello stato di New York. Woodstock è la parola magica destinata a rappresentare un’epoca, anche se il villaggio con quel nome si trovava a circa 69 km. dal luogo in cui è stato allestito il raduno. Woodstock è ancora oggi una parola che suscita emozioni, ma anche molti quesiti cui non è facile dare risposte. Sono davvero stati i grandi numeri a creare la “beatitudine”? O è stata la bellezza delle lunghissime chiome e dei giovani corpi nudi che si avvoltolavano nel fango? O le menti sconvolte dai decibels e dai miscugli di droghe? O ancora, quel sentimento di rivolta che passava di corpo in corpo, di cervello in cervello, come un’eco ripetuta milioni di volte? O forse non era affatto “beatitudine” ma solo confusione, disorientamento, opache nebbie dell’immaginario?

Al di là della mitologia Peace & Love, sia Woodstock sia gli altri raduni di quell’anno fatidico sono state occasioni uniche (eppure diverse una dall’altra) per mettere in mostra tutto il bene e tutto il male di un movimento che stava creando ovunque inevitabili terremoti, senza alcuna possibilità di ritorno allo “status quo”. Dal punto di vista strettamente musicale, non sono mancati a Woodstock momenti memorabili e altri disastrosi (è sempre accaduto nella musica live). D’altronde, momenti degni d’essere ricordati si sono verificati in tutti i grandi concerti del ’69 e non poteva essere altrimenti, data la straordinaria stagione che stava vivendo il rock, al di là e al di qua dell’Atlantico. Ce ne sono stati di certo anche ad Atlanta, Newport, Baltimora, Dallas, Big Sur. E poi in Europa: dai dimenticatissimi Bath e Amougies fino a quello più celebrato dell’Isle of Wight. Ma alla fine è toccato a Woodstock il compito di rappresentare in qualche modo tutto l’anno: splendori e miserie, sogni e incubi di una stagione incancellabile. A Woodstock ebbero la loro consacrazione Crosby Stills Nash & Young, supergruppo appena formato e nonostante le feroci faide interne già quasi pronto per lanciare sul finire dell’anno l’album capolavoro Déjà Vu. C’era Jimi Hendrix, all’apogeo della sua breve carriera. A lui riservarono il concerto di chiusura, alla fine del terzo giorno, quando tutto si era ridotto a un gigantesco immondezzaio e il pubblico contava 30.000 superstiti. L’esibizione di Jimi e della sua nuova band fu tutt’altro che perfetta (comunque non all’altezza di quella dell’anno precedente a Monterey, che l’aveva lanciato in orbita), ma anche grazie ad astuzie di montaggio nel film di Michael Wadleigh venne consacrato protagonista assoluto, portatore di un nuovissimo linguaggio musicale dagli imprevedibili sviluppi (bruciati poi nel giro di 13 mesi da una morte assurda).

Ma su quel palco ci fu gloria anche per nomi dimenticati quali Country Joe McDonald, alfiere della canzone di protesta più grintosa (Fish Cheer); o come i Canned Heat, che usarono il loro blues bianco per innalzare la bandiera ambientalista (Going Up The Country); e ancora, per Jefferson Airplane, Santana, Janis Joplin, Joe Cocker, Sly & the Family Stone e molti altri. Non partecipò invece l’attesissimo Bob Dylan, che aveva casa poco distante e che allarmato da quell’esodo biblico si diede alla fuga (a suo dire, Woodstock rappresentò soltanto «l’apice di tutta questa merda»). E neppure Joni Mitchell, allora stella nascente e musa hippie, che rinunciò a causa di un impegno tv e poi, sull’onda del rimpianto, dedicò a Woodstock una bellissima canzone portata al successo dagli amici CSNY. Ma molti anni dopo, delusa dai compagni d’avventura, getterà veleno sulla mitologia dei figli dei fiori («La mia generazione è diventata la più avida nella storia d’America»). Fra gli assenti più illustri ci furono anche Beatles e Rolling Stones. I primi iniziarono il 1969 con l’ultima esibizione dal vivo sulla terrazza degli Apple Studios e trascorsero il resto dell’anno a scannarsi fra loro nella preparazione dell’album d’addio e dei successivi progetti solisti. Quanto agli Stones, prima vissero la tragedia della misteriosa morte in piscina di Brian Jones e poi cercarono con accanimento un rilancio da Hyde Park fino ad Altamont, ultimo megafestival dell’annata rovinato dal criminale servizio d’ordine degli Hell’s Angels. Al loro ritorno in Inghilterra col morale a pezzi, nessuno avrebbe scommesso un cent su quella macchina da concerti destinata a durare ancora molti decenni. Non c’erano neppure i Pink Floyd, impegnati a costruirsi una nuova identità dopo la congiura con cui avevano eliminato il primo leader Syd Barrett. E neppure Frank Zappa, che dopo aver sciolto The Mothers of Invention stava mettendo a punto una delle sue svolte più geniali, quella di Hot Rats, progetto che avvicinava il suo rock elettrico e beffardo al  jazz sperimentale, con un percorso opposto ma analogo a quello che stava elaborando sull’altra sponda il grande Miles Davis.

D’altronde, il vento di novità che soffiava in quell’incredibile ’69 stava facendo emergere molti nomi nuovi: ai dischi d’esordio di Led Zeppelin, King Crimson, Genesis e Iggy Pop con The Stooges, rispondeva una serie di secondi ellepì storici da parte di Quicksilver Messenger Service (Happy Trails), David Bowie (Space Oddity, con un brano “ad hoc”: Memory Of A Free Festival), Tim Buckley (Happy Sad), Soft Machine (Vol. II). Il futuro sembrava affollatissimo e splendente, proprio come i mitici raduni e le utopie che incendiavano i cuori delle nuove generazioni; tanto che era difficile cogliere le incrinature che di lì a poco avrebbero cominciato a far crollare molti sogni (il verso profetico “the dream is over” appartiene alla canzone God, scritta l’anno successivo da John Lennon). Quante illusioni, quante menzogne si nascondono dietro l’energia e la creatività di quell’anno magico! Non dimentichiamoci che è stato l’anno dello sbarco sulla Luna; e per noi italiani della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre, che inaugurò quella che in tempi lontani era chiamata “la stagione del terrorismo di Stato” (altra espressione dimenticata. Ma chi ha assolto questo Stato?). Tuttavia, il fatto di cronaca che più di qualsiasi altro ha rappresentato l’orrore nel 1969 rimane probabilmente il massacro di Bel Air, perpetrato il 9 agosto (pochi giorni prima di Woodstock) da Charles Manson e i suoi seguaci, che per molti ha dato il via al tramonto del movimento hippie. Rivivere quell’episodio fa precipitare di nuovo in climi ormai lontanissimi e in orrori che certamente avevano poco da spartire con la musica in sé, ma molto con la crisi della società di allora. Dunque è giusto, anzi sacrosanto, assolvere la musica e la creatività in genere. Però, quell’anomalo e forsennato 1969 qualcosa di diabolico forse ce l’aveva…

Share: