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Wilco (Fabrique, Milano, 19 settembre 2019)

Malumori. Accade con una certa fastidiosa frequenza che qualche artista abbia in pubblicazione un disco nuovo ma te lo trovi in tour tipo il mese prima che il lavoro esca. Solo quest’anno contiamo almeno 2 casi eclatanti: prima i Raconteurs che hanno fatto il loro tour europeo ben prima di pubblicare il comunque strepitoso Help Us Stranger; e adesso anche i Wilco, che hanno attaccato il loro tour nel Vecchio Continente in Norvegia i primissimi giorni di settembre quando il loro nuovo album, Ode To Joy, è atteso per il 4 ottobre con la band che sarà già che bella andata via dalla EU. La cosa non piace per niente e dà l’idea di una discografia oramai allo sbando, senza progetti e con il pubblico usato se non come cavia certamente trattato non in modo poco riguardoso – tanto più che i Wilco sono uno dei gruppi culto degli ultimi 25 anni. Chi capisce certi programmi è a prescindere bravo, bello e intelligente.

Sfogo a parte, i Wilco live sono oramai una garanzia, come testimonia per l’ennesima volta la loro nuova discesa in Italia, con prima data al Fabrique di Milano. Nati dalle ceneri degli oramai leggendari Uncle Tupelo, Jeff Tweedy e compagni hanno ampiamente dimostrato di voler essere in it for the long run, come dice una celebre espressione americana – voler restare ossia curare dischi e concerti come facevano band a loro antecedenti, tipo Little Feat, Grateful Dead o la Band, mettendo qualità e consapevolezza come crittografia del loro rapporto con il pubblico. Che ricambia sempre, vedi il gran sold out della serata milanese. Fra l’altro, giusto ricordare che Tweedy è reduce da una buonissima doppietta di album: Warm (2018) e lo spin off  Warmer (2019).

Ma tornando alla stretta attualità, lo spettacolo è stato davvero imponente sebbene con qualche lungaggine e ridondanza di troppo, con quasi 30 brani proposti e ½ album a noi ancora sconosciuto eseguito – per la cronaca, i numeri tratti da Ode To Joy andati in scena sono stati Bright Leaves, Before Us, One And A Half Stars, Everyone Hides, Hold Me Anyway, White Wooden Cross e il singolo apripista Love Is Everywhere (Beware), che sebbene sconosciuti sono parsi comunque in piena linea Wilco. Ascolteremo meglio a tempo debito.

Le 2 ore e ½ sbattute lì, li hanno visti saltare qui e là nella loro oramai vasta discografia, a pieno diritto un vero classico americano. Jeff Tweedy è il fuoco e il dominus della musica Wilco – con naturalmente il sempre osannato Nels Cline a fargli da primo cavaliere con la sua chitarra, che sa essere nello stesso tempo perfetta e ideale quanto stridente e contraddittoria, malgrado qualche ripetizione stilistica che negli anni ha preso piede in modo evidente. Del resto, vi è poco da fare: per chi era tardo adolescente/primi 20 anni ed è venuto a contatto con la musica dei Wilco, veder sfilare I Am Trying to Break Your Heart, War On War, Handshake Drugs, Hummingbird, Via Chicago, How To Fight Loneliness, l’interminabile Impossible Germany, Box Full Of Letters – toh, qualcosa dal primo album A.M. (1995) – Jesus Etc, Theologians, Misunderstood – ogni volta uno dei momenti top del concerto – il tributo a Woody Guthrie con California Stars dalla collaborazione con Billy Bragg, Heavy Metal Drummer, etc, è sempre un bel viaggio nell’America meno scontata e corporate – quella che il gruppo di Chicago è diventato fra i caposcuola nel narrare e “sonorizzare”. E “perdoniamo” che in scaletta non siano comparsi veri gioielli come Sunken Treasure, Hell Is Chrome e Summer Teeth. In sostanza, è sempre bello incontrare i Wilco – ieri come oggi.

Foto: © CoolMag

 

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