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Who. Townshend & Daltrey? Hanno ancora ragione da vendere

Pete Townshend – quell’enorme, squisito bastardo di Pete Townshend. Lo sapeva lui e lo sapevamo noi che i Who non potevano chiudere la partita con il molliccio Endless Wire (2006), il 1° disco da quando l’ex gruppo mod diede il 1° addio con It’s Hard (1982), quello con quell’inenarrabile capolavoro che era Eminence Front. E infatti Who, titolo laconico se sarà l’ultimo album di Pete e Roger Daltrey, chiude la partita in studio con eleganza e onorabilità, come forse in pochi aspettavano. Anzi, uscita la news del nuovo disco è parso di percepire un esercito già pronto con fucile a canne mozze. Meglio riporlo – fidatevi.

A dispetto di concerti pressoché ininterrotti, lucrosi e sempre di grandissimo livello dal 1996 a oggi (da noi memorabili i passaggi di Locarno nel 2006; di Verona nel 2007 con diluvio universale annesso, Daltrey che perde la voce e Townshend che va upfront esaltando l’Arena con un concerto di vere scariche elettriche come se ne sono visti pochi; e di MilanoBologna nel 2016), sembrava che il leader avesse perso l’ispirazione di scrivere/incidere sia per il gruppo sia per sé. L’ultimo album solo, meglio ricordarlo, risale a molti lustri or sono: il pur interessante Psychoderelict (1993), rock opera-autoritratto che già nel titolo faceva presagire un uomo esacerbato con la propria musa che sembrava averlo prosciugato. Dì lì iniziò una lunga traversata nel deserto con l’oasi di poco soccorso Endless Wire (senza scordare un paio di passabili inediti nell’antologia Then And Now! 1964-2004), con un solo brano davvero buono, It’s Not Enough, e che dentro aveva la mini rock opera Wire & Glass, una ventina di minuti molto deludenti.

Copertina disegnata nientemeno che da Peter Blakepop artist inglese amico di vecchissima data dei Who (1° incontro datato 1964) e noto al mondo per essere l’autore della cover art per Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles (1967) e, nel 1981, di Face Dances di Pete & Co  – che tra un cuore, Chuck Berry, un flipper, una Lambretta, Cassius Clay, una stella, la Union Jack, il blue-white-red della World Health Assemblyred bus a 2 piani e altro, fa più che mai Who nel profondo. Ma soprattutto è la musica del disco che non pare un lontano, pallido ricordo della gloria che fu. Pete, che firma praticamente tutto, tranne un co-credito con Josh Hunsacker (tizio scovato ascoltando SoundCloud) e concede un pezzo a suo fratello Simon Townshend (da anni nell’orbita Who), tiene tutto in una lunghezza d’onda dove non vi è alcuno fuori ruolo, giocando più di tutto con il sound dei Who post Quadrophenia (1973), ben sapendo che tutto quello fatto prima resta sull’altare del più sacro rock – tentare di ripeterne i fasti sarebbe ridicola pantomima. Ampiamente evitata.

Già nel 1° brano, All This Music Must Fade, senti tutta la contagiosa ironia di un duo di 75enni ricchi e appagati ma non ammaestrati, gente che gridava di tutto in My Generation e che adesso, idealmente, risponde con un bel “non mi importa – so che questo pezzo ti farà schifo“. Sbagliato – qui vi è di che spassarsela, con un rockettone 70s che ha tutto per farsi amare: tiro, classe, potenza nella voce di Roger, sarcasmo negli interventi vocali di Pete (e tanto di “who gives a fuck” finale). Ci si diverte, eccome – ed è solo l’inizio.

Ball And Chain – titolo iconico che rimanda alla compagna dei grandi festival anni 60 (Monterey e Woodstock), ossia Janis Joplin che sgancia l’atomica in nome di Big Mama Thornton. Stridori vari messi in apertura, un piano che entra e detta la linea per un ballata robustissima poi cucita fra synth e chitarre, di quelle che i Who hanno fatto già molto bene nel post Keith Moon – e con un bel dito puntato ai fatti di Guantanamo. I Don’t Wanna Get Wise, puro Daltrey, fra working class e pub rock, con il cantante che domina con quella personalità che non gli è mai mancata – litigate memorabili con Pete incluse. Hero Ground Zero, ossia trionfalismo Who from UK in onore degli eroi dell’11 settembre 2001, pompieri e poliziotti: i Who al famoso concerto post 9/11 organizzato da Paul McCartney al Madison Square Garden furono i veri show winner e qui sembrano voler ringraziare NYC. Li capiamo ma non è il sound che piace (a noi), così iper-orchestrato – pardon.

Impazzivate sul beat forsennato di Magic Bus, non importa se ascoltando il singolo originale o la devastante versione di Live At Leeds (1970)? Beh, se è così Detour fa al caso vostro/nostro: pezzo anch’esso ossessivo, contorto e forsennato, che se capiterà di sentire live l’impressione è che ribalterà l’arena. Facile contender per numero cardine di Who. I Don’t Wanna Get Wise è il pezzo più 60s, pre rock opera, quando Pete inseguiva Ray Davies (Kinks) e Lennon & McCartney a colpi di cannone che si chiamavano The Kids Are Alright, La-La-La-Lies, Happy Jack e soprattutto Substituterevival, con gli artigli. Per contro, Street Song rimanda ai Who che da ragazzini incazzati passano all’età adulta di Who’s Next (1971) – qui il numero, con quel synth sotto traccia in chiara elegia a Meher Baba come ai tempi della Teenage Wasteland, è un altro standout della raccolta. Con, fra l’altro, riferimenti a un fatto di cronaca, ovvero il fuoco che nel 2017 distrusse la Grenfell Tower nel quartiere londinese di North Kensington (dove, fra gli altri, persero la vita anche 2 veneziani, Marco Gottardi e Gloria Trevisan).

D’altra parte, good ol’ Pete anche quando è protagonista assoluto come in I’ll Be Back (chitarra acustica pervasiva, tocchi orchestrali in background e armonica cromatica degna di Stevie Wonder) sa che in mano ha carte molto buone da giocare. Niente trucco, niente inganno – non è un bluff. Molto buoni anche lo spiritato folk di Break The News, dalla penna del già citato brother Simon; e la ballata a più strati Beads On One String, virtualmente scritta con l’anch’esso già citato Hunsacker, prova che la così detta serendipity nella nuova età di Internet può essere usata bene – non per nulla, paradossalmente, il testo ha chiari rimandi alle utopie 60s.

Chiudono la partita di Who il convulso Rockin’ In Rage e l’etereo gioco di specchi guidato dal piano She Rocked My World, con Roger assolutamente squisito nell’inusuale performance vocale. Ma non è finita, perché Who nella versione deluxe offre anche 3 pezzi bonus, tutti cantati da Townshend. Molto schietta la ballata Danny And My Ponies, con forti rimandi folk. Così come This Gun Will Misfire pare un buon pezzo di matrice Lifehouse/Who’s Next; mentre Got Nothing To Prove è una strana ma affascinante digressione-nenia fra orchestralcountry e i Who di Sell Out (1967), l’album di magnifiche bizzarrie come Relax e Odorono: non c’entra nulla con l’intera opera ma è talmente flip out, quasi fosse una delle mocking song dei Ween, che si fa amare senza riserve e, anzi, non fosse così deliberatamente fuori il contesto di Who (ma sarà davvero delle session di questo disco? Qualcosa non torna… aspettiamo di leggere per bene i crediti) verrebbe quasi voglia di darle una medaglia al valore (musicale).

Se per mera disciplina matematica i conti si fanno sempre alla fine, allora ascoltate per bene Who – dopodiché fatelo sapere in giro che non c’è bisogno di combattere per provare che Pete Townshend e Roger Daltrey abbiano ancora ragione. Da vendere!

The Who – Who (Polydor/Universal)

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