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White Denim. Il nostro disco registrato in quarantena

Molti sono coloro che negli spiazzanti mesi del coronavirus hanno deciso di fare la sorpresa – e regalare il loro nuovo disco dalla sera alla mattina, sovvertendo i propri piani che in condizioni normali sarebbero stati ben altri: Phish, Fiona Apple e X, i primi che vengono in mente. Ma in verità i lavori di costoro nulla hanno a che vedere con il CV, se non per la tempistica di pubblicazione nel pieno della pandemìa. Per l’instant record CV bisognava attendere uno dei gruppi più dinamici e creativi apparsi nella scena americana negli ultimi 15 anni: i White Denim, texani di Austin, che con questo World As A Waiting Room (Radio Milk Records) giungono all’album N°10 (Ep e live esclusi).

White Denim

Tutto ha inizio il 14 marzo scorso, quando il quartetto guidato da James Petralli annuncia l’intenzione di scrivere, incidere e pubblicare un intero nuovo album nel giro di una trentina di giorni mentre, appunto, un po’ come tutto il pianeta, anch’essi erano in quarantena. Detto, fatto. E che album che sganciano: World As A Waiting Room già al primo ascolto s’impone come uno fra i loro più belli, dove l’urgenza di non restare con le mani in mano si unisce a una formazione nel pieno degli anni e della fantasia artistica. Ascoltare il mondo come fosse una sala d’attesa – e pure in questa precarissima situazione i White Denim hanno tirato fuori il meglio di sé, dove fra crisi globale e incertezza il loro spazio che cuce Frank Zappa e Phish, Steely Dan e Butthole Surfers, Flaming Lips e Meat Puppets, ne esce a dir poco rafforzato.

Un turbine progpunkpsichedelicogarageavantgarde che contagia, benevolmente – e dove le insolite strutture musicali sembrano una specie di ciclo continuo senza soluzione di continuità. 4 pareti e la verità, volendo sintetizzare. Siccome i White Denim non sono un gruppetto che ascolti per radio e via, per capirne idee e intenzioni bisogna seguirli per bene – tipo: World As A Waiting Room, il titolo dell’album, era anche il nome di una loro canzone nel disco d’esordio Workout Holiday (2007). Roba mutante e che si ripropone out of the blue, in definitiva, come quella che si trova nelle discografie dei già citati Zappa e Phish – che poi è quella roba che crea il culto e fidelizza chi ha davvero voglia di ascoltare.

James Petralli

L’apripista I Don’t Understand Rock And Roll usa note di synth e arpeggi di tastiera, che creano il suono di un lamento per il sole e la chiarezza del pensiero. Nel frattempo, tagli più lunghi come il vorticoso Work di 6 e oltre minuti (probabile vertice dell’opera) e lo psichedelico head-trip Queen Of The Quarantine allungano la tensione tematica dell’album, fino al punto di rottura. Altrove, i White Denim lanciano un po’ di tutto contro il muro dell’home office, con il frenetico surf-rock di Eagle Wings; con i ritmi garage di Matter Of Matter; con il power-pop d’assalto di Go Numb; e con gli assoli elettrici very Meat Puppets di DVD. Ma è nella breve e scattante Slow Death, in cui umore e significato si fondono in un’elegia per i nostri tempi bui, con Petralli che articola più che mai zappiano:“Ho appena letto di migliaia rimasti senza letto/Tutto il West è scomparso“. Un disco che sembra il promemoria di come il mondo potrebbe davvero essere una sala d’attesa, per alcuni – e dove non tutti ne escono vivi. I White Denim comunque, oltre che vivi, ne escono vittoriosi.

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