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The Essential Gary Lucas

Ok, “scoperto” da Captain Beefheart poco prima che Don Van Vliet mollasse la musica per la pittura. Va bene, il collaboratore più stretto di Jeff Buckley – e chissà cosa avrebbero potuto fare i 2 se le acque del Mississippi non ci avessero privato ben anzitempo del figlio di Tim. Gli ascoltatori di musica limitati alle note Wikipedia non sanno cosa perdono nel non approfondire un vero esploratore della musica come Gary Lucaschitarrista eccezionale fra i più clamorosi oggi su piazza (oramai son 4 decenni!) e compositore capace di 1.000 lune e di 1.000 collaborazioni: per aver conferma, chiedere a Nick Cave, Alabama 3, Bob Neuwirth, John Zorn,al nostro Alessio Franchini, Alan Vega, Mary Margaret O’Hara, Bob Weir, DJ Spooky, Kate & Anna McGarrigle, Peter Hammill, David Johansen, Hal Willner, John Cale, Dr. John, Nona Hendryx, Patti Smith, Najma Akhtar, Lou Reed, Bryan Ferry, Allen Ginsberg, Van Dyke Parks, Emir Kusturicanonsappiamopiùchialtri.

Gary Lucas con Alessio Franchini, Circolo Ohibò, Milano, 2015
© Cico Casartelli

The Essential Gary Lucas (KFR) giunge a colmare il gap per tutti quelli che si son persi quella trentina di album che il musicista di Syracuse, New York ha inciso, regalando una bella retrospettiva di 36 brani che mettono insieme un puzzle fatto di tutto un po’, con voli pindarici che uniscono blues e classica, psichedelicaworld music, jazz e rockklezmer e avant-garde – il tutto senza soluzione di continuità ma, ovviamente, con il marchio registrato Gary Lucas, vero cercatore d’oro che è un po’ la sintesi fra Jimmy Page e David Lindley, John Fahey e Ry Cooder. 2 Cd che sono davvero uno spettacolo sonoro di chi la musica l’ha viaggiata-dal-di-dentro, con ricerca accurata sia nelle proprie composizioni sia nella certosina (ri)scoperta da vero esperto di motivi sconosciuti (negli anni 70, meglio ricordare, Lucas fu penna per il leggendario periodico musicale Zig Zag, fondato e diretto da Mister Rock Family Trees Pete Frame), strutture di accordi uniche e una complessa gamma di toni e trame. Detto in sintesi, per coloro disposti ad andar oltre un ascolto superficiale, il lavoro di Lucas offre uno sguardo affascinante in un mondo musicale che consente a quegli istinti immaginativi di prendere scintilla in modi che sembrano semplicemente sconfinati. Tutto ciò piace – piace davvero tanto.

All’epoca di Captain Beefheart & His Magic Band

Il 1° Cd è un excursus sui Gods And Masters, la sua creatura-alterego che a partir dai primissimi anni 90 a New York e dintorni è stata davvero una delle new thing più eccitanti in circolazione (il nome prese spunto da La sposa di Frankenstein, film del 1935 di James Whale con Boris Karloff)– e non per nulla il giovin Buckley finì nelle maglie di Dei e Mostri, tanto che di quel periodo fecondo a nome del duo resta imperdibile il postumo Songs To No One 1991-1992 (2002). E le perle non si contano: dal rabbioso blues con passo di train song On Man’s Meat con un più che in palla David Johansen, al folk lanciato verso mondi sconosciuti Poison Tree con Mary Margaret O’Hara (la sciura canadese resta davvero un mistero – talento smisurato per una discografia alquanto esigua…); dalle rincorse per chitarra e voce Fata Morgana, alla splendida Evangeline che riassume al meglio i Led Zeppelin più arcadici; dal demo perfetto di Grace con Gary e Jeff che già spadroneggiano con il loro brano-capolavoro (peraltro, della coppia potevano esser ripescati pure il demo di Mojo Pin o la cover live tutta brividi dell’evergreen country-folk A Satisfied Mind), alla delicata Lady Of Shalott dell’ottocentesco poeta inglese Alfred Tennyson sospesa fra Pentangle e Van Der Graaf Generator nonché con Jenni Muldaur on vocal; dal sottile taglio Serge Gainsbourg di Skin Diving (e fa davvero godere quel bordone di chitarra very Page – o forse stiamo parlando di Big Jim Sullivan? A buon intenditor poche parole…), alla danza indiavolata Skin The Rabbit; dal contagioso jammin’ Let’s Go Swimming, fino all’acquerello folk-world The Wall con all’ugola l’austriaca Gisburg.

Il chitarrista e compositore americano con Jeff Buckley

Il 2° Cd, invece, fa una filza di solo, rarities and collaborations – come da sottotitolo. Un viaggio esotico, avventuroso – dove non si conosce il destino ma che a far tutto è semplicemente esser lì a viver il momento: scommettiamo che All Along The Watchtower di Bob Dylan in cinese vi mancava? Eccola invece con Feifei Yang dove gli slanci vocali sono perfettamente in equilibrio fra tocchi klezmer e Rolling Thunder Revue, capaci di regalare quel qualcosa d’inedito a 1 fra i grandi e più rivisitati standard rock; che dire di Her Eyes Are A Blue Million Miles del Capitano Cuordibistecca ribaltata in chiave soul-jazz con l’ex Labelle Nona Hendryx (i 2 nel 2017 incisero 1 intero album, The World Of Captain Beefheart); facile sciogliersi all’ascolto della perfezione raga di Rishte con l’indiana Najma Akhtar che immacolata fluttua nell’aria fra Buckley, gli Zep e Ravi Shankar; andare alla ricerca di piaceri sconosciuti in collaborazione con Adrian Sherwood (Depeche Mode, Primal Scream, Ministry), vedi la sofisticata elettronica di Guanguanco; calarsi nella paranoia Suicide come in Life Kills, con appunto ospite Alan Vega; oppure declinare la classica di Antonín Dvořák, vedi Largo dalla Symphony No. 9, a un desert blues oscillante fra Rainer Ptacek, John Fahey e Ry Cooder. Da vecchi, convinti ammiratori di Lucas che siamo, peccato solo che non sia stato trovato posto per nulla dal disco in duo con Peter Hammill, l’ottimo Other World (2014) – come neppure niente è preso da Stereopticon (2016), gioiellino cantautorale con il tedesco Jann Klose. Ma accontentiamoci. Rilanciamo, anzi: speriamo che un dì Gary si tolga la soddisfazione di collaborare con quello che ci ha confidato essere il suo artista favorito di sempre, nientemeno che l’avvocato Paolo Conte.

Insieme a uno dei suoi artisti favoriti, Paolo Conte

Con Laurie Anderson e Lou Reed

Nelle note di copertina l’artista assicura che: “Avendo pubblicato un selvaggio numero di musiche praticamente in ogni  genere conosciuto all’umanità a partire dal mio 1° album del 1990, Skeleton At The Feast, per me risulta difficile descrivere la mia musica: potrei dire che è basata sulla chitarra e arriva tutta in qualunque “sfumatura di blu”, dal musica pop cinese al folk ungherese, senza dimenticare le soundtrack che hanno alimentato tutta la mia vita. Per complicare ancor più le cose in quanto compilatore di questa doppia raccolta, devo dire che mi piace tutto quello che ho fatto – e per questo non l’ho intitolata The Best Of GL oppure The Definitive GL, poiché non avrei il punto di vista più onesto sulla mia produzione. È stata dura fare una scelta – un po’ come chiedere a un padre di scegliere fra i suoi figli“.

A noi risulta, su tutto, un pot-pourri di suoni misteriosamente audaci e d’intenzioni straordinariamente ambiziose – masserizie di chi se n’è fregato del mainstream per cercare note che alimentino sempre diverse possibilità. Anzi, il tutto poteva tranquillamente intitolarsi takin’ chances with Gary Lucas.

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