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Scott Walker: il peso di un’assenza

Ha retto una settimana. Quantomeno ci ha provato. Ha dato fondo a tutte le sue possibilità e poi, com’era naturale che fosse, è capitolato. Questo penso, quando guardo il cielo di Milano che in questo rigurgito autunnale sembra volermi ricordare qualcosa che a stento sto cercando di rinchiudere in un anfratto remoto, da qualche parte, nel mio inconscio. Certo, potrò anche essere melodrammatico, esagerato, schifosamente autoreferenziale. Ma su una cosa penso di non poter essere contraddetto: quando muore un artista come Scott Walker (1943-2019), qualcosa muta in modo profondo e irreversibile nella chimica del mondo intero. Fa sorridere pensarlo artista di nicchia, nome passato alla storia per le retrovie del “mainstream”, quando a tributarne l’opera sono stati nomi come David Bowie e… no, direi che Bowie basta, avanza e dà un’idea a chi non conosceva (e ancora non conosce) Scott Walker del perché dovrebbe correre ai ripari e mettersi a frugare freneticamente nella sua discografia, in cerca della stessa fascinazione che per anni ha ispirato l’uomo che dietro Ziggy Stardust e l’Esile Duca Bianco ha sistematicamente demolito lo spazio che separava arte e vita. Sarà stato per le modulazioni drammatiche e allo stesso tempo sognanti che la sua voce delineava in brani come Montague Terrace (In Blue) del ’67; o per il fatto di essere arrivato al successo inventandosi l’espediente “teatrale” di un trio di fratelli, i Walker Brothers, che fratelli non erano se non nella musica. Forse anche per la parabola eroica che ha un po’ contrassegnato tutta la sua carriera: gli scarsi successi commerciali dei suoi dischi solisti, lo smarrimento nel gorgo di una produzione country pop che col senno di poi ha sancito l’apologia di un rimosso (visto che dal ‘72 al ‘78 si è auto-imposto il ruolo di “semplice” interprete) e infine la riscoperta di un’identità musicale e artistica inaspettata, colta, profonda, sperimentale.

È alla luce di tutto questo che, forse, non si può non avere lo stesso slancio e lo stesso entusiasmo che aveva Bowie nel parlare di Scott Walker. Del resto, è stato l’outsider che molti musicisti avrebbero voluto essere: ha sfornato, con voce da crooner e sensibilità musicale invidiabile, album come Scott 4 (‘69) che in barba alle vendite e alla cancellazione da parte della Philips Records si è ritagliato negli anni lo status di culto. Ha aperto il suo cuore alla strada indicata da poeti della desolazione come Jacques Brel, quando i suoi contemporanei americani erano ancora troppo impegnati a far fronte alla British Invasion per allargare i loro orizzonti culturali; e ha avuto, sul finire degli Anni ‘70, la lungimiranza di pensarsi secondo una prospettiva nuova, tutt’altro che scontata. Nel luglio del ‘78, l’ultima apparizione dei Walker Brothers avvicina per la prima volta Scott allo sperimentalismo, introducendolo in una dimensione art rock cupa e affascinata dall’elettronica. Nite Flights, nella sua natura composita di opera divisa in 3 blocchi, racchiude nei brani da lui firmati una dimensione intrigante, che folgora il Bowie di Lodger (‘79) così come quello di Black Tie White Noise (‘93), nel quale compare addirittura una cover della title track.

E ancora silenzio stampa fino a quando, nell’84, Climate Of Hunter lo riporta alla ribalta con un lavoro realizzato con metodologie degne delle avanguardie storiche, da cui emerge una fra le più entusiasmanti perle art rock degli Anni ‘80. Una visione ampia, totalizzante della forma canzone, che rinegozia i suoi stessi confini in quanto spazio d’azione sonora sospeso fra narrativa e impressione poetica e che lo porta in album come Tilt (‘95) a vette di entusiasmante rarefazione. Dritto al cuore delle cose, fra elegie post-contemporanee e processi di continua disgregazione-rigenerazione sonora, Scott Walker s’inerpica sui sentieri di una sperimentazione sempre più colta, raffinata, ma non per questo esclusivamente cerebrale anche quando delinea partiture di classica-contemporanea come nel caso di And Who Shall Go To The Ball? And What Shall Go To The Ball? del 2007. Un percorso in continua evoluzione, all’insegna di quella coerenza che deriva dalla libertà di chi asseconda la propria personale visione artistica senza subirla, ma dandole lo spazio che richiede nel mondo. Quello stesso per cui il cielo, superati i confini di Milano, sembra continuare a non darsi pace nell’attesa, forse, che i temporali di là da venire ricerchino nella forza primigenia della natura la stessa materia oscura che ha visto Soused, nell’inaspettato combo Walker + Sunn O))) materializzarsi l’ultima delle più entusiasmanti trasmutazioni dell’uomo un tempo venuto al mondo come Noel Scott Engel.

Foto: © RB/Redferns, © Jamie Hawkesworth

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