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Quel “fake” di A Visual Protest. The Art of Banksy

Il 2018 si è rivelato un anno positivissimo per lo street artist/writer di Bristol senza volto e senza identità. Il Walled Off Hotel da lui stesso progettato e arredato a Betlemme, inaugurato nel 2017 e affacciato sul muro che divide Israele dalla Palestina, registra puntualmente il tutto esaurito in qualità di location che garantisce “the worst view in the world” (la peggiore vista del mondo). Il 20 giugno, nella Giornata Mondiale del Rifugiato indetta dalle Nazioni Unite, è invece comparso nella banlieu di Parigi sul muro di un ex centro d’accoglienza per profughi, la sagoma di una bimba di colore in piedi su una cassetta della frutta mentre copre una svastica con un pattern rosa. Nei giorni successivi, sempre nella capitale francese, sono stati messi a segno altri blitz fra ratti che inneggiano al ’68, topi dinamitardi, roditori col vizio dello champagne, una rivisitazione del ritratto di Napoleone che attraversa le Alpi di Jacques-Louis David (1801), col mantello del condottiero a coprirgli il viso e il busto come fosse un burka; un uomo che porge un osso a un cane, nascondendo dietro la schiena la sega con cui ha appena tagliato la zampa (cioè proprio quell’osso) all’animale; una spettrale ragazza che su un’uscita di sicurezza del Bataclan piange le vittime dell’attacco terroristico del 13 novembre 2015. Infine Girl With Red Balloon, battuta all’asta il 5 ottobre da Sotheby’s a Londra per 1.000.000 di sterline o giù di lì, che si autodistrugge a striscioline. E lui che fa? Rivendicando la paternità di quel gesto compiuto contro la mercificazione dell’arte, commenta sarcastico su Instagram: “Going, going, gone…”.

E ora state bene attenti. Nella sezione Shows del suo sito spicca il seguente annuncio: “Members of the public should be aware there has been a recent spate of Banksy exhibitions none of which are consensual. They‘ve been organised entirely without the artist’s knowledge or involvement. Please treat them accordingly” (I componenti del pubblico dovrebbero essere consapevoli che c’è stata una recente ondata di mostre su Banksy, nessuna delle quali è consensuale. Sono state interamente organizzate senza conoscenza o coinvolgimento dell’artista. Si prega di trattarle di conseguenza). E sotto alla dicitura FAKE a tutte maiuscole, l’elenco delle 12 bufale espositive col costo in dollari dei rispettivi tickets d’ingresso. Strano che l’attentissimo Banksy non si sia ricordato di essere stato esposto nel 2016 a Palazzo Cipolla (Roma) nella mostra Guerra, Capitalismo e Libertà, ma soprattutto non si sia accorto di This Is Not A Photo Opportunity, la mostra fiorentina a  Palazzo Medici Riccardi prorogata fino al 24 marzo… In compenso, accanto alle false esposizioni di Miami, Bruxelles, Mosca, Melbourne, Anversa, Tel Aviv, Amsterdam, Toronto, Berlino, Istanbul e Auckland c’è A Visual Protest. The Art of Banksy, che a Milano si è trionfalmente rivelata la ciliegina sulla torta dell’annus mirabilis banksiano, disintegrando ogni record in quanto a presenze. Ma lui continua a fottersene allegramente, difendendo il proprio anonimato e l’orgogliosa indipendenza dall’establishment. D’altronde parlano chiaro certi suoi storici blitz: mordi-e-fuggi reiterati nei garage sotterranei, sui muri e negli angoli londinesi più nascosti prendendo a schiaffi il potere, la guerra, il consumismo. E quando ha violato la sacralità dei musei? Camuffato da pensionato, o con il volto nascosto da un cappello, è stato ripreso dalle telecamere a circuito chiuso mentre appendeva le sue opere fra i massimi capolavori dell’arte. Alla Gioconda leonardesca ha affiancato la Gioconda/Smile, alla warholiana Campbell’s Soup la zuppa Tesco, al ritratto di una gentildonna la sua gemella con maschera antigas… E la sua, che è a tutti gli effetti guerrilla art pacifista e anticapitalistica? Ha fruttato memorabili esempi d’arte dello stencil, ovvero la maschera normografica che consente di riprodurre in serie forme, simboli e lettere.

Certo che è strano vedere i suoi lavori appesi con tanto di cornici in un museo, ho sentito dire da qualche eminenza della critica. Ma la stessa, identica cosa non è forse capitata a 3 miti dell’arte di strada che Banksy dovrà scarpinare ancora un bel po’ per cercare quantomeno di avvicinare? Fuori i nomi: Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Kenny Scharf. Banksy inorridisce anche solo a sentir parlare di questa mostra, al punto da averla messa all’indice sul suo sito? Vogliamo scommettere che le 80 serigrafie esposte al MUDEC sono state autenticate da Pest Control, la società incaricata in via esclusiva da lui per l’amministrazione, la gestione e la tutela dei suoi diritti? E mentre Banksy fa quello che si scandalizza, io vi garantisco che A Visual Protest vale il prezzo del biglietto (brava Francesca Bonazzoli, che sul Corriere della Sera ha annotato: “Lui, invisibile come un supereroe, continua a schivare ogni esca avvelenata. Per questo non crediamo alla voce che darebbe possibile la sua presenza alla mostra, camuffato da barbone. Difficile anche che si pieghi a pagare un ingresso di ben 14 Euro”) per il semplice motivo che raccoglie tutte le sue icone: dai ratti in versione pacifista, guerraffondaia o romantica (che Banksy ha ammesso in tutta onestà di aver “rubato” al graffitista francese Blek Le Rat), al black bloc che scaglia un mazzo di fiori contro le forze dell’ordine; da Vincent Vega (John Travolta) e Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) sorpresi in una sequenza di Pulp Fiction mentre impugnano banane stile Velvet Underground anziché pistole, all’agente di polizia britannico con un paio d’ali angeliche e uno smiley giallo al posto del volto; dal policeman col dito medio alzato, alla Queen Victoria in posa smaccatamente saffica; dalla bimba-simbolo della guerra in Vietnam che dopo lo scoppio di una bomba al napalm fugge via tenendosi per mano con Mickey Mouse e Ronald McDonald, alla ragazza che la bomba se la abbraccia con tutto l’amore possibile; dalla scimmia che indossa un cartello a sandwich con la scritta “Laugh now, but one day we’ll be in charge” (Ora ridete, ma un giorno saremo noi a comandare), a Kate Moss acchittata come la Marilyn Monroe di Andy Warhol. Accanto alle tematiche della ribellione, dei “giochidi guerra e del consumismo introdotti da un’appropriata sezione che focalizza il mondo “contro” prima di Banksy fra Situazionismo (Anni ’50 e ’60), Maggio ’68 e writers newyorkesi (Anni ’70 e ’80), ci sono 60 copertine di dischi che il bristoliano ha realizzato per Blur, Röiksopp, Danger Mouse, Paris Hilton, Dirty Funker e Blak Twang spaziando dal britpop, all’elettronica e all’hip-hop, nonché memorabilia di e su di lui fra litografie, flyers promozionali, cartoline, fanzines e riviste. Suvvia Banksy, fattene una ragione. È tutta pubblicità. Gratuita.

A Visual Protest
The Art Of Banksy
Fino al 14 aprile 2019, MUDEC – Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano
tel. 0288463724
Catalogo 24 Ore Cultura, € 33

Il gelato con il palloncino

I suoi ingredienti sono misteriosi come l’identità di Banksy. Si chiama Il gelato con il palloncino, nasce dall’estro creativo di Vincenzo Fiorillo, lo trovate a Milano all’agrigelateria Gusto 17 in via Savona 17 e s’ispira a una delle opere più iconiche dello street artist inglese: Girl With Red Balloon (La ragazza con il palloncino rosso). Le materie prime di questa golosità, sui toni del grigio, nero e rosso, richiamano il suo stile. Scendendo nei particolari, una coulis di frutti rossi rappresenta iperbolicamente il palloncino a forma di cuore legato a un sottile filo di crumble grigio che s’immerge, fino a fondersi, in un cremoso di latte ammantato di tonalità grigie. Zero coloranti o elementi artificiali. Solo creatività, ricerca, prodotti d’eccellenza. Il gelato con il palloncino è un’esperienza sensoriale e gustativa da provare.

Foto: Love Is In The Air (Flower Thrower), 2003, Butterfly Art News Collection
Mosquito, 2002, Artificial Gallery, Antwerp
Flying Copper, 2003, Butterfly Art News Collection
Il gelato con il palloncino, © Gusto 17

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