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Pixies (Officine Grandi Riparazioni, Torino, 12 ottobre 2019)

Sganciata la bomba con l’eccellente nuovo album Beneath The Eyrie, eccoci alla deflagrazione definitiva nel nome Pixies: il concerto. Il 2° di quelli italiani – esordio venerdì sera scorso al Paladozza di Bologna – alle Officine Grandi Riparazioni di Torino, eccellente spazio multimediale inaugurato nel 2017. In entrambi i casi sold out di quelli che fanno bene al morale di chi tiene alla buona musica, specie se si è ben saldi fuori del reality-smo come noi. I Folletti invecchiano ma non li abbatti, anzi, si dimostrano una vera macchina da guerra che non fa prigionieri nel nome dell’oramai loro classico rock obliquo imposto dai secondi 80s a oggi, lunga pausa quindicinale compresa che paradossalmente ne ha fatto sbocciare il successo (e l’attesa per il ritorno).

Black Francis aka Frank Black (voce, chitarra), Joey Santiago (chitarra), David Lovering (batteria) e, vive le femmes, la perfetta Paz Lenchantin (basso, voce) che ha preso il posto della scorbutica Kim Deal, sono ormai un monolite con un pubblico venerante in cerca di emozioni forti a suon di potentissimo rock and roll. I 4 vanno dritti al punto appena mettono naso nel palco con scenografia parca perché qui, gente, si suona mica si pettinano le bambole – perché i Pixies adesso godranno anche di successo planetario ma non hanno dimenticato che arrivano dagli scantinati di Boston, dove nacque il loro sound crudo e iper sensuale come pochi altri della Generazione X. Un’esibizione in cui tra un brano e l’altro sono pronunciate zero parole per non spostare il baricentro ad altro che non sia la musica.

E appena partono le note della cover di Cecilia Ann, pezzo dei Surftones che già bruciava a milleallora in Bossanova (1990), si scatena un pandemonio di 2 ore in musica per una quarantina di pezzi difficilmente descrivibile se non si era lì, dove peraltro una bella fetta di Beneath The Eyrie si mostra senza sfigurare di niente (On Graveyard Hill è già un classico) rispetto al repertorio 1987-1991 dei 5 album che fecero epoca – e che spianarono la strada all’alt-rock degli anni 90, Nirvana e Smashing Pumpkins in testa.

Lungo la serata scorre la dinamite che ha reso unico il mondo Pixies, fra post punk e Pere Ubu, glam senza maquillage e Brecht-Weill, rigore rock and roll e futurismo Tim Buckley/Tom Waits specie nella voce del leader – un mondo, per concedere ancor più giusto credito alla band, cui non sono mai venuti meno e che, al contrario, è bello rincontrare ancora intatto dopo tutti questi decenni. Si va avanti senza sosta a vigorosi colpi di frusta: Isla de Encanta, Nimrod’s Son, la stupenda Cactus (che pure David Bowie ebbe a incidere nel 2002 su Heathen), Bone Machine, l’anthemica Where Is My Mind?, Wave Of Mutilation, Here Comes Your Man, Caribou, Monkey Gone To Heaven, Havalina, Death Horizon, U-Mass, Vamos – nonché come già detto il corposo lotto del nuovo album, miscelato alla perfezione nel carburante altamente infiammabile del quartetto, dove le chitarre sono scintillante bellezza e la ritmica poderoso fragore che travolge. E l’impressione è che i 4 cavalieri suonino mediante telepatia più che mero incrocio di strumenti: potere di chi possiede quel tocco magico negato ad altri. Mai sia death to the Pixies!

Foto: Black Francis aka Frank Black
Joey Santiago
© CoolMag

 

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