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Patrizia Laquidara (LAC, Long Lake Festival, Lugano, 7 agosto 2020)

In Italia abbiamo un piccolo, grande asso – che naturalmente bisogna andar a vedere in Svizzera. Scherzi a parte, vedere Patrizia Laquidara esibirsi dal vivo, circondati e assediati come siamo dalla artificiosità reality show, è quantomeno confortante. L’ex ragazza siciliana di nascita e veneta d’adozione, si presenta all’oramai consolidato Long Lake Festival di Lugano, una delle rassegne estive più belle degli ultimi anni, sia a livello organizzativo sia a livello di programmazione, dove ad accoglierla è il multifunzionale e futuribile scenario del LAC, il centro culturale Lugano Arte Cultura. Con lei Daniele Santimone (chitarra 7 corde) e Davide Repele (chitarra acustica, elettrica e classica, basso) – e si può tranquillamente dire che la Laquidara torna verso casa.

Daniele Santimone, Patrizia Laquidara e Davide Repele

Lo spettacolo, di fatto, riprende un po’ in mano quanto fatto nel suo disco d’esordio, quel bel Para você querido Caé (2001) dove l’artista rileggeva, con gran padronanza e licenze di chi è coraggioso, una quindicina di brani del repertorio di quel baiano di classe mondiale che è Caetano Veloso. E a Lugano ella presenta un nuovo recital dove torna ad affrontare l’Atlantico: comincia dai confini d’Europa, da quel suo “indirizzo portoghese”, come diceva il suo 2° album del 2003, per farci assaporare le parole dello scrittore Fernando Pessoa; l’incanto di suoni che fanno rotta verso Capo Verde in cerca di Cesária Évora; e poi veleggiano verso la “LusAmerica” brasiliana in formato Veloso, Carmen Miranda, Chico Buarque, dei grandi autori e interpreti che hanno fatto conoscere al mondo intero la lingua di Luís de Camões, il Dante Alighieri dell’idioma lusitano; per finire, di nuovo, a passeggiare nelle vie cantate da Amália Rodrigues, la Lisbona luminosa e misteriosa del fado e di Fria claridade.

Con presenza sicura, grazia e una voce duttile che sa passare dal carezzevole a slanci di pura avanguardia, con tutto quello che vi è in mezzo, la bella Patrizia non perde un colpo dimostrando che ha sia molto studiato sia molto viaggiato. Già quasi all’inizio quando butta lì un 1-2 tutto brasiliano, Rio meets Salvador: prima una bellissima Roda viva di Chico, colma di vocalizzi e teatralità; poi il passo felpato di Cajuina, il “cinema trascendentalefelliniano di seu Cae. Di lì per quasi 2 ore si muove leggera in un repertorio apparentemente discordante ma a cui la cantante dà seria coerenza: da Carlo Fava (Un discorso in generale) a Johnny Hallyday (Que je t’aime); dai canti antichi della Sicilia registrati da Alan Lomax con il magnetofono a Le rose, che le fu scritto da Fausto Mesolella, lo scomparso Avion Travel; fino ai più che interessanti brani come autrice di se stessa (Mielato, Noite e luar, Argento).

Un’ultima annotazione. Verso il finale Patrizia Laquidara ha fatto una dedica a una donna “in carrozzella” presente all’esibizione, davvero toccante: «Vi chiamano invalidi, “meno fortunati”, fragili – per me voi siete le persone delicate che bisogna difendere». Applausi anche per la profonda sensibilità.

© Cico Casartelli

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