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Paolo Conte (Teatro Galleria, Legnano MI, 11 ottobre 2019)

Vogliamo scoprire l’acqua calda, tuttinsiemeappassionatamente? Vi è poco da fare – fra gli artisti italiani più emozionanti che si possono vedere dal vivo, “naso triste come una salitaPaolo Conte è decisamente in cima alla lista, medaglia d’oro: ossia l’eleganza di un aristocratico uomo di provincia che conquista il mondo, la faccia bella dell’Italia di cui vorresti sempre parlare. Per l’occasione il fuoriclasse si manifesta con la sua impeccabile orchestra davanti alla platea attenta e giubilante del Teatro Galleria di Legnano, politeama vecchio stampo dov’è sempre bello mettere piede, che si vede passare l’opera dell’unico “pittore in musica” dell’Italia del Dopoguerra, del boom economico, del piccolo uomo i cui occhi non si fanno passare nemmeno uno fra gli inevitabili cambiamenti che attraversano il mondo. E un giorno sarebbe bello approfondire come tutto ciò abbia avuto un solo, ammissibile corrispondente nell’opera di Ray Davies coi Kinks – tipo il tizio de La Topolino amaranto che a proprio modo non è poi così lontano da Village Green e da Arthur o magari gli eroi del jazz contiano che potrebbero essere trasfigurati in quelli del cinema del capolavoro daviesiano Celluloid Heroes. Ma bando alle divagazioni.

Magari dopo 900 (1992) nei dischi vi è stato un calo della tensione artistica, sebbene non manchino comunque grandi numeri; se proprio vogliamo trovare un nadir, quello è Elegia (2004) – ma stiamo sempre disquisendo di uno dei grandissimi, non necessariamente solo italiani: come per i veri grandi, mai darlo per artisticamente irrilevante, anche a 82 suonatissimi anni. Mai! La riprova ne è la rinascita di Nelson (2010), lavoro sorprendente che si assesta ben medio-alto nella graduatoria della sua intera discografia. Rinascita che sarebbe stato molto bello celebrare anche con il più recente Snob (2014) – che, invece, sembra essere album fatto di qualche cliché di troppo i quali, tuttavia, a Paolo Conte si possono (e si devono) anche perdonare. Con Snob, sia come sia, ci si ferma davanti a Gente, dove tutti dovrebbero push play: il pezzo è nettamente il migliore del disco e spiega eloquentemente la differenza fra un maestro della canzone e i tanti parvënü’ d’oggidì che si cimentano nelle 7 note – numero di quelli che valgono un intero album, anche di un album un po’ zoppo come quello che lo ospita. Da star male se al Galleria l’avesse fatta – e da star male che non l’abbia fatta!

Come tutte le cose, bisogna vedere i 2 lati della medaglia: se il disco vive di un equilibrio non proprio saldissimo, lo Snob Tour non fa prigionieri – ammalia tutti con musica e poesia di prim’ordine, quella di uno schivo-misterioso-ombroso ma molto affascinante signore dalle tante primavere che la musica italiana l’ha riformulata tutta se non anche spesso reinventata. Per non parlare dell’enorme orchestra che lo accompagna: roba che se in Italia sparisce, non la sostituiamo. Tenerla stretta è d’obbligo.

La fauna che ospita il concerto del Maestro è sempre variopinta: madame ingioiellate, attempati dandy, adepti al culto contiano che da altre parti non li vedi mai, giovani vogliosi di cogliere almeno la coda di una vita artistica a dir poco epica. Lo Snob Tour compie ben 5 anni e l’immensa storia di Paolo Conte è lì nella propria cristallina grandezza: quella che corre sfidando tutto e tutti sulle strade di Diavolo Rosso per una dozzina di minuti; quella che corre in altre dimensioni ispirate ad Atahualpa di Alle prese con una vera Milonga, lo splendore fatto canzone; quella che corre Via con me rigirata quasi a ballata di balera prima e reprise in versione speedy come unico bis; quella che corre dall’altra parte dell’oceano di Messico e nuvole con sempre Enzo Jannacci nel cuore; quella che rallenta alle foto sbiadite di Recitando; quella di Gli impermeabili che della madornale tetralogia del Mocambo è il pezzo più bello; quella che il Surrealismo il Futurismo il Cubismo è tutto lì quando passano Max, Sotto le stelle del jazz, Snob, Madeleine (la seduttrice, meretrice Madeleine?), Dancing, Ratafià – brani che se anche sai di non poterli mai afferrare, è bellissimo solo provarci ad aggrapparvisi anche per pochi istanti. Roba da standing ovation come pochi altri la meritano, al mondo.

Foto: © CoolMag

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