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Milton Nascimento (Kaufleuten, Zurigo, 19 giugno 2019)

Come molti dei suoi coetanei di veneranda età, anche Milton Nascimento, classe 1942, rivisita lo splendore di sue più antiche (e migliori) peregrinazioni musicali. Che per lui significa tornare al Clube da Esquina: sì dischi, ma sopratutto movimento fra i più leggendari dell’intera musica popolare brasiliana, l’MPB, che dal Samba classico (Cartola, Noel Rosa), passando naturalmente per la Bossa Nova (João Gilberto, Vinícius de Moraes, Antônio Carlos Jobim, Baden Powell) e il Tropicalismo (Caetano Veloso, Tom Zè, Gilberto Gil, Gal Costa, Os Mutantes), ha trovato nel gruppo di artisti guidato dal grande Milton uno dei propri massimi momenti d’espressione. E con tante celebrazioni che stiamo vivendo, Nascimento ha preso la palla al balzo ed è partito in tour prima in Brasile e poi per il mondo. Niente Belpaese: per vederlo nel posto più prossimo bisogna arrivare a Zurigo, fra le mura del bellissimo e storico Kaufleuten, locale nel centro della città svizzera che negli anni ha veramente ospitato la crema della musica mondiale di tutti i generi e le provenienze. Per l’occasione pienissimo, di brasiliani – come da copione.

L’ultima volta che lo vedemmo in Italia fu molti anni fa, circa una ventina, a un famoso festival milanese dove si esibì qualche tempo dopo un’operazione alle corde vocali e si presentò non esattamente al meglio delle proprie possibilità d’ugola. Già, perché la voce di Nascimento, quando gira bene, è un’arma impropria, uno strumento fatto e finito, cuore e anime del suo Minas Gerais, lo stato brasiliano che ancora in fasce o quasi lo accolse dopo che la madre carioca non potè permettersi di crescerlo. In quest’occasione l’uomo di Três Pontas, invece, con la voce lo troviamo bene: porta bene le proprie tante primavere e sopratutto è decisamente sui registri che ci si attende da un fuoriclasse come lui. Fisicamente, d’altro canto, veleggiare verso gli 80 non ringiovanisce: forme robuste sorrette da gambe magrissime e fragili (sul palco ce lo portano), lo spettacolo lo fa tutto da seduto e i movimenti tradiscono quello che sembra un accenno di Parkinson. Stoico.

Certo, un concerto dedicato al Clube da Esquina – radici antiche che affondano ai primi anni 60 ma trionfo con i 2 doppi album del 1972 e del 1978 ma anche a suoi irrinunciabili lavori come Minas (1975) e Gerais (1976) – sarebbe stato bello se fosse stato concepito altresì come reunion con gli altri eroi di quella frotta, peraltro ancora tutti in attività: nella fattispecie Lô Borges, Beto Guedes, Flávio Venturini e Toninho Horta, fra gli altri. Tant’è. Piccola osservazione sconosciuta ai più: quello che da molti è considerato l’album capolavoro di Lucio Battisti, Anima latina (1974), fu inciso dopo che il genio italiano fece un lungo soggiorno nella terra dell’Ordem e Progresso – e dove siamo certi venne in contatto con, fra le altre, la musica del Clube, siccome le affinità che si colgono nell’album di Battisti con la musica dell’ensemble mineiro sono ben evidenti, tangibili, lampanti. Nessuno ce lo leva dalla testa.

Il concerto. Milton arriva on stage con figura possente ma segnata, comunque monumentale come uno di quegli alberi fuori misura che si incontrano nelle foreste montuose del suo Sul do Minas. Ma si tratta di un gigante buono e virtuoso, di quelli che hanno l’arte nelle dita – o nella voce, in questo caso. Lo show inizia con la stupenda canzone che apriva il primo lavoro del Clube, quella Tudo que você podia ser che setta il mood a un grande viaggio nella Musica Cosmica Brasiliana, come se Beatles e Band avessero operato dalle parti di Belo Horizonte e dintorni, con tutto ciò che il Brasile e i suoi irreali colori comporta. Di lì scorre un fiume in piena di emozioni e di musica inarrestabile: Nada será como antes; i 2 movimenti di Clube da Esquina; Cravo e canela; Casamiento de negros; la stupenda Para Lennon e McCartney – resa immortale inoltre dalla povera Elis Regina, che ne fece un’interpretazione a dir poco vibrante; San Vicente; Lília; Paixão e fé; Sevillaquesta non ha parole perché non ne esistono che possano rendere giustizia alla bellezza della musica», sentenzia Milton con un sorriso divertito); O Que Foi Feito Devera/O Que Foi Feito de Veramedley che in origine aveva ospiti la già citata Elis e Gonzaguinha; Maria Maria; O trem azul – estatico anthem per antonomasia del Clube, peraltro scritto da Lô Borges; fino all’addio con quella meraviglia delle meraviglie che è sempre Paula e Bebeto, scritta con Caetano Veloso. Decisamente impeccabile la band che lo circonda, guidata dal giovane e meticoloso Zé Ibarra (voce, chitarra) che, fra l’altro, si sobbarca le parti vocali di e di Beto – portando per bene a casa la pagnotta.

Una selezione del repertorio CDE di ammaliante bellezza, in sostanza, per 1 ora ½ di musica d’altissimo livello – roba che ti avvolge come il tepore tropicale del Minas e ti fa toccare con un dito il cielo del Gerais. È solo mancata la più leggendaria cover di Norwegian Wood, all’epoca affare fra Nascimento e lo scapestrato Guedes, che da queste parti senz’esitazione consideriamo come la più bella rilettura di un pezzo beatlesiano fatta da chiunque, a qualunque latitudine-longitudine. Solipsismo, il nostro – mero solipsismo contro la nobile e grande taglia di Milton Nascimento e la sua intramontabile musica, quella di chi “Eu sou da América do Sul/Eu sei, vocês não vão saber/Mas agora sou cowboy/Sou do ouro, eu sou vocês/Sou do mundo, sou Minas Gerais” (Para Lennon e McCartney).

Foto: © CoolMag

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