Prima Pagina

Michael Chapman (Ligera, Milano, 6 novembre 2019)

Golden class 1941, Michael Chapman è un artista che davvero è responsabile di tante cose: è colui che ha fatto incontrare nella tarda Swingin’ London il proprio (fugacemente) coinquilino David Bowie con un suo vecchio amico di Hull, tal Mick Ronson (dicipoco); è fra i grandi nomi che con Pink Floyd, Kevin Ayers, Be Bop Deluxe e Deep Purple ha contribuito a creare il mito della leggendaria Harvest Records; ma sopratutto è uno di quegli artisti che, sia come cantautore sia come maestro della chitarra acustica, mai hanno ceduto alle sirene di una musica “più facile” da che esordì esattamente 50 anni fa con Rainmaker, prodotto da Gus Dudgeon, lo stesso che peraltro mise mano a Space Oddity del non ancora Duca Bianco (e a tanto Elton John).

Parco di parole, faccia scavata ma portamento inveterato, voce flebile eppure non doma e piena di fascino impenetrabile, chitarra che sembra vecchia di molti-molti decenni, abbigliamento d’ordinanza con stivali, jeans, camicia western e cappello da camionista yankee tipo l’attore/chitarrista/cantautore Jerry Reed (lui che è nato e cresciuto nell’inglesissimo Yorkshire!) – a 78 anni è comunque bello trovarselo davanti fra le mura del Ligera di Milano, letteralmente una vecchia cantina vini zona viale Padova con la platea accolta da comodi divani e bell’atmosfera (ossia quando con poco si fa molto – molti organizzatori dovrebbero imparare…), una fra le tappe del suo pingue tour centro-nord italiano.

Chapman non ha mai smesso di fare musica sempre avvincente ma negli ultimi anni, prima grazie ai 2 Sonic Youth Thurston Moore e Jim O’Rourke e poi, anzitutto, a Steve Gunn che gli ha prodotto sia 50 (2017) sia True North (2019), pare proprio aver colto un certo interesse per la sua musica anche fra un pubblico più giovane rispetto a quello piuttosto attempato cui era abituato – prova ne siano anche le collaborazioni sparse con giovani leve quali Hiss Golden Messenger, Ryley Walker, il prematuramente scomparso virtuoso della chitarra Jack Rose, Bill Callahan (Smog) e Alex Turner (Arctic Monkeys/Last Shadow Puppets).

Come detto, la voce è oramai fioca rispetto a un tempo, come i fasti di Fully Qualified Survivor (1970) o quelli del misconosciuto ma splendido Almost Alone (1981) – ma ugualmente impressiona per l’assoluta scioltezza con cui suona lo strumento, facendosi un baffo di qualsiasi eventuale artrite. Basta chiudere gli occhi e il sortilegio delle sue scale è davvero unico, sia che peschi fra i propri magnifici classici di diversi decenni or sono, su tutto The Twisted Road, proprio l’immortale Fully Qualified Survivor e John Fahey’s Flag (spettacolare strumentale dal già citato Almost Alone – espressamente dedicata allo scomparso JF e con annesso aneddoto di una cena dei primi anni 80 fatta fra i 2); oppure recenti, assolute perle come Truck Song e Caddo Lake dell’ultimo album, la seconda splendida digressione che da These Days di Jackson Browne/Nico regala un trip per 6 corde davvero avvincente. Tutta robbabuona che merita d’essere acclamata nella stessa sfera di suoi colleghi di qui e di là d’Atlantico, gente di primissimo piano quale Davey Graham, il già evocato JF, Bert Jansch, John Renbourn, Leo Kottke e naturalmente Richard Thompson.

Michael Chapman: quando la differenza fra un campione e i “vicini di casa” dei social network che fanno capolavori a ogni fiatata è palese – e mortificante per questi ultimi.

Foto: © CoolMag

 

Share: