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Michael Chapman/Hothouse Flowers/Bob Malone (Palcolive Parco Comunale, Pusiano CO, 21 luglio 2019)

A Pusiano è l’11ma volta che “lo fanno” – e bisogna proprio dire che quest’anno, con la manifestazione evolutasi in Palcolive, il festival sulle rive del piccolo lago fra Como e Lecco ha dato il meglio di sé dopo che comunque negli anni abbiamo avuto occasione di “toccare con mano” grandi artisti quali Son Volt, Suzanne Vega & Gerry Leonard (David Bowie), Tom Russell, James McMurtry, Chris Jagger, Larry Campbell, Alejandro Escovedo e diversi altri nomi di caratura. Programmazione snella, contrariamente a quella molto dispersiva degli scorsi anni dove si tirava troppo per il lungo in attesa dei nomi principali in cartellone (il classico “dentro tutti” stile Domenica In); organizzazione impeccabile e accogliente, perfettamente posta nel confortevole Parco Comunale; una line up di musicisti scelti bene con protagonisti lo storico e imprescindibile chitarrista/cantautore inglese Michael Chapman e una delle grandi promesse anni 80 della musica irlandese: gli Hothouse Flowers. Il tutto gratuitamente. In tempi di magra informarsi è importante: di cose belle se ne possono ancora trovare.

Dopo un paio di gruppi locali, nel tardo pomeriggio apre i giochi Bob Malone con la sua band con tanto di coriste aggiunte rispetto a quando venne in Italia pochi mesi fa, bel intruglio che rimesta New Orleans e Little Feat, Southern Rock e Dr. John, Leon Russell e Allen Toussaint. Il pianista e cantante del New Jersey, noto anche per essere da anni parte integrante della band di John Fogerty (Creedence Clearwater Revival), mostra tanta grinta per 1 ora abbondante che scalda il pubblico, forse già provato dalla “caldazza” pomeridiana. Il tutto con un set fra originali e cover ben scelte, dove svettano contagiose versioni di Up On Cripple Creek (The Band), di una potentissima Oh Well (Fleetwood Mac epoca Peter Green e Danny Kirwan) e di Stay With Me (Faces). Storia di uno che il mestiere immaginiamo lo abbia imparato battendo ogni dove. Grande e dovuto rispetto per lui.

Arriva, quindi, Michael Chapman. Chi scrive lo vide l’ultima volta una decina di anni fa e bisogna sottolineare che l’uomo, alla soglia degli 80 anni, è magro e scavato tuttavia non domo, come provano tra l’altro i suoi recenti, magnifici album prodotti da Steve Gunn, giovane artista di culto americano che ha messo perfetta mano alla consolle in 50 (2017) e nel fresco di stampa True North (2019). L’uomo che ha fatto incontrare David Bowie e Mick Ronson, uno dei grandissimi artisti della leggendaria Harvest Records (Pink Floyd anyone? Ma anche Kevin Ayers e Be-Bop Deluxe), cantautore/chitarrista top che ha sempre fatto di canzone & sperimentazione una cosa unica (nel Nuovo Millennio non sono mancati dischi e performance addirittura con 2 Sonic Youth in libera uscita, Thurston Moore e Jim O’Rourke), colpisce principalmente per un paradosso: la voce è flebile, non ha più i toni sicuri di un tempo – ma altrettanto impressiona per l’assoluta scioltezza con cui suona lo strumento, facendosi un baffo di qualsiasi eventuale artrite. Basta chiudere gli occhi e il sortilegio delle sue scale è davvero unico, sia che peschi fra i propri magnifici classici di diversi decenni or sono come Fully Qualified Survivor oppure assolute perle come Caddo Lake dell’ultimo album, splendida digressione che da These Days di Jackson Browne/Nico regala un trip per 6 corde davvero avvincente. Niente bis sebbene richiesti a gran voce dal pubblico rimasto incantato dalla sua innegabile maestria – gli addetti palco sono parsi intransigenti. Peccato. Ma non bisogna disperarsi, Michael Chapman sarà presto di nuovo in Italia a novembre: Raindogs House a Savona (5), Ligera a Milano (6), Freakout a Bologna (7), Arci Progresso a Firenze (8) e Overttspace a Mussolente-Vicenza (9). Torneremo a vederlo.

Eccoli, infine, gli Hothouse Flowers, come sempre guidati da quell’hippie gaelico di Liam Ó Maonlaí e dall’elegante Fiachna Ó Braonáin. Mancavano in Italia da diversi anni – e che i vecchi fan li attendessero in modo speciale è stato quasi tangibile. Poco dopo le 21 il Parco Comunale è pingue di pubblico e loro rispondono con quel loro contagioso cocktail che come ingredienti prioritari ha Van Morrison e Planxty/Christy Moore, U2 e Dexys Midnight Runners, per quasi 1 ora e ½ di grandi vibrazioni fra revival e taglio di chi non molla sebbene con loro la fortuna potesse essere più benevola (detta in breve: a cavallo fra anni 80 e 90 sembravano davvero sulla rampa di lancio per il successo planetario). Liam, a detta di diverse fanciulle presenti “ancora bel tocco d’uomo”, è il fuoco di tutta la situazione Hothouse Flowers: canta con passione, balla, si muove sciamanico, gioca con la figlioletta del bassista aggregata alla ciurma Irish, rapisce il pubblico con un bel carisma folk-hipster. Con il frontman in gran palla sfilano un’ipnotica cover del classicissimo reggae I Can See Clearly Now (Johnny Nash), già immortalata in Home (1990) e altrettanto proposta come potrebbe farla Van The Man, oppure il loro manifesto Don’t Go, lunghissima e giocata su un riff tra blues e afro che ha rammentato molto Graceland di Paul Simon; o ancora, l’incantevole traditional irlandese She Moved Through The Fair che è oro folk-soul nelle mani di Ó Maonlaí e compagni oppure l’altro grande hit del loro repertorio, This Is It (Your Soul), degna dell’antica gloria mai sopita Dexys. E se Michael Chapman è certo che tornerà presto, speriamo che lo facciano anche gli Hothouse Flowers: sarebbero di nuovo davvero benvenuti.

Foto: Michael Chapman
Hothouse Flowers
Bob Malone
© CoolMag

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