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Mary Coughlan featuring Richie Buckley (Retrò, Vicenza, 12 novembre 2019)

Chi si ricorda quando fu la prima volta che si ascoltò questo o quello? Gioco e goduria che fanno parte dell’esoterismo di chi ascolta la musica in un certo modo, diciamo così e perdonate forse la superbia, serio. Dalle nostre parti ci ricordiamo il magnifico giorno che nei primissimi anni 90 ascoltammo per la prima volta la divina Mary Coughlan, cantante irlandese che da sempre si muove in un solco indefinito fra soulcelt, jazz e blues – come il suo eroe Van Morrison. Comprammo Jagger/Richards Songbook (1991), compilation di cover del repertorio Rolling Stones fatte da artisti fra i più disparati (dal Bryan Ferry della clamorosa Sympathy For The Devil, ai Flying Burrito Brothers dell’altrettanto memorabile Wild Horses) – e a sfavillare vi era una clamorosa versione di Mother’s Little Helper, che peraltro Lady Mary già registrò nel suo eccellente Uncertain Pleasures (1990).

Ecco, da quel momento con la Coughlan siamo stati, come si dice in lingua inglese, hooked up. Non l’abbiamo più mollata, collezionandone gli album, sempre di gran livello, e andando a vederla tutte le volte che ne abbiamo avuto occasione – sempre grazie al grande promoter bergamasco Gigi Bresciani: uno dei pochi, se non l’unico fra gli organizzatori nostrani, che tratta la musica prima di tutto come cultura. Anche stavolta non vi abbiamo ripensato un solo secondo a saltare in macchina e fiondarci nel cuore del Veneto, a Vicenza, per l’unico concerto italiano di quest’anno della grande irlandese.

Per il concerto al Retrò, la Signora di Galway arriva con una gran band che ne segue perfettamente gli umori e che, in formazione, vanta nientemeno che il compatriota Richie Buckley, sassofonista che in Irlanda è un’istituzione e che tutti i fan di Van The Man già conoscono alla perfezione fin dei tempi di No Guru, No Method, No Teacher (1986) – e che con la cantante ha una storia artistica pluriennale, tanto che lo ricordiamo già in formazione al primissimo concerto della Coughlan che vedemmo, a metà anni 90 ospite del noto club Bloom di Mezzago. I 2, peraltro, collaborano fin degli anni 80 e, sempre grazie a Bresciani, misero piede in terra italiana addirittura nel 1986, come ricordato proprio dalla Coughlan durante la performance.

Appena appare nel palco capisci che Mary è un’artista speciale, presenza importante e carismatica come raramente capita di vedere. Buckley e i restanti del gruppo l’accompagnano senza colpo ferire in tutti i suoi umori, che sono quelli di un’anima che si svela e che smuove tutti quando canta. Difficile mettere nero su bianco le struggenti sensazioni di questa Billie Holiday contemporanea d’Irlanda – tipo quando si abbassano le luci e davvero inchioda tutti all’eccellenza della sua interpretazione di Love Will Tear Us Apart (Joy Division), che arriva dritta dai posti più ignoti dell’anima. Oppure, chiedendo se vi è qualche richiesta, quando qualcuno dal pubblico (noi) le cerca proprio Mother’s Little Helper – lei, corriva e simpatica che più Irish non si potrebbe, con un sorriso butta lì un «oh, fuck, no!» ma poi un secondo dopo la improvvisa a cappella con la classe degna di Maria Callas, a dir poco.

Ma non è questione di episodi, è proprio tutto l’insieme che rende Mary Coughlan un vero standout: si tratti del ricordo della sua vecchia amica scomparsa Kirsty MacColl con Bad; della sua signature interpretation Whiskey Didn’t Kill The Pain, atmosfera Brecht/Weill che sembra il ritratto di una vita scritto, fra l’altro, dal folksinger shamrock Johnny Duhan (sua anche The Voyage, resa celebre da Christy Moore); della canzone francese tradotta in inglese, ossia la stupenda Je t’appartiens di Gilbert Bécaud che negli anni 50 divenne Let It Be Me via Everly Brothers, qui proposta con atmosfera degna di un film di David Lynch; della conturbante e scuracomelanotte cover di A Whiter Shade Of Pale (Procol Harum), che davvero ha fatto sobbalzare l’attentissima platea; e del conclusivo medley I’d Rather Go Blind (Etta James)/You Send Me (Sam Cooke), oro per l’ugola di Mary Coughlan e miele ad alta gradazione per le orecchie di chi ascolta. Estasiati ci inchiniamo dinnanzi a quella che con tante possibilità è la più grande cantante vivente – e non stiamo esagerando.

Foto: © CoolMag
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