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Maledetto milanese – Intervista a Giangilberto Monti

Chi volesse farsi una cultura sulla musica francese in Italia, paese che già ha avuto nobili e profondi aficionados quali Bruno Lauzi, Fabrizio De André e Nanni Svampa, oggi come oggi non può prescindere dal lavoro di Giangilberto Monti. Traduzioni, adattamenti, libri, dischi, spettacoli – l’artista milanese nato come cantautore e poi attore alla corte di Dario Fo & Franca Rame, ha da poco pubblicato con la pianista Ottavia Marini l’album Maledetti francesi (che i 2 presenteranno dal vivo giovedì 19 dicembre alle 19 presso l’Institut Français di Milano in Corso Magenta 63 – entrata libera fino a esaurimento posti), ultima puntata di un progetto nato con l’eccellente, omonimo libro pubblicato una decina di anni fa e poi portato in giro come spettacolo negli ultimi scorci. La pubblicazione del disco è il pretesto per questa interessante chiacchierata con Monti. Mesdames et Messieurs, bonne lecture

Hai messo firma a dischi e libri dove affronti ampiamente la musica francese. Spontaneo domandarti come è nata questa passione, contando che i tuoi studi sono stati quelli di ingegneria chimica…
«Da quando Riccardo Piferi, autore e regista di teatro e cabaret (per lungo tempo anche paroliere e regista per Enzo Jannacci, NdR), mi ha consigliato all’inizio degli anni 90 di leggere Textes et Chansons di Boris Vian, sostenendo che la sua ricerca artistica era simile alla mia. Poi, conoscendo meglio l’opera di Vian, ritengo di essere stato solo un suo divulgatore».

Per Maledetti francesi ti sei unito alla pianista Ottavia Marini. Come è nata la vostra collaborazione? Anche lei è un’appassionata di musica francese?
«Inizialmente per caso, poi lei si è appassionata strada facendo soprattutto della ricchezza poetica e compositiva di questi brani. Ma la sua particolarità, oltre al suo pianismo classico, è l’uso della voce che giudico molto particolare. Ha un timbro piuttosto inusuale per le nostre abitudini di ascolto».

La produzione del disco è molto “basica”: tu a voce e chitarra, Ottavia al piano e poco altro. La scelta “minimal” nasce dalla voglia di metter luce essenzialmente sulla bellezza intrinseca dei brani, lasciandoli spogli e “senza maquillage”?
«Il disco è una riproposizione di quello che facevamo nello spettacolo. È stato Jean-Luc Stote, ideatore dell’Associazione Festa della Musica di Brescia, a darmi l’idea di riprodurre fedelmente questa sonorità. In fase di pre-produzione avevo anche pensato di aggiungere altri strumenti – come la fisarmonica – ma poi ho capito che sarebbe stata una sonorità in qualche modo attesa, dato il mondo francese, anche se avevo fatto delle prove con Gian Pietro Marazza, peraltro bravissimo».

La scelta dei 17 brani da includere in Maledetti francesi com’è avvenuta?
«È una sorta di super compilation dove ho reso omaggio a quello che ritenevo più significativo, ma è una pura scelta artistica e fatalmente riduttiva. Chiunque avrebbe pensato ad altri brani – o ad altri artisti. Diciamo che sull’argomento si potrebbero fare altri 10 album… Inoltre mi sono fermato agli anni 80 e a Renaud, che considero l’ultimo di quella razza di maudits. Poi ovviamente si arriva ai giorni nostri, ma per un lavoro del genere ci vuole un po’ di “distacco storico”».

Nelle note al disco affermi che “Il variegato mondo musicale dei più acclamati chansonniers francofoni non è solo la principale fonte d’ispirazione del nostro cantautorato – ma rappresenta anche la cultura europea più innovativa, che Oltralpe ritrova nei contaminatori tra poesia, musica e arti sceniche i propri principali interpreti“. Perché credi che tutto ciò sia avvenuto prima e più di altri luoghi in Francia e non in Italia, Spagna, Germania o Inghilterra?
«Prima di tutto perché l’ho sperimentato studiando quel mondo. Poi la cultura francese confina da molto più tempo con la nostra, almeno nella cosiddetta “canzone d’arte”. E anche perché Parigi, per molti anni, è stata la porta dell’Europa. Non è solo un fatto musicale: è anche poesia, pittura, letteratura, teatro, contaminazione artistica in genere».

Come mai nelle versioni di Albergo a ore, Il gorilla e Lo straniero hai mantenuto le traduzioni, rispettivamente, di Herbert Pagani, Fabrizio De André e Bruno Lauzi?
«Perché sono fedeli all’originale, a parte quella di Herbert Pagani. Infatti in Albergo a ore ho inserito in testa e in coda la traduzione quasi letterale del testo che cantava Édith Piaf in Les amants d’un jour, ma il corpo centrale rimane quello di Pagani, che quel testo ha “ripoetizzato”. E anche i diritti di adattamento rimangono giustamente ascritti a lui».

Facciamo un gioco: pregi e difetti delle traduzioni di artisti francesi in italiano, dai già citati Lauzi e De André fino a Nanni Svampa, secondo Giangilberto Monti…
«No, non riesco a rispondere a questa domanda, ci vorrebbe un libro. Lascio volentieri ai critici di mestiere la risposta».

Perché “snobbi” (concedimi la battuta) il mio artista francese favorito o quasi, Jacques Dutronc? Nei tuoi dischi non fai suoi brani e nei tuoi libri lo si trova citato a malapena…
«Perché lo conosco pochissimo, ma come già detto ho dovuto fare delle scelte e quindi una selezione necessaria. Per esempio, ho da tanti anni nel cassetto la mia traduzione di un brano barricadero di Jean Ferrat, Le bruit des bottes, che non ho mai inciso».

Avendo letto i tuoi libri, più di tutti ho colto da parte tua una grande venerazione per Boris Vian. Come lo hai scoperto e come lo presenteresti a un giovane d’oggi che non lo conosce?
«Beh, ti rimando alla tua prima domanda… ma, in ogni caso, di Vian andrebbero anche letti i suoi romanzi. Uno per tutti, La schiuma dei giorni. E anche i suoi anarcoidi testi teatrali non dovrebbero sfuggire».

Quanti e quali artisti francesi hai conosciuto o magari visto in concerto? Léo Ferré è stato spesso ospite da noi in Italia e credo che da Milano, negli anni 80, non fosse difficile recarsi a vedere Serge Gainsbourg in Francia, che allora si esibiva molto…
«Non ho mai conosciuto nessuno di loro direttamente, e forse è stato meglio così. Però devo molto a Bruno Lauzi, con cui ho riadattato la Java des bombes atomiques di Boris Vian».

A proposito di Gainsbourg: Je t’aime… moi non plus cantata da Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer a parte, da noi il suo repertorio tradotto (tolte le tue interpretazioni e giusto Ornella Vanoni che incise Chasseur d’Ivoire come I grandi cacciatori adattata da Nini Giacomelli e Sergio Bardotti) non si è visto granché. Come mai, secondo te?
«Perché siamo colonizzati dal repertorio anglosassone – rapper compresi. O come direbbe un mio antico collega, perché “ci vuole orecchio”».

Tu hai avuto frequentazioni teatrali con Franca Rame e Dario Fo, al quale hai anche dedicato recentemente un album tributo. Quanto ti è servito lavorare con loro negli anni 80 in termini di presenza sul palco? Le volte che ti ho visto esibirti ho colto una grande dimestichezza fra “te e il palco”…
«È stata una scuola in tutti i sensi, sul palco e nella quotidianità di questo mestiere. Però i maestri, soprattutto i più grandi, vanno poi dimenticati altrimenti si rischia la clonazione. Fo aveva preso da Jacques Tati, Gaber da Yves Montand e Jacques Brel. Nell’arte ci si ispira e a volte si ruba, l’importante è non scopiazzare».

I tuoi libri, permettimi il complimento, sono davvero una boccata d’aria fresca rispetto al mondo dell’editoria musicale nostrana, spesso allo sbando nel nome del pressappochismo. Dettagliati, minuziosi, capaci di trasmettere l’emozione di quello che racconti. Qual è il segreto perché tutto questo funzioni bene come una cosa sola?
«Grazie del complimento. Ma passerei alla prossima domanda…».

Okay. Una cosa che trovo bizzarra leggendo la tua biografia è che tu hai collaborato molto più con media svizzeri (radio principalmente) anziché con quelli italiani. Da noi un certo modo di proporre le cose fatto di serietà e di autorevolezza, oltre che di passione, non paga?
«In Svizzera danno poca importanza a chi conosci, o a chi non conosci, ma alla bontà o meno delle idee che proponi. In Francia è tutto molto più difficile, ma è più o meno lo stesso che in Svizzera. Da noi, ho lasciato perdere da tempo… però sono testardo, non si sa mai…».

Dopo Fo e i francesi, cosa riserva il futuro per Giangilberto Monti, fra dischi e libri?
«Per ora ho il raffreddore, ma quando mi passa ci penso!».

Foto: © Federico Zucchi

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