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Laurie Anderson (Festival di Villa Arconati, Bollate MI, 5 luglio 2019)

Tutte le volte che ci siamo trovati davanti Laurie Anderson abbiamo sempre capito una cosa, o almeno ci è parso di capire “quella cosa”: Lou Reed – pardon, il temibile Lou Reed in lei ha senz’altro trovato, oltre che un bella donna (splendida, nel caso), oltre che una vera esteta e oltre che la cosiddetta anima gemella, colei che in un mare (auto) vessazioni probabilmente gli ha dato sicurezza, stabilità e comprensione ogni occasione che ne incrociasse il suo sguardo. Già, perché ogni volta che abbiamo la fortuna di vederla, lei nel palco e noi là sotto ad ascoltarla, la sensazione che trasmette è quella, appunto, di grande sicurezza, stabilità e comprensione: 25 anni fa, 15 anni fa e anche stasera a Villa Arconati, da svariati decenni a questa parte luogo per uno fra i più classici festival dell’Estate milanese.

L’elaborazione del lutto non deve essere stata facile – se perdere un uomo come Lou Reed è stato difficile per noi più affezionati fans, figuriamoci per lei, terza moglie e ultima amata. Come vuole il personaggio, Laurie ha fatto le cose “lentamente risolute”: dopo la perdita, quasi subito è tornata alle performance come non vi fosse miglior cura; poi lo squisito film Heart Of A Dog (2015), applaudissimo dov’è stato presentato e velata lettera d’addio a Reed attraverso l’amore per la loro cagnolina, Lolabelle, ma anche digressione fra il suo credo buddista e la sedizione globale degli ultimi 2 decenni; infine, l’anno scorso, l’album del ritorno, l’interessante Landfall inciso con il Kronos Quartet. Adesso, a 72 anni ma non sentirli, finalmente è tornata a suonare anche in Italia: l’ultima volta a Milano fu un concerto post 11 settembre al Teatro dal Verme, dove dietro le quinte c’era anche Lou, il quale prima della compagna fece un incontro pubblico parlando della New York post attacchi terroristici. Sono passati 15 anni abbondanti.

Eterea ma non sfuggente e alquanto aristocratica, la madama dell’Illinois è sempre un’artista di spicco – il classico “a me gli occhi” è il suo destino. Guardarla, oltre che ascoltarla, è una questione di magnetismo innato quando capita averla di fronte. Laurie Anderson non è un’artista facile, il suo silloge è ricerca che desidera sempre confronto coinvolgente con il pubblico – ma anche di prenderlo per mano e condurlo nel suo mondo avant-garde sospeso fra Philip K. Dick, David Bowie & Brian Eno, Peter Gabriel, Philip Glass, William S. Burroughs. E sotto le stelle nell’incantata atmosfera del Parco delle Groane il sortilegio si è compiuto di nuovo. Peraltro, inizio e già culmine di una 3 giorni sotto l’egida di Terraforma, il festival internazionale di musica dedicato alla sperimentazione artistica e alla sostenibilità ambientale giunto alla 6^ edizione, dove in un’esperienza “immersiva” si susseguono musica dal vivo, laboratori, incontri con gli artisti, installazioni nel verde. Festival che ospita festival – nuove frontiere.

L’esibizione. Fin dagli anni 70 Laurie Anderson è stata protagonista di esibizioni e installazioni audiovisive articolate e scenografiche, basate su eventi della propria vita, visioni oniriche, componimenti poetici, miti e leggende, in cui convergono teatro, musica, canzoni, azione e immagini – approccio multiforme che anche questa sera non è mancato. Sale in pedana con il suo fido compagno al violoncello – e poco dopo essersi “scaldati” con un’improvvisazione, attacca con una filippica sulla situazione politica negli Stati Uniti, che culmina con un primal scream ispirato all’amica Yoko Ono, dove anche il pubblico interagisce sonoramente. Non mancano percorsi giocati sul paradosso («Mi piacciono le stelle perché noi esseri umani non possiamo ferirle», racconta anche assistita casualmente da uno spicchio di luna affilato e suggestivo che si staglia dietro il palco); passando per l’amato Lou che appare nel grande schermo per il segmento Lou Reed Is Joining Us, dove lo scomparso artista recita versi e che sfocia con Laurie che regala una bella e toccante menzione di Dirty Blvd, il pezzo che con ospite Dion apriva il capolavoro New York (1989). Cosa fanno Philip Glass piuttosto che il Mahatma Gandhi quando non si sentono bene, «according to Laurie»? Uno compone e l’altro resiste, ci rassicura – che fa sapere pure di James Brown, il quale invece «stay on the scene»: e subito parte l’originale di Get On The Good Foot del Signor Dinamite, su cui lei vi suona sopra fino a una lunga coda improvvisata. Nel finale non mancano nemmeno alcune posizioni di tai chi, l’arte marziale di cui Lou Reed era iniziato e che contagiò anche la compagna. Nulla da fare per O Superman – ma non si può avere tutto.

Foto: © CoolMag

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