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MBU-69, ovvero l’Arte del Fumetto

Prima ancora di sfogarsi coi giocattoli o incollare figurine, ci sono stati i Tex che collezionava papà. Da lì ha preso vigore la passione innata di MBU-69 per i fumetti: da sfogliare, poi da leggere tutti d’un fiato, poi da rileggere e poi da ragionarci su fino a desiderare di farne opere d’arte. Ri-Collage, li ha chiamati, e sono un autentico godimento per gli occhi e per lo spirito. Un mix vincente di Pop Art, Poesia Visiva e Concettualismo. Sono storie originali di fumetti altrettanto originali che vengono ritagliate, scomposte, ricomposte e poi incollate per dar vita a trame inedite innescando punti di vista, imprevisti, paradossi, giochi di parole.

Ne ha assemblate quasi 200, MBU-69 (zero nome, zero cognome, sappiamo che è nato a Fiesole, vicino a Firenze, nel 1969), di varie dimensioni e ad alto quoziente di spettacolarità. Né sfuggono al suo genio creativo spazi vuoti e dettagli da tinteggiare monocromaticamente. E c’è un filo a percorrere e ad attraversare ogni opera “bloccando” di fatto i nuovi gesti, le nuove mosse, le nuove esistenze di quegli eroi e di quelle eroine di carta, rendendoli ancora più iconici.

Utilizzi un logo che incuriosisce: MBU-69 è uno street artist? Un agente segreto? Un superuomo?
«È il marchio di un artista che conosce la vera identità dei supereroi e si nasconde dietro un nome in codice per non essere costretto a rivelarla».

Come hai iniziato?
«Divertendomi a colorare le pagine in bianco e nero dei primi albi di Topolino. Poi mi sono messo a collezionare fumetti in modo compulsivo, bulimico: ne vedevo uno e dovevo averlo a ogni costo. Ma era il caso di darmi una calmata: sicchè ho deciso di venderli per scambiarli o acquistarne altri, senza correre più il rischio di affezionarmi troppo a questa o a quella striscia».

Ma come fai a ritagliare un fumetto, fra l’altro originale e vintage, senza soffrire?
«Un po’ di sofferenza c’è, ma viene esorcizzata dal fatto di dargli un valore aggiunto: appendendolo alla parete lo trasformo a tutti gli effetti in un quadro da guardare e godere ogni giorno, a differenza di quei fumetti ordinati e catalogati che alla fine ti riduci a sfogliare ogni 5 anni».

Dopo Roy Lichtenstein che ha sdoganato il fumetto a opera d’arte Pop, sei arrivato tu (MBU-69 ride e ringrazia). Quando è stata la prima volta?
«Volevo fare un regalo di compleanno a colei che all’epoca era la mia ragazza, appassionata come me di fumetti. Avevo pensato a un Dylan Dog. Senonchè la storia non finiva bene: dato che lui la ragazza la perdeva, io dovevo fare assolutamente qualcosa per evitarlo. E così ho fumettisticamente modificato il corso del destino…».

Volendo potresti cambiare a tuo piacimento perfino i dialoghi…
«Certo. Mi è capitato più volte di sostituire o scambiare le “nuvolette” dello stesso fumetto, cambiandone il significato».

Sei l’esatto opposto di Emilio Isgrò, l’artista concettuale: lui cancella una frase negandola per sempre, tu la “piloti” in modo differente: oltre a negarla, la sostituisci con un’altra affermazione ribaltando completamente il senso.
«Per quanto riguarda la “nuvoletta” e la dicitura, lo scambio è ben nascosto e non così ripetitivo, mentre lo sono il gioco della figura e della storia rimontata all’interno del quadro. C’è stato un fumetto, disegnato da Milo Manara, che quando l’ho letto la prima volta a un certo punto ho visto lei che si stava allontanando da lui ed erano felici. Poi ho voltato pagina e lui le ha sparato uccidendola. No, non è possibile!, mi è venuto da gridare. E allora ho eliminato quella serie di vignette reinventando, di fatto, l’epilogo della storia».

E qui interviene la manualità. Tecnicamente qual è il tuo modus operandi?
«Prima di montare un fumetto lo ritaglio con le forbici, sapendo già quali pagine terrò e quali mi toccherà sacrificare. Ma se ad esempio da una parte c’è Eva Kant in costume e dall’altra Eva Kant che quel costume se lo sta levando, è un dramma: quella pagina la metto da parte e nel caso la sceglierò dopo. Ritagliata e selezionata l’immagine, se ne trovo altre da ritagliare tipo sagome procedo. Poi ho cominciato a giocare anche con le opere cercando di rifare un’immagine, un qualcosa, un’unione dove non solo la vignetta potesse concludersi ma l’attacco con la successiva fosse quasi inesistente, ma sembrasse proseguire».

E anche in questo caso sei tu a intervenire…
«Ma prima di incollare faccio alcune prove, mi costruisco idealmente la storia e poi procedo con il colore individuando un particolare che si ripete all’interno del quadro, o colorando gli spazi vuoti».

Altra costante delle tue opere, il filo.
«Di canapa naturale, tinto a mano in acrilico, segna un’ipotetica traccia (c’è o non c’è) e volendo, per assurdo, potresti smontarlo e ripassarlo in maniera diversa. Sono molteplici i suoi significati: legatura, imbrigliatura, impacchettamento alla maniera di Christo…».

Ogni legatura che esegui è frutto di un ragionamento…
«Anche dal punto di vista geometrico, perché quando osservi un mio Ri-Collage sia da vicino sia da lontano l’impatto visivo deve tener conto di 2 elementi: il colore a contrasto e l’equilibrio che lega tutto l’insieme».

Ti consideri ancora un compratore compulsivo?
«Dei fumetti di oggi acquisto solo le uscite particolari. Con il Dylan Dog intitolato Profondo nero e sceneggiato da Dario Argento ho ad esempio realizzato 2 lavori, mentre in un negozietto per collezionisti di Modena ho trovato un numero di Diabolik che sognavo da anni: quello in cui Eva Kant viene disegnata per la prima volta con un nonnulla di culetto scoperto mentre si asciuga. Ci ho ricavato un’opera 24 x 24».

Miracoli ne hai mai compiuti?
«Una volta mi è capitato fra le mani un Rin Tin Tin vintage e mi sono divertito a dargli la parola. Ne è uscito fuori un Ri-Collage con Rusty che parla, il cane che gli risponde e un cavallo che esclama “Qui sono tutti matti!”».

E del fumetto erotico, ieri gettonatissimo, cosa mi dici?
«Mi piace lavorarci sopra, ma a condizione che sia arte. Nulla da ridire sui cult dell’erotismo anni 70 e 80 come Il Montatore, Lando, il Tromba o Il Camionista, ma dal punto di vista grafico sono dozzinali. Tutt’altra classe, invece, per la Jolanda De Almaviva disegnata da un giovane ma già talentuoso Milo Manara: Donne di fuoco del 1971 è fra i miei Ri-collage più particolari».

Cosa ne pensi dei cosplay?
«Sono una bomba atomica di creatività. Io che abito a Viareggio e frequento manifestazioni come Lucca Comics & Games, so bene quanto lavoro c’è dietro alla passione per un personaggio fantasy o un supereroe. Ci sono sarte che confezionano costumi identici al fumetto; e se per caso un nastro viene cucito più in alto o più in basso dell’originale, è una tragedia. A Lucca mi è capitato di incontrare un Megaloman in carne e ossa, immedesimato nella parte, tale e quale all’originale».

Un’ultima curiosità. Al di là dei fumetti cosa apprezzi dell’arte?
«Le opere di Mario Schifano. Sono un fan sfegatato: non solo dell’artista realizzatore di Pop Art ma anche dello sperimentatore di immagini su tela emulsionata».

Foto: Pugno meccanico, 1980, disegni e sceneggiatura: Andru – Giordano
La fine di una spia, Diabolik n°4, 1982, sceneggiatura: Angela e Luciana Giussani, disegni: Zaniboni – Fiumali – Paduletti
Profondo nero, Dylan Dog n° 383, 2018,  Sergio Bonelli Editore, sceneggiatura: Dario Argento, disegni: Corrado Roi
Donne di fuoco, Jolanda De Almaviva  n° 29, 1971,  R. G. Editore, sceneggiatura: Roberto Renzi, disegni: Milo Manara
Uno alla volta, Batman n° 50, 1969,  Mondadori Editore, sceneggiatura: Bob Brown, disegni: Infantino – Giella

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