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Larry “Ratso” Sloman – Il mondo della Rolling Thunder Revue e tanto altro

Ci sono giornalisti che per uno strano equilibrio di bravura, fortuna e destino riescono sempre a brillare più degli altri. Larry “Ratso” Sloman ha fatto grandi interviste, per esempio a Leonard Cohen; ha fatto grandi scoop, per esempio assistere alle session di Blood On The Tracks (1975), il celebre disco di Bob Dylan; ha scritto libri memorabili, per esempio On The Road With Bob Dylan (1978), dedicato alla Rolling Thunder Revue; ha inanellato grandi collaborazioni nel mondo della canzone, per esempio John Cale (Velvet Underground) e Nick Cave; ha formato solide amicizie, per esempio con lo scrittore e cantautore Kinky Friedman (l’unico scrittore al mondo che può vantare d’essere il preferito di Bill Clinton e di George W. Bush). Per non farsi mancare nulla, dopo essere stato giornalista di punta di Rolling Stone, ha diretto il leggendario mensile High Times e poi si è dedicato alle biografie di personaggi disparati quali Howard Stern (i 2 libri scritti negli anni 90 con il dj frantumarono tutti i record di vendite), Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers e Mike Tyson (Undisputed Truth è il testo su cui si basa lo spettacolo teatrale/televisivo di Spike Lee con protagonista Iron Mike).

Quest’anno è tornato alla ribalta grazie al suo debutto discografico, incredibile a dirsi, con l’eccellente Stubborn Heart (ospiti che comprendono Nick Cave, Warren Ellis, Shilpa Ray, Sharon Robinson, Imani Coppola, etc) e al film di Martin Scorsese sulla Rolling Thunder Revue di Bob Dylan, dove Ratso è fra i più in vista co-protagonisti e narratori. Di tutto quanto elencato poc’anzi e di tanto altro abbiamo conversato con lui in questa lunga intervista esclusiva che ci ha concesso. Mettetevi comodi e buona lettura.

La prima domanda è ovvia: hai 68 anni… com’è possibile che tu abbia pubblicato il tuo album di debutto solo ora? Non hai avuto voglia di fare un disco quando avevi 30 o 40 anni?
«In verità di anni ne ho 70 (ride). Dicono che ne ho 68 perché è scritto nella pagina Wikipedia che mi hanno dedicato. E non si può discutere con Internet! Diciamo che per Stubborn Heart ho imboccato una via tortuosa. In verità, iniziai a scrivere canzoni all’epoca della Rolling Thunder Revue di Bob Dylan. Spesi diversi giorni nell’area di Combat Zone a Boston, dove Dylan voleva girare alcune scene di Renaldo & Clara dove vi fossero molte prostitute e spogliarelliste. Quello è il posto, a Boston, dove si trovava quel tipo d’ambiente. Fu molto divertente, conobbi ogni singolo gerente di strip club, ogni ballerina e ogni call girl della zona. Quando quella scena fu tagliata, mi lamentai con Bob e lui in proposito mi rispose di scrivere una canzone! Così scrissi su due piedi le parole per un pezzo intitolato The Combat Zone, che in ogni verso parlava di ognuna delle donne incontrate in quell’ambiente. Quando mostrai il testo a Bob durante il seguente viaggio in treno da Toronto a Montreal, lui si mostrò molto compiaciuto e paragonò il contenuto alla sua Just Like Tom Thumb’s Blues. Avuta la benedizione dal bardo in persona, quando finì il tour mi esibii con nientemeno che Roger McGuinn al programma radio di Bob Fass (famoso dj americano, NdR). Dopodiché lavorai ad alcuni brani con Rick Derringer, che viveva non lontano da me – insieme finimmo a scrivere una ventina di canzoni, testo mio e musica sua. Poco dopo, il mio amico Kinky Friedman, il grande Texas Jewboy, mi presentò John Cale una volta che John fu a vedere Kinky in concerto, che all’epoca aveva una residency al Lone Star Cafe di New York. Ci siamo piaciuti e di lì abbiamo iniziato a scrivere canzoni insieme, cosa che abbiamo fatto per diversi anni. Quando alla fine John si trasferì a Los Angeles, pensai che quella fosse anche la fine della mia carriera di scrittore di canzoni – e tornai a scrivere libri».

So che il disco ti ha preso parecchio tempo (direi anni) prima di essere completato. Raccontaci del processo che ha portato a Stubborn Heart…
«Circa 5 anni fa ho condotto un podcast con il mio amico Mark Jacobson, all’epoca “senior editor” al New York Magazine – podcast che conducevamo in diretta dal KGB Bar nell’East Village. Spesso avevamo giovani artisti indie come ospiti. Una notte ospitano l’autore di un libro su Gram Parsons – e lui fu così brillante da portare con sé dei musicisti per suonare qualche brano di Parsons, fatti perfettamente. Alla fine delle show, 2 musicisti piuttosto conosciuti nella scena indie di Brooklyn, Tim Bracy e Elizabeth Nelson, si fecero avanti e mi dissero: “Ratso! Non sapevamo che tu fossi il conduttore di questo programma. Siamo cresciuti con il tuo libro On The Road With Bob Dylan! Siamo tuoi grandi fan!”. Le lusinghe ti portano ovunque – così Tim e Elizabeth mi invitarono a Brooklyn, facendo da ambasciatori della scena locale. La cosa mi entusiasmò e mi ricordò i vecchi tempi del “do it yourself” del Village, specialmente il cosiddetto movimento anti-folk che girava intorno a Lach at the Sidewalk Cafe. Lì conobbi una fantastica cantautrice chiamata Shilpa Ray – la cui musica mi è venuto spontaneo far immediatamente conoscere a Nick Cave, che l’ha portata subito in tour con sé. Grazie a Shilpa, ho conosciuto il suo ex chitarrista Vincent Cacchione, leader di ben 2 gruppi, i Soft Black e i Caged Animals. Dei Caged Animals ho visto qualche concerto e poi ho chiesto a Vin se voleva scrivere qualcosa con me. Gli ho passato qualche verso che avevo ancora dalla collaborazione con Cale per un brano intitolato I Want Everything – e lui me l’ha restituito con della gran musica. La mia prima idea era quella di fare un tributo a me stesso, chiamando qualcuno dei miei amici già famosi a fare cover dei miei pezzi. Kinky Friedman aveva già fatto un paio di quei brani e pensai che quello fosse il modo migliore per riscoprire quei pezzi, che era tutto quanto mi interessasse in quel momento. Ma dopo che Vin registrò il mio primo demo, una prima versione di Our Lady Of Light, che poi nel disco canto con Nick Cave, se ne è uscito dicendo: “Ratso, quelle canzoni dovresti cantarle tu. Hai una voce unica!”. La mia tipica paranoia newyorchese prese immediatamente il sopravvento. “Voce unica?”, mi sono chiesto. “Unica come Florence Foster Jenkins?” (famosa soprano americana morta nel 1944, NdR). A quel punto ho portato il demo ad Hal Willner, il leggendario produttore di gente quale Lou Reed, William S. Burroughs, Marianne Faithfull, Allen Ginsberg e tanti altri. Fattegli sincerare le canzoni, gli ho chiesto se avessi dovuto cantare io i brani. Hal fece un respiro profondo e disse: “Che cosa stai aspettando?”. Lo presi come un sì!».

Ascoltando il disco, ho avuto la precisa sensazione che vi fosse il fantasma di Leonard Cohen un po’ ovunque. So che con lui avevi una forte amicizia da molti anni…
«Sì, certo. Ho intervistato Leonard la prima volta nel 1973 per Rolling Stone e da allora siamo rimasti amici. Qualcuno ha trovato nelle mie canzoni somiglianze con quelle di Leonard e quelle di Dylan – e prendo la cosa come il migliore dei complimenti. I 2 titani della canzone! Come è possibile non esserne influenzato? In verità, la title track Stubborn Heart è proprio un omaggio a Leonard. Pensa che il grande scrittore americano Jonathan Lethem ha sentenziato che Dying On The Vine, che scrissi negli anni 80 con John Cale e che riprendo nel mio album, sia “la miglior canzone di Leonard Cohen che Leonard non ha scritto”. Leonard non è riuscito a sentire la versione definitiva del disco – ma il primo brano finito glielo mandai e lui mi scrisse che “gli piaceva l’atmosfera”, cosa bellissima da leggere».

Anche con Nick Cave hai una profonda, pluriennale amicizia. Nel disco duettate in Our Lady Of Light…
«Per me Nick è al livello di Leonard e Bob. La torcia adesso è in mano a lui. E la cosa che spaventa è che sia diventato anche meglio con l’andare degli anni. Bravissimo in tutto: canzoni, libri e anche nel suo blog Red Hand, dove conversa con il suo pubblico. Trovo che non vi sia alcuno in sintonia con lo spirito del nostro tempo come lo sia Nick. Chiedergli di cantare in Our Lady Of Light è stato semplicemente naturale. Sapevo che con quella canzone avrebbe avuto un’affinità – perfetta per lui».

Parliamo di chi nell’album non è presente, vedi John Cale a cui abbiamo già accennato…
«Beh, John negli ultimi anni è stato molto impegnato con i suoi concerti in giro per il mondo. Ma altrettanto ha dato la sua benedizione e avvallato l’album. Gli ho mandato Dying On The Vine e mi ha subito scritto “Muoviti, Leonard! Stai prendendo le misure per indossare il tuo cappello di feltro?”. John ha un senso dell’umorismo splendido. Mi ha davvero commosso quando a un cronista di Billboard che stava facendo un pezzo su di me, dichiarò: “Non vi è molta gente con un’innata tendenza ad assorbire il racconto delle emozioni– e ancor meno se ne trova in grado di vestire i panni impegnativi di Bob Dylan”, rammentando quando scrivemmo il suo album Artificial Intelligence, uscito nel 1985. Continuando: “In quel momento con Ratso un album fu fatto con un compagno del più alto rango”».

Saputo dell’album, avrei scommesso anche che Kinky Friedman sarebbe stato della partita… e invece no. E come Cohen e Cave, anche lui è uno dei tuoi amici più stretti…
«La verità è che non avevamo abbastanza budget per andare in giro a registrare e Kinky è irreparabilmente tecnofobico, ecco perché non è presente. Tuttavia, Kinky ha scritto un bellissimo editoriale in merito al disco che si può trovare nel mio sito web. So anche che presto pubblicherà la sua cover di Matching Scars. E stiamo anche intavolando l’idea di fare un tour insieme quest’autunno».

Credo che la scelta di fare Sad-Eyed Lady Of The Lowlands di Bob Dylan sia molto coraggiosa. Conto poche cover di quel pezzo da che Blonde On Blonde fu pubblicato: Joan Baez, Richie Havens, Steve Howe degli Yes, Jim O’Rourke, i francesi Phoenix – altri non me ne sovvengono. Album di debutto – e Ratso la fa…
«Sì! Anche Nick Cave ha detto che è stata una scelta molto audace. Ma l’abbiamo sfangata! Grazie anche alla mia meravigliosa band e pure all’intervento di Warren Ellis (Nick Cave & The Bad Seeds e Dirty Three, NdR)! Mandato il pezzo a Warren, lui gli ha aggiunto un incredibile parte di violino e, parole sue, “un flauto in puro stile Pat Garrett & Billy The Kid”. La cosa che distingue il brano sono le 5 bellissime voci femminili che mi accompagnano nei vari ritornelli. Dio lo sa, il mondo non aveva bisogno di me che cantassi 10 versi e 10 ritornelli di quel brano. Così mi è venuta l’idea di affiancarmi qualche esplosiva signora, che naturalmente ho chiamato Sad Eyed Ladies, per i ritornelli».

Nel pezzo, vi è anche Sharon Robinson, che per tanti anni è stata partner artistica di Leonard Cohen, di cui è stata coautrice, co-produttrice, cantante…
«Di lei sono entusiasta! Sharon stava facendo un libro di foto sui 2 ultimi tour di Leonard (On Tour With Leonard Cohen del 2014, NdR) e lui le ha suggerito di farmi scrivere l’introduzione. Le ho detto che l’avrei fatto gratis, sempre che lei prestasse la sua voce per uno dei ritornelli di Sad-Eyed Lady Of The Lowlands».

Sopra hai già svelato l’idea di un tour con Kinky. Come ti vedi in tour, per la prima volta e per di più a 70 anni?
«Suoneremo in posti selezionati. Non aspettate di vedermi rotolare fuori da un van Ford Ecoline per fare un concerto a Salcazzodove in Idaho. Già vedo il mio autista per il tour: Mister Ratso vuole solo M&Ms rosse, un bordino di gnocchetti di matzo in ogni posto dove suoni e una bottiglietta di pillole Flomax sempre pronta. No, non mi vedrete suonare in alcun posto più lontano di 2 ore da New York. A meno che si possa fare qualcosa in Europa, naturalmente».

Passiamo a Bob Dylan. Sei pressoché ovunque nel nuovo film di Martin Scorsese, Rolling Thunder Revue, e naturalmente tu hai scritto il leggendario libro On The Road With Bob Dylan, pubblicato nel 1978. Che effetto ti ha fatto vederti sullo schermo adesso mentre nel 1975 avevi il privilegio di toccare con mano qualcosa destinato alla leggenda…
«Sicuramente è stato molto surreale vedere me e tutti gli altri nel 1975, molto più giovani allora! E adesso siamo più vecchi! (Ratso in originale fa un gioco di parole con la canzone di Dylan, My Back Pages: «in 1975 when we so much younger then! We’re older than that now!», NdR). In ogni caso, penso che Martin abbia fatto un lavoro encomiabile nel catturare lo spirito del tour. Mi hanno davvero impressionato le immagini ravvicinate di Bob mentre si esibisce. Durante i concerti di allora non potevo avvicinarmi al palco più di tanto, cosicché anche per me è stato davvero una rivelazione vedere quanto incredibile egli fosse nel dare emozione là sopra durante quelle canzoni».

Rolling Thunder Revue è un film che volutamente confonde fatti reali con molta fiction e cose letteralmente inventate, cosa che trovo molto interessante e molto provocatoria da parte di Dylan-Scorsese. Che reazione hai avuto vedendo il film? Ti sei chiesto perché abbiano imboccato la via di “confondere la realtà” – e ti sei dato una risposta?
«Al momento il film l’ho visto 4 volte. La prima volta, quando vidi degli spezzoni nello studio di proiezione di Scorsese, mi ha davvero confuso quando il film maker Van Dorp rivendica di essere stato fregato. Non lo ricordavo parte del tour – e nemmeno con la crew di Renaldo & Clara, con cui lavorai. Ma Martin dà molti indizi già in quello che passa all’inizio del film. Nei titoli di apertura il film è chiamato “Fare giochi di prestigio con la Rolling Thunder Revue: una storia di Bob Dylan” e vi è anche la scena di quel mago da strapazzi che tenta di far scomparire una donna seduta davanti a lui. Di lì ho capito che Bob e Martin si prendevano gioco dell’idea di fare un documentario convenzionale, inserendo personaggi falsi o personaggi veri come Sharon Stone che buttano lì dichiarazioni false. Aggiungo solo un’altra cosa: non è che Bob Dylan non abbia mai raccontato storielle riguardanti il suo background fin dal primo minuto che apparve al Village».

Trovo anche che il film abbia un ché di politico a vari livelli – e non solo in relazione ad allora ma anche con adesso. Qual è la tua impressione?
«Beh, non apertamente politico, a meno che tu non voglia contare l’urgenza di tirar fuori Rubin Carter di prigione, dov’era rinchiuso per accuse totalmente inventate. Quello è molto coerente con il lavoro di Dylan negli anni: Hattie Carroll, Medgar Evers in Only A Pawn In Their Game, George Jackson – tutte canzoni che ce l’hanno con lo strisciante razzismo che abita in America. Penso che il film presenti un “way of life” anticonformista rispetto a una certa cultura ben radicata – abbracciare l’arte come avatar per imporre cambiamenti sociali. Qualunque film narrato da Allen Ginsberg, in ogni caso, dev’essere piuttosto politico».

Pensi che la gente per comprendere meglio il film di Scorsese debba rivedere Renaldo & Clara?
«Sicuramente sono film complementari. Il film di Martin è come Renaldo & Clara senza Renaldo né Clara. Ma se qualcuno volesse vedere un film pieno di personaggi inventati non deve far altro che vedere Renaldo & Clara. In quale altro film puoi vedere Ronnie Hawkins nella parte di Bob Dylan? (ride)».

Ti ha sorpreso non trovare nel film interviste fatte ora a personaggi essenziali per il tour, che si vedono solo nei filmati del 1975? Penso a T Bone Burnett, Patti Smith, Scarlet Rivera, Rob Stoner, Joni Mitchell, Louie Kemp…
«Scarlet di suo è comunque uno dei personaggi fondamentali del film. In verità non mi ha sorpreso che non vi siano T Bone e Rob, per esempio. Questo non è un episodio di Behind The Music (programma di VH1, NdR), bensì un film che documenta un evento culturale intorno a quel tour. Fra l’altro non credo che Joni sia mai stata intervistata per il film. E sono stato molto contento che Martin abbia scelto me per commentare l’apparizione di Joni. La sua esibizione a casa di Gordon Lightfoot con Coyote, canzone che lei scrisse per il tour, per me è uno degli highlights della pellicola. Joni spiegava a tutti di non ghettizzarla come “cantautrice donna”, tipo: “Sono brava quanto i Bob, i Leonard e i Kinky di cui stai sempre a parlare”. E aveva ragione. Per quanto riguarda Patti, lei non fu parte del tour – sebbene sembri proprio che in quella scena durante il party dov’è presente anche lei, stesse sfacciatamente facendo un’audizione avvinghiandosi a Bob e paragonandolo ad Arthur Rimbaud».

Un’altra cosa interessante a proposito del film è che Rolling Thunder Revue sembra andare da tutt’altra parte rispetto a No Direction Home, il documentario di una quindicina di anni fa di Scorsese sempre su Dylan. Lì tutto fu messo insieme con un buon ordine cronologico e, principalmente, fu aderente alla storia come più o meno tutti la conoscevamo…
«Sono entrambi film eccellenti. E sicuramente Scorsese vi ha speso davvero un sacco di tempo in entrambi i casi. Quale miglior soggetto, per un paio di documentari così, che Bob Dylan?».

Senza ovviamente voler mancare di rispetto a Martin Scorsese, il cui lavoro è semplicemente sensazionale, da molto tempo ho una mia teoria: ossia che il perfetto regista per un film sulla Rolling Thunder Revue sarebbe stato lo scomparso Robert Altman. E dopo aver visto il film è un’idea che ho rafforzato. Per esempio, Dylan ha usato Ronee Blakley in Desire e nel tour, che all’epoca era reduce dal successo di Nashville, nel quale era fra i protagonisti – mentre ora Scorsese nel film ha usato Michel Murphy, attore protagonista in 2 altri film di Altman, Tanner ’88 e Tanner On Tanner, il secondo dei quali, fra l’altro, ha anche Scorsese fra gli attori di contorno. Cosa ne pensi?
«Penso che tu stia andando un po’ troppo in là con la lettura. Altman ha fatto A Prairie Home Companion con protagonista Lindsay Lohan. Nel film di Scorsese c’è Sharon Stone – ed è una scelta che vince. Per quanto riguarda Ronee, credo che sia accaduto solo che lei fosse lì, nel posto giusto al momento giusto».

Se posso permettermi, trovo che vi sia un’altra affinità con la Rolling Thunder Revue, che è stato chiaramente un tour corale sotto tutti i punti di vista. E Robert Altman è stato un maestro di film corali, vedi M*A*S*H, A Wedding, Nashville appunto, Thieves Like Us, Short Cuts, The Player, Beyond Therapy…
«Non vi è molto che io possa aggiungere. Altman avrebbe potuto fare un ottimo film sulla Rolling Thunder Revue – ma non lo sapremo mai. Insisto: per esempio, non credo Bob abbia invitato Ronee nel tour perché lei prese parte al film di Altman, Nashville. Ronee bazzicava l’Other End (il locale nel Village dove è stata messa in piedi la RTR, NdR) ed è lì dove è nato tutto».

Per quanto ne sai, dovremmo attenderci un Rolling Thunder Revue-part II siccome, naturalmente, il tour ebbe un secondo leg nel 1976 che nel film non viene considerato per nulla? Fra l’altro, sarei curioso di sapere se anche tu fosti nel tour del 1976…
«Credo che tu possa aspettarti un Chronicles II (seconda autobiografia di Bob Dylan, NdR) prima di un altro film sulla Rolling Thunder Revue. Il secondo tour non ebbe l’atmosfera del primo. Penso fosse un periodo difficile per tutti quanti. Ma in verità non presi parte al tour del 1976 – stetti a casa a scrivere On The Road With Bob Dylan».

Io, però, conosco molta gente che potrebbe affermare che la Rolling Thunder Revue del 1976 fosse anche meglio, peraltro come attesta il paio di documentari fatti all’epoca, il live Hard Rain e i tanti bootleg circolati. Per dire, gli arrangiamenti erano molto diversi rispetto al 1975 e anche le le setlist erano radicalmente differenti. E in più, l’amicone Kinky Friedman era lì fra i protagonisti, nel 1976…
«Beh, diciamo che mi baso solo su quello che raccontano coloro che parteciparono al tour del 1976, fra musicisti, promoter e via discorrendo, nonché su quello che ho letto in giro. Da nessuna parte alcuno afferma che nel secondo leg vi fosse lo spirito del primo. Bob, per esempio, era nel pieno di problemi personali mentre la musica prese una piega molto più dura e grezza. Mi è piaciuto Hard Rain ma non credo che se fossi stato presente anche nel 1976 mi sarei divertito come nel primo leg, anche pensando che Kinky fosse presente».

Hai collaborato alle autobiografie di Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers, ben 2 volte con il dj Howard Stern e altrettanto a quelle di Mike Tyson. Come hai conseguito quei lavori? Eri già amico con loro o tutto è nato grazie alle case editrici?
«Durante il suo programma radio, ho sentito Howard menzionare che avrebbe voluto scrivere un libro. Di lì ho contattato il suo avvocato e poi ho ricevuto l’incarico. Dopo l’incredibile successo dei 2 libri con Stern (che hanno battuto tutti i record di vendite quando uscirono negli anni 90, NdR), ho detto al mio agente di provare con Anthony e Mike, che erano 2 personaggi che mi interessavano moltissimo».

Specialmente il lavoro con Tyson dev’essere stato molto interessante, giusto pensando a che tipo di persona egli sia. Raccontaci dell’esperienza di salire sul ring con lui per ben 2 libri, Undisputed Truth e Iron Ambition…
«È stato semplicemente straordinario! Mike è una persona eccezionale, magari non istruito ma intelligentissimo. Mike è stato disposto ad aprirsi e a raccontarmi le cose in modo autentico. Posso dire di essere arrivato molto vicino a Mike, in modo profondo – e altrettanto a sua moglie e ai suoi figli. Nel suo genere Mike è più che unico – e non posso altro che augurargli sempre il meglio».

Tu hai avuto esperienze giornalistiche con Rolling Stone e con High Times, del quale sei stato anche direttore, quando quei giornali erano in prima linea nella così detta contro-cultura. Adesso entrambi sembrano ben integrati nel mainstream: Rolling Stone il più delle volte mette in copertina donne mezze nude mentre High Times, beh… l’erba adesso non è più fuorilegge in molti stati dell’Unione. Come vedi tutto questo?
«Ti dirò, quando ero direttore di High Times tentai praticamente di togliere l’argomento droga dal giornale e farlo diventare veramente contro-culturale. Riuscii a convincere Allen Ginsberg e William S. Burroughs a scrivere per me. Charles Bukowski scriveva regolarmente editoriali. Però constatai che i lettori del giornale, in verità, nel paginone centrale volevano vedere una gigantografia di erba. In ogni caso, sono felice che la marijuana stia andando verso la completa legalizzazione e che si possano esplorare i benefici medici di una pianta così complessa. Per quando riguarda Rolling Stone, in copertina trovi gente come Ariana Grande. E ho detto tutto».

Il futuro cosa riserva a Ratso? Un nuovo album? Altri libri?
«Sono coinvolto in 2 show televisivi in fase di produzione. Il primo con Hal Willner mentre il secondo con Jeff Lieberman, con protagonista il mio vecchio amico e famoso mago Penn Jillette. E sto per iniziare a scrivere la sceneggiatura per un biopic dedicato a un musicista davvero speciale – e che non posso ancora rivelare. Sto anche componendo brani per il mio secondo disco e buttando giù la proposta per un mio libro di memorie. Insomma, non c’è riposo per questa vecchia carcassa!».

Ratso, è stato un onore intervistarti – lo dico sinceramente.
«Grazie a te!».

(per saperne di più: https://dvl.oyn.mybluehost.me)

Foto: Alcuni protagonisti della Rolling Thunder Review (1975): Allen Ginsberg (secondo da sinistra), Roger McGuinn (al centro), Larry “Ratso” Sloman (seduto, con gli occhiali da sole), Ramblin’ Jack Elliott (terzo da sinistra), Bob Dylan e Denise Mercedes (a destra). © Ken Regan
Larry “Ratso” Sloman e Nick Cave
Ratso e Kinky Friedman
Ratso con Mike Tyson e Rudolph Giuliani
Martin Scorsese
Stubborn Heart, l’album di debutto di Larry “Ratso” Sloman

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