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La musica aiuta a guarire – Intervista a Zara Phillips

È una famiglia musicale sempre più allargata, quella che circonda il luminare del folk rock britannico Richard Thompson. Figli (Teddy, Kami, Jack), nipoti (Zak Hobbs), l’ex moglie Linda e ora la compagna Zara Phillips, con cui da un paio d’anni convive a Montclair, in New Jersey. Zara sale spesso sul palco con lui in concerto, ha partecipato alle registrazioni del suo ultimo disco 13 Rivers e ha un nuovo album solista – il 3° in carriera – in uscita per CD Baby l’8 maggio su tutte le maggiori piattaforme digitali (la pubblicazione su Cd dovrebbe avvenire in autunno). S’intitola Meditation And KitKats e se reca l’impronta del classico sound thompsoniano non c’è da stupirsene: Richard lo ha arrangiato e prodotto, vi suona chitarre, mandolino, dulcimer e fisarmonica e fa da seconda voce affiancato dalla sua fidata sezione ritmica – Michael Jerome alla batteria e Taras Prodaniuk al basso – mentre al fonico di fiducia Simon Tassano sono stati affidati missaggio e masterizzazione.

Il resto lo fa lei, Zara, con la sua voce scura e profonda e con le sue canzoni che riflettono tormentate esperienze autobiografiche (compreso un passato di alcol e droghe). Nata e cresciuta a Londra da genitori adottivi, sulla traumatica esperienza ha scritto articoli e libri (l’ultimo, Somebody’s Daughter: A Moving Journey Of Discovery, Recovery And Adoption, pubblicato nel 2016), incentrato spettacoli e tenuto conferenze in giro per gli Stati Uniti. La musica è nel suo Dna fin da quando, negli anni 80, esordì come corista per star quali Bob Geldof, Matt Bianco, Nick Kamen, David Essex e John Illsey dei Dire Straits, mentre risalgono rispettivamente al 2006 e al 2011 2 album digitali, When The Rain Stops e You, Me & Us, prodotti dal celebre Ted Perlman (Whitney Houston, Harry Belafonte, Bob Dylan, Ringo Starr).

Ma Meditation And KitKats ha una stoffa completamente diversa: il folk pop in chiave acustica di Heartache e di Just Enough (scritti poco dopo la morte del padre naturale), la corale e ritmata Love Is The Wheel We Are Broken On (composta per le figlie), il rock Sixties ed elettrico di You Won’t Catch Me, lo struggente violino di David Mansfield in Perfect Stranger tracciano i contorni di un disco che Phillips ha scritto, vissuto e interpretato mettendosi a nudo senza filtri e senza pudori. Una sorta di seduta terapeutica in musica, ma con il sorriso sulle labbra, una bella dose di ironia e una innata capacità di intrattenere.

Meditazione e barrette di cioccolata, in fondo, sono entrambi strumenti di sopravvivenza. E il titolo dell’album sembrerebbe voler bilanciare ironia e leggerezza con argomenti più seri…
«Quel titolo mi è venuto in mente dopo che qualcuno mi chiese come avevo fatto ad affrontare le difficoltà della vita. E il senso è proprio quello: ho cercato di essere divertente, ma anche molto seria. Ci sono giorni in cui riesco a dedicarmi alla meditazione e a liberarmi da ogni peso; e altri in cui tutto ciò che desidero è divorare barrette di KitKat! Penso sia comunque importante conservare la capacità di ridere, qualunque cosa ti succeda».

Sono tutte nuove le canzoni del disco, o hai tirato fuori qualcosa dal fondo del cassetto?
«Le ho scritte tutte nell’arco degli ultimi 2 anni. Un paio subito, di getto, mentre le altre le ho composte in un breve periodo di tempo dopo essermi presa una pausa di qualche mese. Sapevo di cosa volevo scrivere, avevo degli argomenti in testa e i pezzi mi sono venuti piuttosto facilmente».

Argomenti personali e autobiografici? Oppure temi universali e personaggi di fantasia?
«Nel novembre del 2017 la mia madre biologica è sopravvissuta a un aneurisma cerebrale. Nel febbraio del 2018 è morto il migliore amico che avevo in città (il fotografo Andrew Cohen, ndr). Poco dopo, in maggio, è toccato al mio padre adottivo mentre nel gennaio del 2019 è mancato di punto in bianco il padre biologico che avevo conosciuto solo 2 anni prima. Ho usato queste canzoni come valvola di sfogo. Ma credo anche di avere attinto, in quel periodo di dolore, a emozioni universali che tutti gli esseri umani condividono».

È giusto dire che questo album rientra nel processo terapeutico e di guarigione affrontato con i dischi, i libri, gli spettacoli e le conferenze che lo hanno preceduto? O si tratta di cose del passato e definitivamente superate?
«Scoprire di essere stati adottati, per me, è un trauma che non si elabora mai fino in fondo. Credo non sia possibile, esistono troppi fattori che possono rimetterlo in moto. Le morti a cui accennavo prima, per esempio, hanno riportato in superficie una quantità di emozioni mai pienamente metabolizzate. Oggi, per fortuna, sto imparando ad accettare il dolore e a prendere dalle mie famiglie quel che di buono hanno saputo darmi. Cerco di convivere con questa situazione senza che finisca per dominare la mia vita: per qualche anno ho vissuto dentro a un turbine e forse questo disco è il mio tentativo di trovare un senso a quelle esperienze. Incontrare il mio padre naturale e perderlo così in fretta è stato un tale concentrato di emozioni che da solo sarebbe bastato! Credo sia una grossa fortuna avere uno sbocco artistico in cui incanalare tutto questo. L’arte, per me, aiuta sempre a guarire».

Non a caso Meditation And KitKats è dedicato alle tue figlie (Arden vi appare anche come cantante) e, come scrivi nelle note, “a tutti i miei genitori“.
«Sì. È complicato avere 2 famiglie distinte. Gran parte della mia esistenza l’ho trascorsa cercando di sbrogliare quella matassa, parlandone con altri e cercando di curare le ferite. Da figlia adottiva dare alla luce dei figli naturali è stata per me un’esperienza molto profonda: sono le prime consanguinee con cui sono vissuta. Sono felicissima di essere diventata madre, è stato e continua ad essere il più grande dono che ho avuto dalla vita».

Qual è lo stato d’animo che ti spinge a scrivere canzoni?
«Trovo difficile scriverle quando mi sento felice; in quei momenti mi viene più facile dedicarmi a libri o articoli. A volte compongo canzoni nel mezzo di una situazione fortemente emotiva. Altre volte ho bisogno di un po’ di spazio per riflettere e poter scrivere con più chiarezza».

Le tipiche sonorità degli ultimi dischi di Richard Thompson sono immediatamente riconoscibili nel disco: le melodie folk rock, la fibra elettroacustica degli arrangiamenti. Magari con un’inclinazione un po’ più pop…
«Sono convinta anch’io che Richard abbia uno stile inconfondibile, qualunque cosa suoni. Ma abbiamo discusso molto del modo in cui affrontare l’album ed è sempre stato chiaro che l’obiettivo era quello di realizzare la mia visione artistica».

Come avete interagito nel processo creativo? In che modo ha contribuito come produttore e arrangiatore?
«È stato parte integrante del processo. Abbiamo parlato di ogni canzone, di cosa volessi dire e del suono che volevo creare. Ho ascoltato i suoi suggerimenti, spesso ma non sempre!».

Cos’hai imparato vedendolo lavorare e stando al suo fianco sul palco?
«Tante cose. Richard mette sempre grande impegno e dedizione in ogni lavoro che affronta. Quando avevo la sensazione di non poter andare oltre, lui mi spingeva gentilmente a fare cose che non avevo mai provato prima, sotto il profilo melodico e musicale. Non mi ha mai offerto la soluzione sul piatto ma mi ha insegnato a esplorare le mie possibilità. Cantare dal vivo con lui mi diverte moltissimo: vederlo dare il 100 % ogni sera spinge anche me a dare il meglio».

Come hanno lavorato gli altri musicisti? E come avete coinvolto David Mansfield, che a 20 anni suonò nella Rolling Thunder Revue di Bob Dylan formando poi la Alpha Band con T-Bone Burnett e Steven Soles? Ho letto che è un vostro vicino di casa a Montclair…
«David è venuto in studio appena prima che scattasse l’obbligo di reclusione e ha fatto un lavoro stupendo. Richard lo conosce da tanti anni; io lo avevo incontrato qualche mese prima e avevamo già partecipato insieme a un bellissimo evento all’Irish Centre di New York City. È stato perfetto. Non è stato necessario spiegargli cosa volevamo, sapeva intuitivamente cosa fosse necessario suonare. Michael e Taras erano stati insieme in studio a Los Angeles appena prima del lockdown, e sono felicissima che siano entrambi nel disco: avevo partecipato a qualche show con loro e con Richard, sono 2 musicisti di talento e persone deliziose che si sono mostrate felici di aiutarmi. Simon, il fonico, ha lavorato da casa sua ad Austin, in Texas. Abbiamo parlato del sound che desideravamo ottenere e gli abbiamo trasmesso alcune indicazioni, ma quando lavori con gente di quel calibro non c’è davvero bisogno di dare direttive».

Avevi in mente qualche modello di riferimento musicale, mentre scrivevi e registravi?
«Direi che avevo in mente soprattutto un suono, ma nessun artista in particolare. La mia preferita in assoluto è Kate Bush, adoro la sua creatività e la sua immaginazione e non mi stanco mai di ascoltarla. Fin da ragazza sono stata ispirata da Van Morrison, anche se quel che faccio io non ha nulla a che vedere con la sua musica. Oltre a Richard mi piacciono Tori Amos, Bob Dylan e Sarah McLachlan. Da sempre sono una fan di David Bowie, dei Japan e di David Sylvian. Sono sempre stata attratta da chi canta stabilendo una forte connessione emotiva con testi profondi e capaci di commuovere».

C’è qualche forma di continuità, fra questo disco e i 2 precedenti prodotti da Ted Perlman?
«Andare in sala d’incisione per me non è una novità, anche se come cantante sento più pressione che sul palco: una registrazione è per sempre! La differenza principale, rispetto a quando lavorai con Ted, è che ora ho un’altra età e molta più esperienza. D’accordo con me, Richard ha voluto affrontare questo album in una prospettiva decisamente cantautorale, focalizzandosi sulle canzoni e costruendovi intorno strumentazioni semplici. Ted faceva uso di tastiere e campionamenti, il suo era un approccio più rock e più pop».

Sicuramente siamo molto distanti dalla musica che facevi negli anni 80, quando lavoravi come corista per Bob Geldof e per tante popstar dell’epoca. Che ricordo ne hai?
«Resto una ragazza degli anni 80. Mi sono davvero goduta la musica e il lavoro di quel periodo. Ero molto giovane e inesperta e a inizio carriera venni gettata nella mischia imparando molto a proposito del music business e di cosa significhi una performance. La musica, allora, era molto diversa: conservo parecchi provini delle mie canzoni di allora, fu un periodo di scoperta e di esplorazione».

Hai deciso di pubblicare il disco in un periodo strano e difficile, in cui le opportunità commerciali e distributive sono ridotte. Perché?
«Ci ho riflettuto, ma nessuno di noi sa quando torneremo alla normalità: dal momento che la gente è a casa e continua ad ascoltare musica, ho pensato che anche questo potesse essere il momento adatto. Ci sono molti concerti online, al momento, e tra le persone si è sviluppato un genuino senso di comunità e condivisione. Io stessa, durante la pandemìa, ho acquisito tanti amici in più grazie ai social media; e se da un lato questo non è il momento migliore per fare uscire un disco, è vero anche il contrario. Il music business è talmente diverso da quel che era in passato: molti di noi, oggi, si sono abituati a pubblicare cose in rete. Se mi ha insegnato qualcosa, questo periodo, è di cogliere l’attimo!».

Ci saranno altri dischi, in futuro, o pensi di concentrarti su altri progetti?
«Prima che scoppiasse la pandemìa ero in procinto di scrivere un nuovo one woman show, uno spettacolo in cui incorporare le nuove canzoni per raccontare una storia. È un progetto tuttora in corso di lavorazione ma intendo finirlo. Nel 2014 avevo scritto e interpretato sul palco uno spettacolo intitolato Beneath My Father’s Sky, portandolo in giro per un paio d’anni. Ho sempre saputo di averne un altro in testa e la cosa ha subìto un’accelerazione dopo avere finalmente incontrato il mio vero padre, un italiano di Roma che per una strana coincidenza era venuto a vivere come me in New Jersey. Ho scoperto di essere mezza italiana solo a 24 anni, l’anno scorso sono stata a Roma per incontrare zie e cugini ed è stata un’esperienza meravigliosa. Ho anche intenzione di registrare la versione audio del libro Somebody’s Daughter. E poi ci sono altre canzoni e altre storie da scrivere, lì in un angolo della mia mente».

Foto: Zara Phillips e Richard Thompson

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