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Kris Kristofferson & The Strangers (Theater 11, Zurigo, 12 giugno 2019)

Ogni volta potrebbe essere l’ultimo giro di pista. Pertanto agguantare ogni volta che vi sia Kris Kristofferson nei dintorni, è quasi un dovere morale. Le primavere del genio della canzone di Brownsville, Texas, sono 83 – mica bruscolini. Una roccia, con moltitudine di versi immortali che hanno forgiato l’America che piace a noi (da “Freedom’s just another word for nothin’ left to lose”, fino a “He’s a walkin’ contradiction partly truth partly fiction”, ma potremmo andare avanti ancora molto), degna di uno slot al Monte Rushmore. Detto in breve, qui siamo così fanatici del personaggio che nonostante lo si abbia già visto lo scorso anno sempre in Svizzera, pure in questa rinnovata stagione torniamo “sul luogo del delitto”, tanto più che anche stavolta KK al Theater 11 di Zurigo si è presentato con tanto di band; ed erano molti anni prima del 2018 che non girava accompagnato (se non dai figli, ospiti in qualche frangente). E che band: nientemeno che una bella fettina degli Strangers di Merle Haggard, amico e “pari” di una vita scomparso 3 anni or sono. Gente che bisogna accompagnare “from the cradle to the grave” (dalla culla alla tomba), come recita un noto adagio americano poi usato da molti in musica.

Voce consumata ma non doma. Ed è qui il bello: le modulazioni vocali sono rugose, sommessamente rantolanti e virate seppia. Tutto questo piace, piace tantissimo, con la convinzione che nel suo ineguagliabile repertorio si possa trovare ciò che è facile considerare come la cosa più vicina alla “verità” che conosciamo. Perché il nostro eroe KK è una garanzia, non ha mai tradito né se stesso né il suo pubblico. Chiamatela come volete, tipo commozione, brividi su&giù per la schiena, coinvolgimento emotivo, ma quel songbook davvero smuove mari e monti come pochi altri.

La cavalcata inizia con la tagliente Shipwrecked In The Eighties, ballata tutta angoli e spigoli dedicata ai reduci del Vietnam – e, tranquilli, qui non v’è niente di precotto tipo molte cose del Boss. Qui con KK si vibra senza esagerazioni sopra le righe. Con sottile furbizia passa al suo primo album del 1970, con la misconosciuta Darby’s Castle e il suo massimo classico, naturalmente Me And Bobby McGee, quasi a volersela togliere dalle scatole in fretta. In passato, tutte le molte volte che lo abbiamo visto in concerto metteva sempre lì un «for Janis»; stranamente questa volta no. In ogni caso: emozionante, maiuscolo. Seguono Here Comes That Rainbow Again, perla anni 80, e la molto speedy Best Of All Possible Worlds sempre dal primissimo album, che scivolano verso un’altra pietra angolare, Help Me Make It Through The Night che immediatamente ti fa venire in mente le indimenticabili immagini di Fat City/Città amara (1972), straordinario film di John Huston con Stacy Keach e Jeff Bridges – roba da standing ovation. Finora, in questo bagno di emozioni, gli Strangers sono irreprensibili, perfetti – non per nulla sono considerati “greatest country band in the whole world”.

Il primo ellepì continua a essere saccheggiato alla grande con Casey’s Last Ride, praticamente un film di Sam Peckinpah riassunto in 3-4 minuti. Dopodiché non crediamo alle nostre orecchie: dal cilindro tocca al carillon infervorato di Rocket To Stardom, pezzo scritto a metà anni 70 con Roger McGuinn e Bob Neuwirth, con ospite in studio addirittura il leggendario attore Warren Oates. Senza parole. Passano perfetti i più recenti pezzi come il distillato di saggezza Feeling Mortal (“here today, gone tomorrow”, recita il testo affilato come una lama) e From Here To Forever, gioiellino in slow motion scritto per i suoi figli. Loving Her Was Easier (Than Anything I’ll Ever Do Again) è la canzone d’amore per antonomasia del protagonista di I cancelli del cielo (1980), condensato di emozione e di nostalgia come se ne ascoltano poche. Just The Other Side Of Nowhere e Duvalier’s Dream – uno dei brani più Leonard Cohen di KK – sono ancora il primo, impagabile disco. Moneta d’oro sonante. Il repertorio del texano è sconfinato e le perle nascoste non si contano. I’d Rather Be Sorry ne sia esempio: languida ballata epoca Rita Coolidge, la seconda moglie con cui condivise dischi e palchi. Jody And The Kid fa vedere quanto Kris Kristofferson sia maestro del ricordo senza artifizi. The Pilgrim-Chapter 33 è la bibbia secondo KK, fra jeans consumati come l’anima, contraddizione che cammina fra realtà e fiction. Capolavoro. Jesus Was A Capricorn è sempre canzone d’autore ad altissimi livelli, con quei versi introduttivi degni di John Prine o di Steve Goodman o di tutti e 2 (“Jesus was a Capricorn/He ate organic food/He believed in love and peace/And never wore no shoes” – la bellezza dell’ora di religione).

La parte finale è uno scorrere di pelle d’oca senza freni: Sunday Mornin’ Comin’ Down, For The Good Times, Why Me, A Moment Of Forever – che ti fa pensare come qui si sia davvero dalle parti del nostro personale candidato a un prossimo venturo Nobel per la Letteratura, poiché con Bob Dylan hanno sdoganato anche i compositori di canzoni ed era ora. E Kris, nella nostra personale frontline, se la gioca alla grande con Gordon Lightfoot, John Prine e Chico Buarque, perché dice il regolamento finché c’è vita c’è eventualità di Nobel – oltre che speranza. Noi le dita le teniamo saldamente incrociate. Chiude lo show, senza il rituale dei bis, l’emblematica Please Don’t Tell Me How The Story Ends, che da ninna nanna che era con l’antica compagna Rita, decenni dopo diviene la perfetta chiusura chiodata di un cerchio che va lasciato, giustamente, a libera interpretazione.

Come detto, in quel magnifico palco c’erano gli Strangers: quindi il fantasma di Merle Haggard si è visto e, sopratutto, si è sentito. Bisogna proprio dire che Doug Colosio (tastiere, con splendidi tocchi Donnie Fritts, antico pard di KK in mille avventure), Jeff Ingraham (batteria) e sopratutto Scott Joss (violino, chitarra), che molti ricorderanno anche accanto a Dwight Yoakam per diversi lustri, sono esemplari non solo nell’accompagnare Kristofferson ma anche nell’intervallare il suo repertorio con qualche perla dell’immortale californiano passato a miglior vita: That’s The Way Love Goes, Okie From Muskogee – inno così versatile che da decenni fa felici sia chi è pro sia chi è contro marijuana e LSD – Daddy Frank (The Guitar Man), Sing Me Back Home – storia di un condannato a morte che è una delle canzoni più emozionanti di sempre – Ramblin’ Fever, I Think I’ll Just Stay Here And Drink, abbiamo avuto la fortuna (che ci siamo cercata con una certa perseveranza, suvvia…) di sentirle più volte direttamente dalla voce di Merle sebbene anche questa sera abbiano mostrato inesauribile luce.

Foto: © CoolMag

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