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John De Leo & Jazzabilly Lovers (Blue Note, Milano, 16 settembre 2020)

Massimo Ranieri che presenta Perdere l’amore; Enzo Jannacci che annichilisce tutti con La fotografia; Alessandro Bono e Rudy Marra che, rispettivamente, con Nel mio profondo fondo e Gaetano mettono sigillo alla “generazione Vasco Rossi”; fino ai Bluvertigo che con L’assenzio, a inizio Nuovo Millennio, impersonano la miglior band anni 80 che l’Italia non ha mai avuto. Da non esperti di Sanremo, fruitori occasionali, svogliatissimi e snobbissimi del Festivalone, sono quelli i momenti vissuti “in diretta” che a chi scrive sono rimasti nella memoria nel mare magnum di quel trash nazpop che una volta l’anno, tassa inderogabile, s’abbatte nella tivù italiana. Ricordi cui aggiungere, per certo, anche quando nel 1999 i Quintorigo presentarono, chez Fabio Fazio, un pezzo assolutamente fuori-schema-Riviera come Rospo – praticamente Demetrio Stratos/Tim Buckley/David Thomas che incontravano Franz Schubert. Partecipazione alla kermesse bissata nel 2001, stavolta chez Raffaella Carrà, con Bentivoglio Angelina – altra perla. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata molta – tanto che il favoloso cantante del gruppo, John De Leo, già nel 2005 separò i propri destini dai compagni romagnoli (non senza malumori e strascichi).

John De Leo

Artista trasversale, dalla vocalità duttile e sperimentale, l’ugola-strumento di John De Leo s’innesta in un’articolata concezione musicale che attinge ai folklori popolari, al jazz, al rock, alla classica, fino al reading e alle arti performative. E questa prestazione al Blue Note di Milano dedicata alle radici del rock and roll con i Jazzabilly Lovers (Enrico Terragnoli alla chitarra, Stefano Senni al contrabbasso e Fabio Nobile alla batteria), è solo la logica evoluzione di un percorso che ha “tritato” la qualunque: vedi nel corso del tempo le collaborazioni ingoiatutto con Enrico Rava, Morgan, Banco del Mutuo Soccorso, Stewart Copeland, Ivano Fossati, Carlo Lucarelli, Uri Caine, Hamid Drake, Caparezza, Teresa De Sio, Stefano Benni, Paolo Fresu, Danilo Rea, Franco Battiato, Carmen Consoli, Stefano Bollani, Trilok Gurtu, Rita Marcotulli, Alessandro Bergonzoni e tanti altri.

Sul palco passa in rassegna un gioco di linguaggi apparentemente agli antipodi, con il comune denominatore delle ampie vedute – cosa che di questi tempi è cosa assai rara. Un’ora e mezza di atmosfera lynchiana fatta di vocalizzi eccezionali e sfrontati, scat vorticosi degni di Alan Vega come di Robert Plant e presenza scenica ai giusti gradi di provocazione, opera di un artista prezioso e con una visione quantomeno unica nel panorama musicale non solo italiano.

Con il contraltare della band, eccellente nell’equilibrio fra jazz, avant-garde, punk e rock & roll, il vocalist di Lugo decostruisce tutto ciò che passa in repertorio: Let’s Play The House, Fever, Be-Bop-A-Lula, Long Tall Sally, Stormy Weather, Love Me Tender e Blue Suede Shoes (senza scordare un paio di numeri originali che, chissà, magari faranno parte di una prossima ventura uscita discografica…), ossia Elvis Presley, Little Richard e Gene Vincent centrifugati quasi come da regola Demetrio Stratos, che queste cose già le fece intravedere non poco nello storico Rock & Roll Exibition (1979) con Mauro Pagani e Paolo Tofani. L’estro di John De Leo non lo scopriamo adesso, tuttavia – d’altronde non erano i Quintorigo che, oltre ai loro elaboratissimi brani autografi, nei dischi con nonchalance mettevano guancia a guancia Paolo Conte e i Deep Purple, David Bowie e Benny Goodman? Cosa che chiaramente si può permettere solo chi, fin dagli albori, nel DNA ha impresso il jazzabilly.

© Cico Casartelli

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