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Greg Lake, il talento di un Lucky Man

Ci stiamo avvicinando al 4° anniversario dalla scomparsa di Greg Lake  (7 dicembre 2016) che seguiva il suicidio di Keith Emerson, avvenuto nel marzo dello stesso anno. A una generazione di 60enni questi nomi dicono tanto: perciò ritengo ingiusto l’oblìo che li ha accompagnati dopo il 1975 e penso che oggi, senza alcuna pretesa revivalistica, andrebbero comunque considerati personaggi storici. Nessuno può pretendere di seguirne le tracce, se non altro per una ragione squisitamente tecnica: Emerson era un virtuoso fenomenale al di là degli “effettacci” a cui si lasciava andare per puro spettacolo; la voce di Lake, in quanto a duttilità, è stata fra le migliori del rock; Palmer, forse più hard rock che progressive rock, va considerato un tecnico di prim’ordine capace di suonare la batteria con l’impostazione jazzistica della bacchetta sinistra tenuta fra pollice e medio.

Greg Lake (3° da sinistra) nei King Crimson

Prima di aggregarsi a Emerson e a Palmer, Greg Lake vantava una partecipazione di tutto rispetto come cantante e bassista nel 1° Lp dei King Crimson, In The Court Of The Crimson King del 1969, indiscusso capolavoro grazie al chitarrista Robert Fripp e a lui stesso: per la voce drammaticamente distorta in 21st Century Schizoid Man e nell’elegiaco lirismo di Epitaph, brani che meritano da soli di perpetuarsi nella memoria. Ma non dimentichiamoci (sempre in 21st Century Schizoid Man) dei frenetici giri di basso che pedinano i cambi di tempo della chitarra frippiana, esempi assoluti di tecnica pura.

Greg Lake, Keith Emerson e Carl Palmer al Kennington Oval, 1972, con i premi vinti nei Melody Maker Polls
© PA Wire

L’ego di Robert Fripp porta il Re Cremisi sull’orlo dello scioglimento. Rimane con lui Pete Sinfield, poiché Greg Lake non accetta più la leadership del chitarrista limitandosi a cantare nel 2° disco crimsoniano In The Wake Of Poseidon (1970) per poi unirsi a Keith Emerson e a Carl Palmer. Ovvio che la personalità di spicco sia fin da subito Emerson, ma Lake si ritaglia spazi adeguati riuscendo a piazzare bellissime ballate, da Lucky Man a Take A Pebble (tratte da Emerson, Lake & Palmer del 1970) incentrate su semplici accordi chitarristici (la prima) e una notevole complessità strumentale (la seconda). E a dimostrare la sua versatilità, in The Sage da Pictures At An Exhibition sfoggerà nel 1971 un a solo spagnoleggiante di un certo impegno tecnico.

Tuttavia non sarebbe giusto ridurre il suo contributo esclusivamente alle ballate: in Tarkus del 1971 – sia nella suite, sia negli altri brani – Greg Lake mostra una grande capacità vocale nel variare dai registri più caldi a quelli più “urlati”. Inoltre non scordiamoci che le fenomenali “fughe” ritmiche e gli squarci melodici dell’Hammond di Emerson vengono sì sostenuti dal drumming preciso di Palmer ma anche (se non di più) dalle sue semplici, ma possenti, linee di basso. In Trilogy (1972) il suo tocco è invece evidente nei toni caldi del canto (The Endless Enigma) e nei cambi di tonalità (The Living Sin), ma in particolare nella ballata From The Beginning, complice la presenza discreta e delicata del sintetizzatore emersoniano.

Brain Salad Surgery (1973) è l’Lp che si sobbarca i più pesanti strali della critica. La preponderanza di Emerson, il  virtuosismo fine a se stesso, l’ossessione nel voler riproporre brani classici, fanno di questo disco e del successivo, mastodontico triplo dal vivo Welcome Back My Friends, To The Show That Never Ends (1974) 2 monumenti all’eccesso. Ciononostante la figura di Greg Lake non ne esce sminuita, vedi la notevole ballad intitolata Still You Turn Me On, fondamentale nel concedere all’ascoltatore un po’ di pausa dalle complesse architetture musicali di Emerson, ma ancora una volta le sue doti vocali: Jerusalem, l’inno scritto da William Blake nel 1804, pur essendo nato per essere interpretato da un coro, di certo non soffre per la calda interpretazione solista di Lake.

Dopo il canto del cigno live, gli ELP si dedicano soprattutto ai progetti solisti: Works Volume 1 e Works Volume 2, pubblicati nel 1977, assemblano composizioni soliste e brani scartati dai precedenti dischi, con qualche parte di lavoro in comune. E proprio per questo, Lake gode di uno spazio mai prima conosciuto: nella B-side di Works Volume 1, il musicista propone una serie di tipiche ballate dove a spiccare è Lend Your Love To Me Tonight ma in particolare l’umbratile C’est la vie, pervasa da una soffusa malinconìa anche per l’imprevista presenza di una fisarmonica. Works Volume 2 include invece il suo singolo di maggior successo, I Believe In Father Christmas, che non aggiunge nulla di più a ciò che di notevole aveva composto.

Love Beach del 1978, ultimo album targato ELP, depista con brani da lui scritti come All I Want Is You, la title track o Taste Of My Love, sicuramente ardui e dall’architettura musicale più complessa, che però hanno un grave difetto: non rimangono nella testa e nel cuore come quelle ballate che punteggiavano i primi dischi del trio. Né si può dire che la carriera solista dopo lo scioglimento di Emerson, Lake & Palmer sia memorabile, ma è giusto ricordare che quando la band si riforma nel 1992 per un tour, Greg Lake non solo ribadisce le grandi doti di bassista, ma dimostra che il calore della sua voce non è andato perduto. E che l’Italia non l’abbia mai dimenticato lo testimoniano nel 2012 il concerto in terra ligure, a Zoagli, nonché la magica, speciale esibizione al Teatro Municipale di Piacenza.

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