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Gladys Knight (Theater 11, Zurigo, 15 luglio 2019)

Oldies but goodies? Ci potete scommettere. Nell’incantato regno che fu la macchina da guerra in chiave di violino Motown, l’emancipazione femminile fu sempre in primo piano: Tammi Terrell e Mary Wells, Diana Ross & The Supremes e Martha Reeves & The Vandellas – e naturalmente Gladys Knight & The Pips, uno dei grandi orgogli versione gentil sesso della label guidata da Barry Gordy Jr. con l’ausilio di Smokey Robinson. Quasi un me too ante litteram: una grande donna a capo di un gruppo di maschietti, sebbene tutti fratelli & cugini. Comandava, maybe. Da quell’epopea irripetibile, quella del sound della giovane America, sono passate varie ere geologiche, vi fu anche un ulteriore gran round negli anni 70, non di secondo piano, con la Buddah Records. Gladys è ancora fra noi, 3/4 di secolo tondi, forma smagliante, classe innata e un sorriso che il Theater 11 di Zurigo lo riempie tutto. Chi scrive ebbe già la fortuna di vederla una ventina di anni or sono nientemeno che a Las Vegas, dove l’ex regina dei Semi di quando in quando è protagonista di seguitissime residency puntualmente sold out. L’esperienza fu splendida – e appena visto che fosse in cartellone nella non troppo lontana piccola metropoli svizzera, non vi abbiamo pensato 2 volte e ci siamo ficcati in macchina.

Presenza regale, non per niente negli anni 60 la battezzarono come l’Imperatrice del Soul – e sopratutto una voce assolutamente intatta, uno dei contralti per antonomasia della soul music, magnificamente colmo di splendide, crude nuances. Per 1 ora e ½ l’artista di Atlanta, Georgia intrattiene con un repertorio di prim’ordine inframmezzato con deliziosi ricordi, che vanno naturalmente dalla Motown in genere (definita, scherzosamente, «Un motel») alla grande amica Aretha Franklin, da Marvin GayeI Heard It Through The Grapevine l’abbiamo incisa prima noi Pips nel 1967, brother Marv è arrivato l’anno dopo – e, sapete, Marv l’amavo», racconta divertita) a Norman WhitfieldUno dei più grandi songwriter e produttori di sempre», assicura). Per non parlare del siparietto quando, serafica, davanti alla solita pletora di smartphone svolazzanti dice «I’m not really up on this… what’s it called?», poi confabula con una delle backing singer ed esclama divertita «Social media thing!», gesticolando con presa in giro come se avesse in mano uno di quegli arnesi.

Il concerto. Naturalmente una bella fetta del repertorio scelto pesca dai Pips, iniziando dall’introduttiva I’ve Got To Use My Imagination, potentissima e “infectious” come vuole la scuola Motown. Il pubblico è già vinto. Tutto scorre perfetto anche in Baby Don’t Change Your Mind, nel lento strappa emozioni Every Beat Of My Heart (in casa Pips vi era vita anche prima della Motown), nella splendida Make Yours A Happy Home – dov’è impossibile non scorgere il tocco di Curtis Mayfield giacché ne fu autore e produttore – nel iper-funky The Nitty Gritty, fino al trionfo con I Heard It Through The Grapevine, uno di quei pezzi che determinano un’era e anche decenni dopo non perdono un’oncia di forza espressiva. Quasi inutile sottolineare che con Grapevine scatta pure la standing ovation da parte del pubblico. Arriva, inatteso, anche un lungo medley dedicato a Prince con Let’s Go Crazy/When Doves Cry/1999/Diamonds & Pearls/Purple Rain – tutto molto buono ma è un peccato che l’omaggio abbia tolto posto ai suoi assodati classici come I Wish It Would Rain, (I Know) I’m Losing You (chi rammenta anche la strepitosa versione del primo Rod Stewart?) oppure The Way We Were, in cui Gladys ha sempre rivaleggiato con la versione di Barbra Streisand.

Ma la nostra è solo ubbia di chi vorrebbe tutto –  la Signora non si risparmia di certo, per come regala come fosse oro il kitsch di License To Kill, tema di uno 007 di fine anni 80 che all’epoca la rilanciò nelle chart; per come reinventa Help Me Make It Through The Night di Kris Kristofferson in un lento black ed erotico che nella sua ugola fa faville; per come sfida Billie Holiday nel medley The Man I Love/Stormy Weather; per come scatena brividi a scroscio nella ballad soul Stay With Me, tratta dal repertorio di Lorraine Ellison (curiosità: qualcuno ricorda come Lou Reed abbia indicato la versione della Ellison come la sua incisione favorita di sempre? Uomini di gusto…); per come porta a casa un’altra standing ovation con (You Make Me Feel Like) A Natural Woman di Carole King via Aretha, messa lì o onorare l’eterna Lady Soul; per come si congeda con la strepitosa ode alla sua terra d’origine con Midnight Train To Georgia, cui è attaccata una outro jam dove si scorge anche un accenno a Rock Steady, ribadito omaggio alla Franklin. Chiuso il sipario e riaccese le luci in sala, te ne vai con la certezza che esemplari come Gladys Knight sono davvero in via d’estinzione. Teniamoceli stretti finché ci sono.

Foto: © CoolMag

 

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