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Elio Germano & Teho Teardo, Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline (Villa Arconati, Bollate, MI, 6 settembre 2020)

Vedere Elio Germano e Teho Teardo, 2 fra le eccellenze italiane contemporanee nel campo uno della recitazione e l’altro nella musica, che portano in giro uno spettacolo su Louis-Ferdinand Céline (1894-1961), smuove i meandri della memoria in nome dello «scrittore creato da Dio per dare scandalo», come ebbe a dire il collega Georges Bernanos in un famoso elogio. La prima volta che, oramai qualche decennio fa, chi scrive venne a conoscenza di quel nome che solo a pensarlo regala ebrezza letteraria fu grazie a un vecchio conoscente: al momento d’imprestare un libro dello scrittore francese, Viaggio al termine della notte (1932), l’amico riassunse il tutto con una cosa tipo «questo qui è un personaggio molto interessante: pensa solo che fu sbattuto fuori dalla Francia perché ritenuto troppo filo nazista e dalla Germania perché troppo filo comunista – a un certo punto è finito a Londra, dove per quasi 2 anni non ha letteralmente proferito parola, muto come un pesce…». Forse sommario – ma efficace, almeno alle orecchie di un adolescente.

Elio Germano

In effetti, poi, negli anni l’ombra di Céline chi scrive l’avrebbe incontrata in molti degli interessi coltivati: William S. Burroughs, che con Edgar Allan Poe ha sempre indicato Monsieur C come il suo novelliere di riferimento; Giorgio Gaber, che con il compagno di teatro-canzone Sandro Luporini ha messo insieme sia canzoni (C’è solo la strada, da Anche per oggi non si vola del 1974) sia spettacoli a larghi tratti d’ispirazione céliniana (Libertà obbligatoria del 1976 e Polli di allevamento del 1978), prose comprese («Io e Sandro dal suo spirito anarcoide abbiamo preso moltissimo: forse è stato il nostro principale maestro», il Signor G dixit); i Doors, che citano il romanzo più famoso del letterato in End Of The Night nel loro omonimo esordio del 1967; Leonard Cohen, chiaro adepto del grotesque Céline fin da prima d’esordire nel mondo musicale, vedi i romanzi Il gioco favorito (1963) e Belli e perdenti (1966); Serge Gainsbourg e altri maghi della canzone d’Oltralpe sempre pronti al bislacco e alla provocazione come nell’intera opera del narratore nato e cresciuto nei sobborghi di Parigi; il nordestcowboy Giulio Casale (ex Estra), che via Gaber si è lanciato nella poetica di LFC con la struggente La febbre, forse il pezzo più bello del suo Dalla parte del torto (2012); fino a Vinicio Capossela, che ha permeato di célinismo un po’ tutto 1 dei suoi album migliori, Canzoni a manovella (2000), tanto che il brano d’apertura s’intitolava Bardamu (Bardamu, per inciso, è il protagonista di Viaggio…), nonché qualche anno dopo rincarare la dose in Pryntyl, da Marinai, profeti e balene (2011).

Teho Teardo

Il grande attore romano assurto a notorietà con Romanzo criminale (2005) e Mio fratello è figlio unico (2007) e il musicista d’avanguardia friulano, oltre che per il lavoro in proprio conosciuto pure per collaborazioni con molti nomi noti quali Blixa Bargeld (ben 4 gli album cointestati con l’Einstürzende Neubauten/ex Nick Cave & The Bad Seeds), Paolo Sorrentino (toh, chi si ricorda la citazione del Viaggiocéliniano in La grande bellezza?), Gabriele Salvatores e il già citato Capossela, chiudono con un’emozionante performance la travagliata stagione dello storico Festival di Villa Arconati a Bollate (Milano), come tutte le manifestazioni del genere ripensata drasticamente per via del Covid-19. Obbligatorio riportare come (poco prima che i protagonisti prendano posto nel proscenio) durante la presentazione gli organizzatori abbiano trovato modo di ricordare l’appena scomparso critico d’arte Philippe Daverio (1949-2020), che con Villa Arconati aveva un legame molto stretto: da bambino frequentava il luogo con la famiglia; mentre “da grande”, sia come politico sia come protagonista di incontri/dibattiti, ha più volte aiutato il festival quando questi ha affrontato momenti di difficoltà organizzativo-finanziaria. Senza scordare che con il suo programma televisivo Passepartout (2001-2011) ha più volte citato la petite Versailles italienne nel cuore del Parco delle Groane alle porte del capoluogo lombardo. Applauso palpabilmente commosso della platea – e, distanziamento sociale a parte, è bene sottolineare che l’evento era sold out praticamente da appena dopo l’annuncio. Confortante.

© Cico Casartelli

Germano e Teardo (per la cronaca, i 2 si sono conosciuti nel 2008 lavorando al film Il passato è una terra straniera, regia di Daniele Vicari) si dividono equamente il palco: scenografia inesistente se non l’ambiente circostante, agli estremi i loro 2 “tavoli da lavoro” e nel mezzo un terzetto d’archi (Laura Bisceglia al violoncello, Elena De Stabile al violino e Ambra Chiara Michelangeli alla viola). Da una parte l’attore mostra la sua finezza interpretativa, dall’altra il musicista con la sua partitura autografa pone l’accento sul tono grottesco dell’opera letteraria unendo archi, chitarra dissonante ed electronics assortiti. Si coglie anche che i 2 sono rodatissimi: Germano e Teardo portano in giro questo spettacolo nel nome di Céline ininterrottamente dal 2012 – e da allora il Viaggio… è diventato una “pittura impressionista” con sempre più particolari inediti che saltano all’orecchio, in una narrazione teatro-musica che esalta il genio dello scrittore. Il resto è tutto ciò che conosciamo di Bardamu: la guerra che stravolge tutto, in primis la vita personale e quella sociale – nonché il nichilismo che avvolge la natura umana, intrappolata fra istituzioni e soprattutto “inconsolabile fino a non conceder più alcuna speranza al consorzio dell’umanità“, come raccontava lo stesso Céline, il letterato che “non ho mai rinnegato nulla, mai adorato niente, mai aderito a nulla – semmai aderisco a me stesso finché posso – il mio cammino e io, è là, da solo, perché è il viaggiatore solitario quello che va più lontano. Nella vita si entra, si esce, come in una stazione – le partenze sono spesso un sollievo ma talvolta anche della pena, autentica. La più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire“.

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