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Eagles (Hallenstadion, Zurigo, 5 giugno 2019)

Eager for action and hot for the game“? Glenn Frey: morto e sepolto. Don Felder: sfanculato già da diversi lustri, senza tanti complimenti. Bernie Leadon: ahinoi, se ne fotte – lui che è il nostro preferito. Randy Meisner: fra Take It To The Limit e royalties varie, l’assegno mensile basta e avanza. Eagles 2019: parodia come da noi i Nomadi o ne vale la pena? A giudicare dall’Hallenstadion di Zurigo pieno come un uovo e da un concerto di 2 ore 1/2 spaccate, ne vale la pena – eccome. Poi, lo sappiamo, Don Henley, «the man with a golden voice» per parola di David Geffen, non è un pivello: grande voce, grande songwriter e in primo luogo grande businessman che però, su tutto, mette davanti la qualità del “prodotto”. Se “non ne avesse più” non lo vedremmo ancora a girare mezzo mondo con le Aquile, la band americana più famosa di tutte a pari merito coi Beach Boys; il gruppo che in termini di vendite di un solo disco rivaleggia da anni coi Pink Floyd e con Michael Jackson.

Incassato il duro colpo della morte del compagno di un bel pezzo di vita in musica, Henley ha fatto mente locale ed è ripartito. Con il figlio di Glenn Frey, Deacon, e nientemeno che Vince Gill, ex Pure Prairie League e star del miglior country yankee contemporaneo, che dividono fifty-fifty il repertorio dell’Aquila passata a miglior vita. Lo show deve continuare, pragmatico e perfetto come ci si attende da una macchina da guerra in 7 note come gli Eagles. Poi metteteci pure che Timothy B. Schmit e sopratutto Joe Walsh sono pistoni affidabili, che spingono forte nel motore del gruppo. In breve: come cantavano i Kinks, “give to people what they want” – ma farlo con gli attributi, sembra il messaggio Eagles al tempo dei reality.

Ore 20 precise e inizia il sortilegio. Voci perfette come nemmeno Crosby Stills Nash & Young e chitarre acustiche che si intrecciano come la tela di un ragno: è Seven Bridges Road, stupendo pezzo del cantautore mai celebrato abbastanza Steve Young, che “setta” la sempre perfettina Svizzera 2019 alla modalità “chissenefrega” California 70s. Dopodiché non c’è storia che tenga: parte il brano che ha aperto loro la strada della leggenda, Take It Easy; subito seguito dalla countrydisco da sballo One Of These Nights (Don, solito falsetto che è un diamante posto in gola); dalla melodia sfracella emozioni Take It To The Limit; dalla perfezione West Coast di Tequila Sunrise; fino alla sincopata Witchy Woman, stasera un po’ funky con inedito arrangiamento di fiati ma sempre tutta peyote e deserti rivestiti di Yucca Brevifolia, i famosi Joshua Trees che risvegliano sempre il fantasma di Gram Parsons (senza tirare in ballo Anton Corbijn, Captain Beefheart e U2). Siamo solo a nemmeno a 1/3 del ballo e l’energia positiva è a perfetta velocità di crociera.

In The City è il primo showcase di un Joe Walsh decisamente in palla che catapulta fra le immagini de I guerrieri della notte, cult movie annata 1979 di Walter Hill: giochiamo a fare la guerra? Passano perfette, quindi, I Can’t Tell You Why (è l’ora di Tim alla voce) e New Kid In Town, per approdare a Peaceful Easy Feeling: forse l’unico momento dove manca davvero Frey, visto che il leggendario pezzo di Jack Tempchin era talmente suo che… nostalgia, maledetta nostalgia. Love Will Keep Us Alive, gli Eagles del ritorno anni 90; Lyin’ Eyes è il Paradiso scandito da un testo che è fra i più belli dell’intera epopea del gruppo (“You can’t hide your lyin’ eyes/And your smile is a thin disguise/I thought by now you’d realize/There ain’t now way to hide your lyin’ eyes“); Don’t Let Our Love Start Slippin’ Away è il dovuto slot a Vince Gill che si è dato ai vecchi amici, ballata arcigna di gran classe che si adatta perfettamente al mood e al repertorio della serata – e che tira fuori anche le sue doti di chitarrista di prim’ordine.

Those Shoes e arriva il passaggio top della notte: funky metropolitano minaccioso, fra squillo e coca, uno dei momenti più esaltanti dell’intera discografia di Henley e compagni, qui possente come non mai. Commossi pensiamo intensamente a quelle scarpe che immaginiamo con tacchi da vertigine e “svirgolanti”. Tocca a Joe Walsh, di nuovo: e il ko è servito. Walk Away della James Gang, il suo gruppo molto Led Zeppelin prima di entrare negli Eagles; e la spassosissima Life’s Been Good, uno dei pezzi più divertenti dell’edonismo rockstar anni 70, sono fuoco che incenerisce: Joe è in chiaro stato di eccitazione libidinosa e la trasmette a tutti. Godere, godere, godere finché ce n’è. The Boys Of Summer è l’unico momento del repertorio solo di Don Henley: gli anni 80 in una canzone fatta per la radio e scritta con Mike Campbell (Tom Petty & The Heartbreakers) ma con tanti substrati di chi la sa lunga nel vendere dischi a catinelle – “Deadhead sticker on a Cadillac” recita il terso, paradossalmente simbolo di mercimonio. Heartache Tonight smuove le fondamenta dell’Hallenstadion mentre Funk #49 è di nuovo Joe Walsh (e James Gang): si vola alti, con il cognato di Ringo Starr che non ti molla un secondo con la sua Stratocaster. Lo stordimento non è mica finito: Life In The Fast Lane è la coke song per antonomasia che ha fatto ballare milioni di anime al mondo, roba con reputazione malvagia e il Diavolo nei solchi, roba che “They took all the right pills/They threw outrageous parties/They paid heavenly bills/There were lines on the mirror, lines on her face” – gli Eagles riassunti in pochi versi. E quando Don, in piena esecuzione, domanda il classico «How are we doing, so far?» lo Stadion c’è con il «gooooood» d’ordinanza. Come dicevamo prima? Godere, godere e ancora godere.

Siamo ai bis – indovina chi? Squilla la tromba con una solenne intro e parte la 12 corde doppio manico con l’opulenza dell’Hotel California tutta lì a far sognare – il valzer dell’estraniazione, dei sottili messaggi subliminali ma neanche troppo (“They stab it with their Steely knives/But they just can’t kill the beast“, il noto verso dedicato agli amici-rivali della costa est Steely Dan), di chi non è più smosso da nulla perché le ha viste tutte. Con On The Beach (1974) di Neil Young il suggello alla West Coast iniziata con i fiori e finita a suon di incubi. Ancora Joe, con Don la star della serata, e le fondamenta dell’arena tornano a tremare al fuoco di Rocky Mountain Way, per poi sdilinquirsi alle prime note di Desperado, meno pianistica del solito e con un bell’intreccio di chitarre acustiche. L’addio è dato con la dolcissima Best Of My Love, che riempie cuore e anima col canto di Don ispirato più che mai.

Concerto candy-shop delle meraviglie con un’unica pecca , che poi da parte nostra è puro solipsismo: niente The Last Resort, il capolavoro che chiudeva Hotel California (1976). Dannazione. Ma non si può volere tutto – anche perché gli Eagles hanno davvero dato tanto, tantissimo nel “long run” iniziato al Troubadour di West Hollywood nel 1971 e, per questa sera, passato a Zurigo.

Foto: Don Henley
Joe Walsh
© CoolMag

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