Prima Pagina

David Bromberg (Teatro Walther von der Vogelweide, Bolzano, 24 Luglio 2019)

Narrano le cronache che in Italia, alla fine del decennio di piombo, i 70s, certi artisti oggi ritenuti di nicchia oppure anni dopo morti “dimenticati” riempissero addirittura i palasport: da Bruce Cockburn a John Cipollina, da Mike Bloomfield fino appunto a David Bromberg. Chissà com’era, domandiamo noi assenti per mera questione anagrafica. Avendo sentito di tutto, fra dischi ufficiali e preziosi bootleg, la David Bromberg Band dell’epoca doveva essere qualcosa di veramente incredibile, roba da far il paio con la Seeger Sessions Band, forse l’unico vero grande scatto di reni del Bruce Springsteen post anni 80: roba versatile, potente, che inglobava di tutto fra folk, blues, country, rock and roll, jazz, reggae, soul. Adesso Bromberg, venerabile signore quasi 75enne, è uno che guarda tutto e tutti dall’alto in basso, con una carriera che ha esplorato la musica del Nuovo Mondo come hanno fatto, allo stesso livello di intensità e dedizioni, pochi altri suoi coetanei: Ry Cooder, Geoff Muldaur, David Lindley e Taj Mahal: tutta gente che la musica americana l’ha esplorata senza freni nonché mappata per i posteri. Lì personaggi del genere li chiamano “maverick”.

Dopo che nel Nuovo Millennio era già apparso in Italia con formazioni ridotte a duo o trio, finalmente eccolo arrivare con la leggendaria DB Band, naturalmente rimaneggiata dal tempo che passa per tutti: How Late’ll Ya Play ‘Til? (1976) è forse lontano, molto lontano, ma va bene lo stesso. Per noi la tappa più comoda del suo tour italiano è il Teatro Walther von der Vogelweide di Bolzano che lo accoglie, ormone grande, grosso e di carisma, con una buona affluenza di pubblico (si parla di 400 anime, venue piena al 90%). Purtroppo niente sezioni fiati, contrariamente ad altre date italiane – non si sa se per questioni logistiche o di budget o di entrambe. In ogni caso, l’artista te lo trovi davanti e davvero ti scorre veloce la storia della musica americana, fra i suoi leggendari dischi (un paio con ampio appoggio dei Grateful Dead, fra l’altro) e le session per illustri colleghi che rispondono a nomi quali Bob Dylan, Eagles, Dion, John Prine, Al Kooper, Willie Nelson, Gordon Lightfoot, Link Wray, Ringo Starr, John Hartford, Doug Sahm e una miriade d’altri. E ti domandi come mai il music business uno così per quasi 20 anni (da fine 80 a fine 00) lo abbia messo in disparte senza la possibilità di nemmeno un album. Per la cronaca, in quegli anni ripiegò facendo il liutaio, fino al ritorno con Try Me One More Time (2007), poi seguito da tutta una gran bella serie di dischi prodotti da Larry Campbell (Bob Dylan, Kinky Friedman, Levon Helm, Phil Lesh), con il quale fra l’altro ha da poco finito di inciderne uno nuovo, presto nei negozi.

Ma bando alle ciance. Ecco il concerto. Il quintetto sale in pedana e prima di tutto attacca con le chitarre elettriche, per una prima parte di show a tinte marcatamente blues, meno interessante rispetto a quello che verrà fuori fuori più avanti nella performance. La tripletta Big Road (Tommy Johnson), Who Will The Next Fool Be (Bobby Bland) e Nobody’s Fault But Mine (Blind Willie Johnson) fa un po’ fatica a decollare, un po’ per l’approccio forse un po’ scolastico del quintetto ma sopratutto per la voce del leader che ha bisogno ancora di scaldarsi (immaginiamo anche che il su & giù per l’Italia per la serie “concerti concentrati in pochi dì” non abbia fatto benissimo alla miglior forma di Bromberg). Sempre nella prima parte, inattesa e dedicata a 1 fra gli organizzatori bolzanini che gliel’ha espressamente richiesta (racconta l’artista), la leggendaria Mr. Blue da Midnight On The Water (1975), indimenticabile album prodotto dal suo amico Bernie Leadon (Eagles, Gene Clark): il bel brano pop anni 50 dei Fleetwoods nelle mani di Bromberg scalda i cuori nel nome di una seria Musica Cosmica Americana, di cui lui è fra i massimi esegeti. Curiosità: il numero era pure nel repertorio di Bob Dylan & The Band epoca Basement Tapes – scartabellate fra i bootleg.

A quel punto accade qualcosa, l’imponderabile cambio di marcia e di mood. Con l’andare dello show la voce di Bromberg si scalda e il gruppo prende più confidenza, tanto che staccano i jack e si mettono a bordo palco per un un piccolo set unplugged che risulta a dir poco impagabile: prima la stupenda Will You Love Me Tomorrow?, immortale hit written by Gerry Goffin & Carole King per le Shirelles, regalato con leggeri tocchi bluegrass; cui segue il traditional Standing In The Need Of Prayer, proposta a cappella con tinte white gospel/doo-wop. Il pubblico capisce bene e s’infervora in un battimano spontaneo e giubilante. Tutto meritato. Bromberg sembra commosso e risponde con il momento forse più eclatante della serata, quando da solo sul palco inchioda una delle murder ballad più conosciute di sempre, quella Delia (o Dehlia o ancora Deliah, dipende dallo spelling) che è passata nel repertorio di molti, sempre lasciando il segno: Blind Willie McTell, Johnny Cash, Bob Dylan, Cruel Sea (Tex Perkins), David Johansen (New York Dolls), Harry Belafonte, Waylon Jennings, Norah Jones e non sappiamo quanti altri – ma certamente molti. Il musicista alterna talkin’ che spiega la genesi del pezzo (e veniamo a sapere che di quell’omicidio, secondo sue ricerche, ne ha scoperte 23 versioni differenti, fra le Bahamas, gli Stati del Sud e oltre – potenza del folk!) e impagabili slanci di voce e finger pickin’ alla 6 corde che sono chiaramente opera di un maestro, di quelli veri.

Con la band che torna nel palco parte quello che non ti aspetti, il suo brano più bello e rimasto negli annali: The New Lee Highway Blues, che graziava il capolavoro del 1974 Wanted Dead Or Alive. Versione uptempo, molto vigorosa e con la giusta dose di amore per la strada che sfocia nella leggendaria jam bluegrass per violino che già bollava l’antico originale. Il pubblico (alla faccia dei sud tirolesi freddi e unemotional, così dicono) ricambia con un gran vociare e con applausi che fanno scandire a David Bromberg, con un mano sul cuore e forse gli occhi lucidi dietro gli occhiali, un sentito «Thank you, you have been wonderful – really!». I bis sono risolti ancora senza microfoni, con la DB Band che si sposta di nuovo a bordo palco per il commiato: la scelta cade su una delicatissima Roll On John, incantevole brano bluegrass in punta di dita (e d’emozioni) che sicuramente è un velato quanto raffinato omaggio a 1 dei suoi grandi ispiratori, quel John Herald dei Greenbriar Boys che negli anni formativi di David Bromberg fu certamente una Stella Maris musicale. Veloci saluti, luci accese subito e partono tanti commenti degli appassionati – che sì, anche nel mondo tutto corporation e tutto in 1 click di oggi, esistono ancora. E tornando a casa nella notte percorrendo la nostra autostrada, risuonano potenti ancora le parole della nuova Lee Highway brombergiana: “You know that God-damned road seemed like it went forever/Exhaust fumes made our eyes turn red and swell/With our clothes stuck to the seat and to our bodies/It was a stinkin’ summer trip to southern hell“.

Foto: © CoolMag

Share: