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Ciao 2001 revisited. Uno sguardo dopo quasi mezzo secolo

Ciao 2001 è stato il punto di riferimento musicale per gli adolescenti degli Anni ‘70. E se ancora oggi quegli adolescenti, sull’orlo della pensione (forse), hanno un criterio di distinzione tra musica bella e musica brutta, di qualunque genere si parli e al di là dei gusti di ognuno, ciò si deve proprio a Ciao 2001. Quegli adolescenti, quorum ego, erano sinceramente invidiosi di quei giornalisti che potevano ascoltare, gratis, pacchi di vinili e recensirli, andare ai concerti, parlare con le rockstars. L’invidia, però, era frenata dal fatto che essi assurgevano a entità quasi mitologiche, che sentivamo distanti dalla nostra età. Sembrava infatti che non fossero della nostra generazione ma molto più grandi. Quale non fu la sorpresa (ma la scoperta avvenne decenni dopo) che avevano solo alcuni anni più di noi e che, come noi, erano tutti nati negli Anni ’50. Di tutta quell’infornata di giovani giornalisti, il più presente ancora oggi sui media è Dario Salvatori. Meritatamente perché, ai tempi, credo tutti fossero convinti che fosse molto più anziano della sua vera età, per la mostruosa conoscenza che dimostrava del jazz. Ciao 2001 infatti era forse stato il primo giornale di musica giovanile che avesse provato a “contaminare” il rock col jazz con rubriche fisse, recensioni e presenza ai Festivals: indimenticabile, ad esempio, la copertura data a Umbria Jazz del 1974. Ad ogni modo, ovunque ci fosse sentore di jazz c’era Salvatori che disquisiva con competenza non solo di Chick Corea o del Miles Davis di Bitches Brew (il che poteva anche essere normale) ma pure di Thelonious Monk, Earl Fatha Hines o Art Blakey. Tutti nomi storici, già vecchiotti all’epoca, che nessuno di noi adolescenti aficionados di Ciao 2001 aveva mai sentito nominare prima. Come conseguenza logica, Salvatori era esperto anche del rock più intellettuale: perciò fu il responsabile di 2 mitologici articoli nel ’73 dedicati a Frank Zappa (inutile dire che non l’avevo mai sentito nominare prima) scritti con una tale competenza e un piglio sottilmente ironico che mi incuriosì e finì per folgorare talmente un mio amico da farlo diventare zappiano totale. Quale non fu perciò lo sconcerto e l’ammirazione quando venni a sapere che il Salvatori competentissimo che leggevo stava fra i 23 e i 25 anni, un’età in cui oggi non sei nessuno.

Non mi piacevano molto le cronache di Michael Pergolani alias Trashman perché, fondamentalmente, parlava più di sé e delle sue peripezie che dell’evento che era andato a coprire; mentre ero, platonicamente, innamorato di Fiorella Gentile che aveva inventato un interessantissimo modo per proporre le interviste sul giornale: ovvero riportava solamente le risposte introdotte da solo un titoletto: ne ricordo una molto bella col Perigeo. Ma 2 erano i giornalisti che rappresentavano le estreme più affascinanti del settimanale: Enzo Caffarelli e Maurizio Baiata. Caffarelli era un bravissimo recensore, sobrio e razionale. Leggendolo, sapevi cosa potevi aspettarti da un disco; anche se a rileggerlo capisci che, talvolta, il suo gusto personale faceva ombra a una giusta oggettività. La prosa onirica, per non dire lisergica di Baiata suscitò in me un’eccezionale curiosità verso il rock tedesco e verso qualsiasi gruppo che sembrasse avvicinarglisi: Hawkwind in Inghilterra, Magma e Gong in Francia. Baiata aveva questo di bello: riusciva a far diventare mitologico quello che aveva tra le mani. Mentre se leggevi Caffarelli capivi cosa avresti ascoltato, con Baiata no, ti perdevi in un delirio di iperboli che comunque ti affascinava. È stata allora per me una grande fortuna aver ascoltato 2 decenni dopo, con la riproposizione in Cd, 2 LP su cui Baiata espresse forse il suo meglio: Zeit dei Tangerine Dream e Schwingungen degli Ash Ra Tempel. Del primo scrisse: “Il più alto tentativo elettroacustico: sono quattro facciate indescrivibili che nascono all’interno stesso dei suoni primordiali ed eterni, il futuro è la imminenza stessa dei suoni celesti…”. Del secondo: “Come già detto, Flowers Must Die appare la porzione più riuscita di questo lavoro: sulla base di un testo tirato giù da un trip di acido la musica nasce e si dissolve a sbalzi violenti senza punti morti con le costanti del sax, delle voci e delle percussioni a tinteggiare un’armonia per lo più costruita dalle tastiere”.

Procurarsi quegli Lp nel 1973 era impossibile, perché non erano stati stampati in Italia. Comprai l’anno dopo Phaedra dei Tangerine Dream e mi capitò di ascoltare una volta Raffaele Cascone che mandò in radio Downtown degli Ash Ra Tempel; ma quando ascoltai (ormai adulto e non più adolescente) quei dischi la cui presentazione mi aveva indirizzato verso il rock tedesco, capii che un mondo ci divideva e che forse Baiata era un artista più che un recensore: perché Zeit è un doppio disco dalla lentezza esasperante, noiosissimo; e Schwingungen dimostra che l’unico a saper suonare in quel gruppo era il chitarrista Manuel Gottsching. Proprio per questo, io che mi aspettavo nel ricordo di ascoltare chissà che in Flowers Must Die, trovai molto più bello Look At Your Sun, un blues cosmico incentrato sulla chitarra. A posteriori si può indovinare anche una linea culturale ed educativa in Ciao 2001 fra il ’72 e il ’75, ovvero sì al progressive e all’alternativo, no all’hard rock. Giusta o sbagliata che sia, questa linea incentivava l’interesse nei ragazzi: pensiamo soltanto che Ciao 2001 stimolò un dibattito partecipatissimo su chi fosse meglio tra Keith Emerson e Rick Wakeman mentre oggi, con tutto il rispetto, i social mettono contro Mahmood e Ultimo.

Quando il progressive diventò, a parere del giornale, troppo sofisticato, lo abbandonò per seguire il poderoso trend della discomusic. Non escludo che in questo passaggio facesse già capolino il business; di fatto, fra una tendenza e l’altra, Ciao 2001 non capì l’emergere di grandissimi gruppi di rock puro come i Blue Oyster Cult, gli Aerosmith o un chitarrista come Ted Nugent; e sottovalutò i primi dischi dei Lynyrd Skynyrd. Ma se si parla di business, niente dimostra come si sia passati dalla cronaca alla storia nella parabola della Virgin narrata da Ciao 2001, probabilmente con l’ingenuità della gioventù. La rivista sostenne in Italia a spada tratta l’alternatività della neonata etichetta inglese che vendeva Faust Tapes all’equivalente di attuali 30 centesimi o che credette nel giovanissimo Mike Oldfield. Perciò tutti diventammo sostenitori delle sue proposte musicali. Nel numero del 3 febbraio 1974, Richard Branson dichiarò a Manuel Insolera che nella Virgin i criteri non erano commerciali, che si arruolava solo chi avesse qualcosa di nuovo e coraggioso da dire. Ebbene, oggi devo fare uno sforzo mentale per conciliare il plurimiliardario Branson, a capo della multinazionale Virgin, con l’uomo alternativo che parlava con Ciao 2001. Con la malizia del tempo non si può non pensare che fosse stata tutta una strategia di business in cui cadde ingenuamente il giornale come cademmo noi adolescenti appassionati di musica, ma anche questo ha fatto la grandezza di Ciao 2001. Nel momento in cui ti educava a un gusto, lo sentivi parte di te; e se qualcosa ti ingannava era perché il giornale in primis lo era stato. In definitiva, se il peggio degli Anni ‘70 è stato rappresentato dal terrorismo e dalla guerra civile strisciante, a livello giovanile fra giovani rossi e giovani neri il bello di quel decennio vede ai primi posti proprio Ciao 2001. Guardando indietro senza nostalgia, ma con oggettività, bisogna riconoscere che oggi non c’è nessun ambito che lasci spazio e fiducia a chi è giovane; nessun ambito che sia sostanzialmente libero da condizionamenti di mercato e dedito soltanto alla qualità di ciò che si offre. Come fu Ciao 2001, a cavallo degli Anni ‘70.

Foto: Frank Zappa
Tangerine Dream
Ash Ra Tempel

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