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Chucho Valdés (Castello Sforzesco, Milano, 18 luglio 2019)

A voler fare (minimissime) pulci al santo patrono della grande musica Ry Cooder, quando il music explorer californiano si buttò a capofitto nella musica cubana venendone fuori con quel vero evento che fu Buena Vista Social Club (1997), impagabile operazione culturale che fu premiata da vendite clamorose, forse tralasciò di coinvolgere un nome: Chucho Valdés. Anche se comprendiamo che lo slot di pianista vedeva Rubén González, 20 anni di più e tanta polvere del tempo che lo aveva dimenticato – e altrettanto che Chucho, contrariamene ai molti del Club, una vera carriera professionistica nel Grande Paese, gli USA, l’ha comunque avuta – sebbene sempre con un piede nel Paradiso per Illusi che è Cuba. In breve, l’alibi c’era, eccome. Anche perché Chucho, nella sua Cuba comunista, è un po’ élite di stato.

Dionisio de Jesús Valdés Rodríguez, quasi 77 anni, in Italia è di casa: da tempo lo ritrovi in molte rassegne e festival nonché di recente ha unito i tasti del suo piano con Stefano Bollani, con il quale suonerà pure fra qualche dì alle Terme di Caracalla di Roma e con cui sta approntando anche un tournée più in là nel 2019, dopo un primo incontro nello spettacolo L’importante è avere un piano, svoltosi nel giugno dello scorso anno e, fra l’altro, trasmesso anche da Rai 1. E la splendida cornice del Castello Sforzesco di Milano rende giustizia a questo patrimonio della musica cubana di classe mondiale.

Luna piena, notte stellata con qualche nube che passa scenografica – Chucho, omone che svetta su tutti gli altri accanto a lui nel palco, entra in pedana e incanta con il suo latin jazz madido, tropicale e sinuoso, che fa rivivere tutta l’epopea della Cuba che contemporaneamente sa di Batista e di Castro, di Tropicana Club e di Orquesta Cubana de Música Moderna, ma pure di Newport Jazz Festival e di Grammy Awards; fino, ovviamente, al suo grande, inarrivabile contributo con il più che storico Jazz Batà (1972). Camicia vistosa e berretto, l’attenzione è però immediata per il suo piano che viaggia sciolto e sofisticato nella musica popolare latino-americana, con mirabili strizzatine d’occhio ai classici del repertorio pianistico universale, tipo Art Tatum e Thelonious Monk – il tutto con l’obiettivo principale di intrattenere il pubblico e godersi egli stesso il concerto. 1 ora e ½ abbondante dove scorrono, a volte lente mentre altre smaniose grazie anche a batteria più 2 percussionisti, gli eccezionali Yaroldy Abreu e Dreiser Durruthy (quest’ultimo alla tradizionale batà, strumento principe del culto Santería) – dicevamo, scorrono le note battute a ritmo afro-latino di perle come Obatalá, Luces, Ochún, Chucho’s Mood, 100 años de Bebo (dedicata al padre, Bebo Valdés, antica istituzione della musica dell’Isola), El güije e Son montuno. Ma non solo, il Maestro e i suoi sono anche a dir poco spropositati quando si tratta di affrontare Moon River, il tema di Henry Mancini lasciato ai posteri attraverso Colazione da Tiffany con Audrey Hepburn, e sopratutto un’interminabile (e peccato sia finita!) Compared To What, eccezionale showcase nel nome di Les McCann/Eddie Harris dove l’arte e il professionismo di un vero fuoriclasse come il caballero de fine estampa Valdés hanno realmente incantato – e imposto all’ambiente ingovernabile frenesia. E, difatti, il pubblico non ha mancato di sottolineare il tutto con applausi scroscianti e standing ovation. Facile a dirsi: ¡Que viva el Chucho!

Foto: © CoolMag

 

 

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