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Charlie Hunter & Lucy Woodward (Blue Note, Milano, 26 settembre 2019)

C’era una volta la discografia, tanto tempo fa… tipo quando ai Primus di quella gran testa pensante che è Les Claypool s’inventarono la Prawn Song, chiaro omaggio/mocking alla leggendaria label Swan Song dei Led Zeppelin – la quale oltre a pubblicare gli album del gruppo madre faceva da talent scout e realizzava dischi di giovani artisti di segno & genere disparato. Prima pubblicazione extra Primus fu nel 1993 il debutto del Charlie Hunter Trio, prodotto proprio da Claypool (il Trio in formazione vantava anche un altro pezzo dei primissimi Primus, il batterista Jay Lane), che svelava al mondo le incredibili doti del leader Charlie Hunter – il quale fin da allora si impose come virtuoso della chitarra a 7 e 8 corde, capace di affascinare con il proprio jazz groove trasversale una bella fettina della generazione infervorata di grunge. E chi nei primi anni 90 leggeva la bibbia alternative CMJ, uno dei giornali musicali meglio fatti di sempre, sa di cosa stiamo parlando: fra Nirvana e Beck, Soundgarden e Morphine, il Charlie Hunter Trio era portato in palmo di mano, facendo proseliti fra gli appassionati.

Di acqua sotto i ponti ne è passata molta, il Trio è stato smontato/rimontato più volte e, intanto, Hunter ha pubblicato una valanga di dischi, molti dei quali per la Blue Note; nonché prestato il suo estroso manico a molti colleghi di gran nome quali Norah Jones, Mos Def, John Mayer, Frank Ocean, Snarky Puppy e D’Angelo. Adesso tocca alla partnership con Lucy Woodward, giovane cantante britannica obliqua agli stili con un buon CV fatto di esperienze eterogenee (Pink Martini, Rod Stewart): i 2 hanno da poco pubblicato Music! Music! Music!, cover album di standard jazz, blues e pop, che appunto al Blue Note di Milano è stato il piatto forte dell’unica unica data nostrana del pingue tour mondiale starring Hunter & Woodward.

Vedere suonare Hunter, sorriso molto cool sempre stampato in faccia, è uno spettacolo: virtuosismo, potenza, ritmi frastornanti e aperture melodiche che si intrecciano in un inarrestabile vortice fatto di blues, jazz, country-folk e Ry Cooder. Tutto combinato alla perfezione con la bravissima Lucy, che davvero sa tenere molto bene il palco, e con il batterista olandese Niek de Bruijn a fare eccellente lavoro di raccordo.

La performance è differenziata e ve ne è un po’ per tutti i gusti: la Ruth Brown di I Don’t Know; il Blind Willie Johnson dello strepitoso Soul Of A Man (negli anni pezzo passato in mani prestigiose: Tom Jones, Ollabelle, Etta James, addirittura Eugenio Finardi, Maria Muldaur, Tom Waits…); la Bessie Smith di You’ve Been A Good Ole Wagon, in cui la Woodward giganteggia; il Randy Weeks del country-blues Can’t Let Go (qualcuno forse lo rammenta fra i centerpiece di Car Wheels On The Gravel Road, il classico album del 1998 di Lucinda Williams); il Terence Trent D’Arby della sempre contagiosa Wishing Well; i Cars di You Might Think, espressamente dedicata all’appena scomparso Ric Ocasek; l’Howlin’ Wolf delle classiche 12 battute di Spoonful; il George Michael di Faith; addirittura uno dei temi di Grease, You’re The One That I Want, virato a tinte sexy e funky; fino alla Nina Simone evocata ben 2 volte di Don’t Let Me Be Misunderstood e sopratutto della straordinaria Plain Gold Ring (chi rammenta la versione di Nick Cave & The Bad Seeds?) perfettamente giocate dal terzetto e probabile highlight della serata. Il pubblico, ça va sans dire, ha mostrato di gradire generando un’atmosfera assai calorosa e sfoderando grandi, meritati applausi.

Foto: © CoolMag

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