Prima Pagina

Carmen Souza (Blue Note, Milano, 28 novembre 2019)

Non sembri scontato né una banalità dirlo – ma la musica può davvero tutto: supera i confini, unisce l’impossibile, attraversa il tempo, si fa un baffo della geografia e, romanticamente parlando, le condizioni economiche le mette al tappeto quando vuole. Prendete la deliziosa Carmen Souza, una decina d’anni nella musica professionistica con un buon gruzzolo di album pubblicati, ideale erede della scomparsa Cesária Évora e “faccia” di Capo Verde nel mondo tramite l’arte dei suoni (sebbene ella sia nata a Lisbona da genitori emigrati all’indomani della pacifica Rivoluzione dei Garofani di metà anni 70, che portò la democrazia anche nell’arcipelago africano dopo la lunga dittatura fascista imposta da António Salazar). Ecco, cosa c’entra costei con colui che è forse il più grande jazzista newyorchese, campione assoluto dell’hard bop, pianista e compositore sublime, fra gli eroi assoluti dei 2 Steely Dan Donald Fagen & Walter Becker, compagno mid 50s di Miles Davis e tanto altro che lo rende un peso massimo? Stiamo parlando, chiaramente, di Horace Silver (1928-2014), che pochi sanno avesse origini capoverdiane per parte paterna.

Scontato che a saperlo sia Carmen, la quale approda al Blue Note di Milano per presentare il nuovissimo album The Silver Messengers, che già nel titolo è un mash up ispirato al grande Horace: Silver ça va sans dire è il cognome, mentre Messengers è riferito al grande gruppo anni 50 del jazzista, i Jazz Messengers. Metteteci pure che 1 dei dischi più belli di Horace fu The Cape Verdean Blues (1966) e il quadro è presto fatto. Forte di tutto ciò la statuaria e coloratissima quasi 40enne creola si è connessa con l’autore di Song For My Father (1965) e della trilogia The United States Of Mind Phase (1970-72) in modo encomiabile. E sia nell’album sia in questa eccellente performance il risultato è di quelli seri, di quelli che partono dalle radici per scoprire sempre nuove frontiere.

Accompagnata dal compagno di una vita Theo Pascal (basso/contrabbasso), Elias Kacomanolis (batteria/percussioni) e Benjamin Burrell (pianoforte), la Souza regala un saggio di bravura vocale e soprattutto stilistica prendendo per mano il repertorio di Silver attraverso mornabatuke, generali umori esotici, bossa novaafricanismi e scat jazz, restituendo capolavori come Señor Blues (quesito agli ascoltatori più accorti: chi rammenta la spettacolare versione di Taj Mahal incisa oltre una ventina d’anni or sono? Risentirla è d’obbligo…), Soul Searching, Song For My Father, l’originale Lady Musika (e “lady musika” era come HS chiamava proprio la musica), St Vitus Dance, fino a Kathy del leggendario compositore brasiliano Moacir Santos e già nel repertorio di Horace cui la cantante aggiunge un proprio testo dedicato a una india dell’Amazzonia amica sua – tutti numeri proposti con vibrati controllati alla perfezione e fraseggi dall’andamento imprevedibile. E non solo: i 4 sanno svariare benissimo anche con altre citazioni tipo la Nina Simone di My Baby Just Cares For Me, il brasilianismo top by Vinícius de Moraes & Antônio Carlos Jobim della sempre trascinante Berimbau, la grande canzone popolare americana presa da Glenn Miller di Moonlight Serenade, fino alla Miriam Makeba di Pata Pata che inesorabilmente fa alzare tutto il Blue Note a ballare scatenatissimo. Per gli amanti del gossip, toh, la Makeba ebbe un love affair proprio con Orazio Argento, a chiusura del cerchio.

Per concludere, sembra proprio vero ciò che afferma la stessa Carmen in merito al progetto The Silver Messengers – dove tutto è riconducibile «all’incertezza di essere musicista in tempi pieni d’ansia come questi, la ricerca di una propria voce e di un proprio sound, di fare musica con proposito chiaro, di farlo come se fosse una missione, di ricercare l’inner inspiration che può abbattere barriere, volare alto e andare oltre». Missione compiuta: Horace Silver e la sua musica vivono. Evviva!

Foto: © CoolMag

Share: