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Caravan (Festival Prog, Veruno NO, 6 settembre 2019)

“Standing on a golf course dressed in P.V.C./I chanced upon a golf girl/Selling cups of tea/She asked me did I want one/Asked me with a grin/For three pence you can buy one/Full right to the brim“. Iniziava così, sulle note di Golf Girl, In The Land Of Grey And Pink (1971), che non ci sentiamo di esagerare se consideriamo 1 dei più grandi album partoriti dalla musica UK post Sgt. Pepper’s – e per post intendiamo i 5-6 anni seguenti all’uscita del disco dei Beatles. Loro erano i Caravan, che dopo mille vicissitudini sono ancora lì, standing stone, nonostante la morte nel 2013 di Richard Coughlan (batteria) e benché i fratelli Sinclair, David (tastiere) e Richard (basso), abbiamo gettato la spugna diversi lustri addietro lasciando tutto in mano al sempre saldo Pye Hastings (voce, chitarra) coadiuvato comunque da Jan Schelhaas (tastiere, on & off con il gruppo da metà anni 70) e sopratutto dall’eccezionale jolly (ed ex Penguin Cafe Orchestra) Geoffrey Richardson (violino, flauto, chitarra), garanzia di assoluta perizia strumentale – anzi, è proprio Mister Richardson che accanto a Mister Hastings si ritaglia ruolo di sfavillante co-protagonista.

Ogni tanto i nostri eroi very British arrivano anche in Italia – e quando lo fanno, noi ci siamo, perché con i Caravan è sempre una festa in musica di prim’ordine. Un sentito grazie, quindi, all’eccellente Festival Prog di Veruno (Novara): concerti sempre gratuiti, organizzazione sempre impeccabile, location ben scelta e certamente tanta passione da parte di chi lo pensa e lo produce da 10 anni (anniversary time!), puntuale sempre il primo week end di settembre – un po’ come avviene a Salsomaggiore per il Festival Beat, giusto per fare un paragone. Detto in breve: viva sempre e comunque manifestazioni indipendenti come queste, a prescindere dei generi proposti.

I Caravan. Un po’ come accade in Italia per gli Area, anche per i Caravan noi siamo del partito seriamente (pericolosamente?) convinto che la band non faccia prog music, semmai la sfiori e la usi a piccoli, dosati sprazzi. La lunghezza d’onda è un’altra: quella della musica da camera che incontra il jazz che incontra la vera psichedelica inglese nata e cresciuta a Canterbury. Già, così si chiama: il Canterbury Sound che, alla probabile ombra del noto Arcivescovo (chiunque egli sia), nacque con i leggendari Wilde Flowers (nome in omaggio al sommo e sempre audace letterato irlandese Oscar) poi evolutisi in Soft Machine da una parte e appunto Caravan dall’altra – scena cui si sono aggiunti successivamente Gong, Hatfield & The North (con protagonista Richard Sinclair ed altri del gruppo, fra l‘altro) e National Health, band che hanno segnato profondamente la musica anglosassone dalla fine anni 60 fino a metà del decennio successivo, in parallelo al prog ma sempre distinguendosi un po’ in tutto: non mancava la perizia tecnica ma non vi era estremo showing off strumentale mentre la “pesantezza” King Crimson/ELP/Genesis/Yes era ben svincolata da atmosfere fiabesco-celt-scifiction-gothic-hippie tutt’altro che artificiose. In breve: più parenti di gente come Incredible String Band/Fairport Convention/Pentangle/Steeleye Span, persino dei Pink Floyd più sognanti pre The Dark Side Of The Moon, che di Robert Fripp o di Rick Wakeman.

Grey And Pink è sparato lì quasi nella propria interezza (manca solo Winter Wine), glorioso e maestoso, suonato perfettamente nei tanti e profondi dettagli che lo hanno reso immortale, salvo che ad aprire le danze è proprio il brano guida e non Golf Girl (che arriva immediatamente dopo), con Pye impeccabile capobanda con voce tutt’altro che fading away (più roca di una volta ma ancora densissima) e gli altri a tessere le trame di un’avventura più unica che rara fattasi disco, la quale passa anche per Love To Love You (And Tonight Pigs Will Fly) per arrivare al gran finale del collage in 8 parti per oltre 20 minuti di Nine Feet Underground. Sarebbe bello che un giorno i Caravan dedicassero delle performance anche ad altri 2 classici del loro repertorio per intero, If I Could Do It All Over Again, I’d Do It All Over You (1970) e Waterloo Lily (1972) – operazione che farebbe molto contenti i loro fan più affezionati. Al capolavoro, in ogni caso, si affiancano tante altre perle prese qui e là nella loro storia lunga più di mezzo secolo (finanche un brano presentato come inedito – il futuro fatto nuovo album è dietro l’angolo?), come la leggendaria Memory Lain, Dead Man Walking, For Richard (esplicitamente dedicata da Pye allo scomparso Richard Coughlan), fino a The Dog, The Dog, He’s At It Again – numeri di musica audacemente colta in maionese pop che avvolge e rapisce, come in un prolungato dormiveglia dove colori, sensazioni, paure e slanci di euforia si legano in un vortice stringente. Lunga vita ai 70enni sempre giovani Caravan!

Foto: © CoolMag

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