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Brian Auger: turbinosi assoli dal maestro dell’Hammond

Pochi (ma buoni) appassionati si sono accorti degli 80 anni – compiuti a luglio – di Brian Auger, maestro dell’Hammond, e del suo recentissimo passaggio in Italia a fine ottobre per 4 date a Bari, Torino, Valenza (AL) e Pisa nell’ambito di un tour europeo di 6 settimane che ha toccato club di piccole dimensioni ma stipati di pubblico entusiasta. Sembra che il tempo non passi mai per il veterano londinese di Hammersmith, di casa qui (anche per le frequenti collaborazioni: l’ultima con Zucchero nei concerti all’Arena di Verona), ancora capace di muovere con diabolica velocità le dita sulle tastiere dell’organo e del piano elettrico sposando come sempre l’energia del rock e del rhythm & blues con la complessità armonica del jazz tra riff, fraseggi e assoli turbinosi suonati con l’entusiasmo di un ragazzo.

Inconfondibile nelle sue sgargianti camicie hawaiane, Auger continua a divertirsi un mondo sul palco accompagnato stavolta da un trio su misura orchestrato con consumata perizia dal figlio Karma (batterista agile e potente, una macchina del ritmo capace di sottigliezze jazzistiche) di cui fanno parte il tedesco Andreas Geck, solido e fantasioso bassista fusion e (in sostituzione del veterano vocalist scozzese Alex Ligertwood, vecchio compagno d’armi di Brian e di Carlos Santana infortunatosi poco prima del tour) Lilliana de los Reyes, californiana discendente di una dinastia di celebri percussionisti cubani già apprezzata in tour con George Benson, che alla band regala una bella iniezione di energia giovanile, grazia, sensualità, passi di danza, percussioni latine e una voce duttile e ricca di sfumature rubando a tratti la scena persino al bandleader. La sua presenza permette a Brian Auger di fondere in un unico concerto 2 anime e 2 fasi di carriera: il Mod Soul degli anni 60, quando con Julie Driscoll formò per un breve periodo la coppia più cool della Swinging London; e il latin jazz rock dei 70, quando si mise alla guida degli Oblivion Express, “il treno destinato all’oblio” con cui prese volontariamente le distanze dalle classifiche e dalle mode per perseguire un’originale visione musicale che ha comunque fatto scuola e proseliti nel mondo dell’acid jazz.

Da anni il repertorio è sostanzialmente identico ma invincibile, inglobando – del periodo Trinity con la Driscoll – lo smash hit This Wheel’s On Fire ripreso dai Basement Tapes dylaniani, la Save Me di Aretha Franklin, l’ammaliante rilettura in chiaroscuro della Season Of The Witch di Donovan (che Brian, scherzando nel suo italiano imparato dalla moglie sarda Ella, racconta di avere inciso poco dopo lo sbarco in Britannia di Giulio Cesare); un’arrembante Indian Rope Man (Richie Havens) che apre brevi spazi solistici ai virtuosi musicisti; una sinuosa Light My Fire (Doors) ispirata alla cover che ne fece José Feliciano; la bluesata Road To Cairo del compositore americano David Ackles che Lilliana fa sua con grande feeling e autorità. E dal catalogo Oblivion Express, dinamiche e sincopate riletture di Freedom Jazz Dance e Compared To What (2 standard del sassofonista tenore Ed Harris, il secondo in coppia con il pianista e cantante Les McCann); il funk jazzato di Straight Ahead, della contagiosa Happiness Is Just Around The Bend e di Whenever You’re Ready (con citazione finale della coltraniana A Love Supreme e spettacolare drumming di Auger Jr.) e l’ipnotica, lunga rivisitazione di Bumpin’ On Sunset di Wes Montgomery che resta probabilmente il vertice di ogni performance, aperta da un brano strumentale nato durante i soundcheck e intitolato al percussionista cubano Mongo Santamaria e in cui Auger presenta come un dono ricevuto dal cielo una delle sue non frequenti composizioni originali (la pulsante e accattivante Sundown).

È musica di facile ascolto, coinvolgente, ritmata e danzabile, dal groove irresistibile, cantata e suonata a regola d’arte, aperta a generosi spazi solistici e improvvisativi per lo scatenato ragazzo del 1939, il decano che ha iniziato a suonare a 3 anni su un piano a rullo studiando Gioachino Rossini da autodidatta per poi innamorarsi del jazz e dell’Hammond di Jimmy Smith; e che oggi continua a trasmettere ai suoi strumenti la stessa incontenibile gioia di vivere, il calore e la comunicativa che caratterizzano da sempre la sua musica e la sua persona. Quando tornerà da queste parti, non perdetevelo.

Foto: © Federica Delmotto
© Folkclub

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