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Bobby Solo (Teatro Sociale, Bellinzona, 30 novembre 2019)

Come si dice nel mondo per Jerry Lee Lewis, Bobby Solo nell’Italia del rock’n’roll è il last man standing – l’ultimo uomo rimasto in piedi! Contando che Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci non ci sono più, idem per i Fratelli Ciacci (Little Tony ed Enrico) e che Adriano Celentano è più-morto-che-vivo con i suoi insulsi programmi tivù dove canta rigorosamente in playback, invita ospiti modesti a dialogare e non-dire-niente, annoia con i soliti monologhi a dir poco inconcludenti e fa sbadigliare con cartoons quanto meno sgangherati. Meno male che resiste lui, Roberto Satti in arte Bobby Solo, classe 1945 e vero leone della musica italiana che rimase folgorata da Elvis Presley – e che da allora, per fortuna, più si riprese.

Quando arriva nel palco dello splendido e gremitissimo Teatro Sociale di Bellinzona, cuore del Ticino che vanta ancora il titolo di “patriziato”, è proprio come te lo aspetti: autentico, verace, spigliato, ciuffo ingrigito ma ancora invidiabile e foltissimo, stazza possente. Il Bobby invecchia ma non lo abbatti. Piuttosto, ne apprezzi ancora di più la voce baritonale piena di grazia & velluto, il gran bravo chitarrista sempre magnifico sui fondamentali (rigorosamente senza plettro e poche cose ma fatte come Dio comanda), la contagiosa simpatia, il repertorio imitazioni ad hoc (da Iva Zanicchi e Mike Bongiorno) e, all in all, la battuta sempre pronta («Lucio Dalla, grande genio della musica italiana che però era un tappo, mi chiamava Bobbino – mentre io lo chiamavo Lucione…», e tutti giù a ridere). Anche perché in quasi 60 anni di carriera (il debutto fu nel 1963, a soli 17 anni) Solo è uomo che l’industria musicale italiana l’ha navigata tutta – ne conosce segreti e ovvietà, virtù e piccole/grandi beghe.

2 ore di concerto senza sosta, 0 paura di scadere nella parodia, baldanza di chi il kitsch con gran naturalezza lo domina come vuole, a piacimento – e che sa essere un crowd pleaser nel più alto senso della definizione. Metteteci pure che la sua docile band-orchestrina (dove la giovanissima chitarrista Silvia Zaniboni trova subito i favori del pubblico) è imperturbabile nel seguire l’artista, e il gioco è fatto. Anche perché Bobby è disarmante per come egli giochi a carte scoperte: la prima cosa che dice è di essere un folgorato sulla via di Elvis – e, difatti, ½ repertorio proposto durante la performance arriva da quello del King.

La corsa per le vie di Memphis in versione spaghetti’n’roll inizia con Blue Suede Shoes e non trova un attimo di tregua fra Always On My Mind e Le foglie morte in inglese (Falling Leaves, versione Tom Jones), vista la stagione la perfetta I’ll Be Home For Christmas e Marina (battuta killer: «Rocco Granata era un calabrese che prima di scrivere Marina faceva il muratore. Dopo aver venduto 200 milioni di dischi con lo stesso brano è diventato costruttore» – pubblico piegato!), Fever e addirittura il belcanto a pieni polmoni di Mamma (Luciano Tajoli), Love Me Tender e l’hippismo naïf di San Francisco (non dimenticate di mettere fiori nei vostri capelli! Parola di Scott McKenzie…), fino a una spettacolare Folsom Prison Blues di Johnny Cash che qualcuno domanda a gran voce e che Bobby Solo non si fa pregare 2 volte di eseguire – gran solo di chitarra incluso. E non sarebbe un suo concerto se non vi fossero anche i grandi successi all Italian, come le scanzonatissime La siesta (Cantagiro 1968) e Domenica d’agosto, Cristina e Non c’è più niente da fare. Non manca Zingara, trionfo al Festival di Sanremo 1969, per raggiungere l’acme con le 2 perle scritte con Mogol, naturalmente le sempre splendenti Una lacrima sul viso (con un arrangiamento degno di Roy Orbison ma anche di Richard Hawley o Chris Isaak) e Se piangi se ridi.

Il finale è fuoco & fiamme. La band, oramai caldissima, attacca una jam che davvero strappa applausi con Polk Salad Annie, il capolavoro di Tony Joe White annata 1968 che grazie al Pelvis divenne un hit mondiale nel 1970. Aneddoto: una quindicina d’anni fa chi scrive ebbe il privilegio di vedere un concerto di TJW a Mendrisio (sempre sia benedetta la Svizzera, musicalmente parlando!) dove il rocker italiano fu ospite a sorpresa – i 2 incrociarono alla grande le chitarre proprio con le ipnotiche note cajun blues di Annie e il ricordo, per chi c’era, ancora adesso resta ben scolpito nella memoria. Il commiato è con Reconsider Baby, spettacolare e tesissimo slow blues sempre marchiato Elvis (1960) e scritto da Lowell Fulson nei primi 50s. Roba che ti fa capire ancor di più che Bobby Solo knows his shit, a occhi chiusi e soprasottodavanti&dietro.

Foto: © CoolMag

 

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