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Bill Frisell (Blue Note, Milano, 25 ottobre 2019)

Se Bill Frisell fosse un film, potremmo intitolarlo L’arte di realizzare desideri con la chitarra. L’uomo più pacato del mondo, capace di riversare nella sua chitarra tutto il suo quietissimo umore, che come sempre dal vivo si reinventa con nomi diversi che lo circondano, anche questa una dote misteriosa che lo rende unico. Da poco pubblicato Harmony, il suo debutto con la Blue Note Records dopo una “gigantografia” che lo ha visto vagare fra ECM, Nonesuch, Okeh e Tzadik, giustamente arriva a presentarlo al Blue Note di Milano dove negli anni si è esibito molte volte. L’album, meglio precisare, è frutto di un lavoro commissionato dal Fresh Grass Music Festival di North Adams in Massachusetts, dove gli è stato chiesto di re-immaginare pezzi del suo repertorio (comprese le collaborazioni con Julie Miller, Jesse Harris ed Elvis Costello) in chiave jazz-roots.

Sia in Harmony sia live, con lui sono Hank Roberts (violoncello), Luke Bergman (basso, chitarra) e Petra Haden (voce), quest’ultima figlia dello scomparso contrabbassista/compositore jazz Charlie Haden (e sorella di Josh Haden della indie band Spain), che di Frisell è stato mentore e grande amico. I 3 strumentisti sono una vera delizia per le orecchie, per come setacciano i temi scelti che reinventano con ispirazione: su tutti, ovviamente, a dominare vi è Bill, il nostro anti-eroe della chitarra preferito, come sempre imperturbabile nell’affrontare la propria take della Musica Cosmica Americana, diretta discendente di nomi che ne hanno scolpito la strada quali John Fahey, George Winston e Leo Kottke. Per quanto riguarda la Haden, invece, il giudizio non può essere così benevolo. Con Frisell gira oramai da un po’ di anni e, sebbene la si sia ascoltata crescere, la sua voce monotona e con estensione non particolarmente eclatante è un po’ il tallone d’Achille dello spettacolo. Alcuni momenti sono comunque molto piaciuti, vedi il Hard Times del “padre fondatore della musica folk americanaStephen Foster; e l’inattesa, splendida e lunare Space Oddity di David Bowie di sicuro messa in scaletta per celebrare il cinquantenario di quello che fu «un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità», per citare le celebri parole pronunciate da Neil Armstrong.

I presenti al locale, in ogni caso, hanno senz’altro avuto di che godere a più riprese, tra le fonti certe dello spettacolo e il profondo approccio personale proposto dall’ensemble. Complesso ma nel contempo leggero e accessibile, strumentalmente il viaggio nella musica proposto da Frisell e i suoi comprimari nell’abito live assume ancora più libertà grazie alle qualità espansive espresse: da Everywhere al traditional Red River Valley fino a On The Street Where You Live di Nat King Cole, l’esplorazione è stata di quelle tipiche e avvincenti del chitarrista, capace come sempre di usare la sua seicorde con gradualità che passa con scioltezza da tocco limpido a solido overdrive di cui è maestro indiscusso.

Foto: © CoolMag

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